Trentennitudine – la comunità

Eccomi qui: sono state due settimane intese, e i giorni più duri devono ancora arrivare.

Sto imparando molte cose, e alcune mi hanno fatto macinare i pensieri per cui so che ne scriverò più avanti.

Ma oltre agli argomenti didattici, sto imparando molto anche dal punto di vista sociale, e questo mi ha portato a fare varie riflessioni che ancora non sono riuscita a concludere per cui le riporto qui, così che magari riusciamo tutti insieme a capire se sto sparando una serie di cavolate o se tutto questo ha un senso e quale sia, eventualmente.

Mi sono ritrovata a fare la studentessa, è bello, mi piace, non mi ha generato particolare stress. Diciamo che sono abituata al contesto scolastico.

A lezione uno dei primi giorni un professore ha affermato che l’educazione è preoccuparsi del benessere psichico, fisico e sociale del minore.

E certo, ci mancherebbe, una definizione da manuale.

Uhm, sì?

Veramente?

Io ho avuto un’infanzia felice, credo, o perlomeno serena: famiglia solida, valori chiari, regole (e -ahimè, pure punizioni per chi le trasgrediva)  certe e non negoziabili, un sistema che aveva famiglia e scuola in misura variabile come punti fermi e stabili di crescita e riferimento.

Ok.

E questo per la mia crescita come persona, nella dimensione psichica e fisica direi che è tutto ok.

Ma sociale?

Sono stata socialmente istruita? Cioè mi è stato insegnato come fare parte di un gruppo? Come reagire alle ingiustizie, come farmi delle amicizie, come mantenere i contatti, come sopportare e tollerare i molesti, come rifiutare gli atteggiamenti immorali, come mantenere i miei valori in contesti di gruppo, come rispettare gli altri, come fare gruppo?

Sicuramente sì, in qualche momento mi sarà pure stato insegnato, credo.

Mi è stata insegnata la buona educazione, che consiste sostanzialmente nel saper chiedere permesso, scusa e ringraziare. E poi nella forma più estesa, nell’ipocrisia collettiva del dover sopportare, sorridere e fare i convenevoli anche quando abbiamo a che fare con persone poco gradite.

Ma il resto?

Il resto credo che i miei genitori lo abbiano delegato alle forme di associazionismo presenti nel territorio, che sono state i gruppi parrocchiali e la fraternità francescana.

Ero una bambina un po’ introversa (non sono nemmeno sicura che questa sia la parola giusta), forse perché in una classe di quattro ero l’unica femmina e non avevo tanta possibilità di socializzare, escluse le maestre e qualche bambina delle classi più grandi (e comunque scarseggiavano pure là). Anche a casa, a dire la verità, mi piaceva stare da sola. Mi piaceva disegnare, stare in cucina se la mamma era lì a stirare, a leggere i fumetti o i libri. A volta andavo fuori, sull’altalena o a giocare con la terra.

Non ricordo di essermi mai sentita triste per questo. Ero un po’ solitaria, tutto qui. Avevo delle amichette ma poche (in un paesino di 600 anime già era una grazia che ce ne fossero una dozzina che aveva quasi la mia stessa età) e in generale nessuna aveva voglia o il permesso di venire spesso a trovarmi: la casa dei miei è abbastanza isolata.

Poi sono cresciuta, alle medie ricordo che ho capito di non poter stare sempre da sola, sono diventata abbastanza carina e comunque ho attraversato senza subire prepotenze quei tre anni. Sono approdata al liceo e lì mi sono trovata a mio agio: eravamo in tanti a preferire i libri e i momenti solitari alle ammucchiate. Mi ero creata il mio gruppetto di amiche e anche il liceo è passato senza colpo ferire.

Poi ci sono stati i trasferimenti: ho iniziato a dover trovarmi sempre nuove amicizie, prima nella città degli studi universitari, poi in Francia, poi in Spagna, poi di nuovo in Italia, poi in Turchia, poi in Svezia, poi in Australia e poi e poi e poi…

Adesso eccomi qua.

Ho cambiato tanti posti, ma forse sono rimasta quella bambina introversa?

Mi riesce davvero faticoso fare amicizia o stringere rapporti con gli altri componenti del master.

Li guardo un po’ ammirata un po’ spaventata.

Mi rendo conto di quello che mi sono persa: da un lato credo di non aver mai veramente lavorato sulla mia introversione.

Vedo persone provenienti da aree geografiche distanti fare amicizia in un battibaleno, mentre a me ci vuole tempo. Un po’ mi vergogno pure della pronuncia, c’è da dire (anche se l’altro giorno mi hanno fatto i complimenti per la dizione e perché parlo “senza accento” e il cuore mi è scoppiato dall’orgoglio, credo si sia proprio visto il fuoco d’artificio dentro al torace)  che loro sono tutti spagnoli e io no, e questo certo genera un surplus di difficoltà ad integrarsi. Che si traduce in: devo fare io il passo verso di loro, non aspettarmi che loro lo facciano verso di me.

Un po’ credo che questi siano tempi non favorevoli per i solitari. Sui social a uno basta poco per sentirsi integrato, e invece non lo è affatto. Mi rendo conto più passano i giorni che bisogna SFORZARSI.

Sembrerà banale, ma bisogna fare uno sforzo.

L’avrò già scritto mille volte su questo blog, ma uno dei momenti che mi ha fatto capire che l’Orso non era un quaquaraquà è stato quando all’inizio della nostra conversazione ai miei messaggini rispondeva con una chiamata.

Una telefonata.

In una telefonata non puoi pensarci, non puoi stare lì a valutare se dico questo, lui pensa che, e allora meglio se… non puoi cancellare e riscrivere. E’ contatto umano diretto.

Mi ricordo che mi diceva “Ti ho chiamato, così facciamo prima”.

Zac, diretto. Dritto al punto. Senza stare a girarci intorno.

Sembrerà una sciocchezza (magari lo è, ma per favore non ditemelo) ma a me questo mettermi alle strette, darmi una spintina fuori dalla mia zona di sicurezza mi riempiva di paura ma pure di adrenalina. “Hai capito questo!?” pensavo tra me e me  con una punta di ammirazione e una di fastidio.

Ora, io sono una donna.

Non sono più una ragazzina, credo che per il solo fatto anagrafico non mi si concedano più certe timidezze pubbliche.

Parliamoci chiaro, quando guardo la strada che ho fatto dall’essere una ragazzina solitaria ad essere una che ha amici che le vogliono bene e che in ogni aeroporto d’Europa potrebbe incontrare qualcuno che conosce, mi sembra che ci sia di che essere orgogliosi.

Ma non sono così sicura di me come dovrei essere.

Mi aspettavo di sentirmi una “grande”, un’adulta. E invece in certe situazioni mi sento ancora come un’adolescente.

 

 

D’altro lato credo di non essere mai diventata una trentenne nel senso reale del termine.

Credo che il viaggiare e cambiare continuamente Paese non abbia aiutato, e ora, solo ora che riesco ad analizzare le cose con il giusto distacco vedo anche le zone d’ombra.

Sono andata all’estero a 21 anni. Ho cambiato, credo, sei o sette Paesi (ho perso il conto, e i posti dove sono stata due mesi non so se si possano considerare)  ogni volta cercando le persone che mi piacevano di più, selezionandole e creandomi una cerchia (molto) ristretta di amici da frequentare.

Dopo la scuola non ho mai avuto una compagnia di riferimento di venti persone.

E mi è sempre andato bene, anzi, me ne sono sempre compiaciuta.

Ah, la liberazione, il sollievo di non essere più nel paesino dove dovevo frequentare certe persone per forza e per mancanza di alternative, ah, la libertà di non essere giudicata in base al luogo di provenienza, o alla scuola, o a mille altre etichette che nei posti piccoli ti appiccicano per forza.

E ogni volta che sono tornata le mie amiche erano troppo gentili o troppo contente di vedermi per farmi notare che stavo cambiando.

Che stavo applicando progressivamente gli stessi criteri che usavo all’estero (massì, ma chi mi conosce, ma tanto ho le mie quattro amiche di qualità chi se frega se saluto o non saluto uno, chi se ne frega se non sono truccata, tanto chi mi conosce, chi se ne frega se giro con gli stessi vestiti passati di moda che ho trovato per caso nell’armadio, chi se ne frega se parlo a voce troppo alta o troppo bassa, se gesticolo troppo o troppo poco) anche ai posti conosciuti, ai posti di sempre, alle persone di sempre.

Ora, in questi giorni me ne sto rendendo conto.

Le persone che nascono e crescono in un luogo, hanno di sicuro avuto qualcosa in meno rispetto a me, che mi sono potuta confrontare con situazioni diverse, ma hanno avuto qualcosa che io non ho: il confronto continuo con il conosciuto.

Io non sono capace di stare in una situazione standard come può essere un’aula universitaria europea, perché non so più come ci si comporta, ci si veste, ci si comunica tra pari.

Ieri ho letto questo post e mi ha fatto pensare molto la parte in cui lei descrive i partecipanti al convegno.

Intorno a me gente della mia eta’ sulla trentina passata, piuttosto giovanile, facce e abbigliamento di chi nel 2002 ha iniziato a viaggiare con l’erasmus e ha continuato a farlo per anni, mettendo radici da qualche parte. E saudace/ depressione, nei periodi in cui  tornava a casa, per rendersi poi conto che si sentiva piu’ cittadino di Hong Kong che di Ortona.

Ecco, questa sensazione io l’ho provata varie volte, e mi sono trovata a condividerla con persone simili, che poi per forza di cose sono diventate amiche mie.

E ora mi ritrovo che a forza di frequentare persone simili, che fanno esperienze simili, che si vestono simili (perché non gliene frega più niente dell’abbigliamento, o perché non hanno soldi da spendere) mi sono limitata.

Pensavo di viaggiare per crescere, per aprirmi la mente.

E invece me la sono chiusa. Pensando che i viaggi e le esperienze all’estero mi bastassero per crescere.

Sono rimasta una ventenne.

Però ora le guardo le mie compagne ventenni.

E io non sono così.

Perché di anni ne ho 33.

E allora guardo quelle che hanno la mia età.

Hanno un figlio, spesso appena avuto, hanno relazioni stabili.

Sanno vestirsi, sanno truccarsi.

Le guardi e dici: che bella trentenne!

Una persona sicura di sé, che sa cosa fa, che sa dove va, che sa relazionarsi con la comunità circostante.

 

E ora, visto che ho deciso di tornare, devo mettermi d’impegno.

Devo imparare a vestirmi, a truccarmi ma soprattutto a comportarmi come una trentenne.

Devo imparare a stare in un punto della comunità, a darmi una funzione. Devo capire qual è. Perché in questi 12 anni all’estero la funzione mi è stata bonariamente abbonata: sei l’outsider, quella che ci viene a fare visita ma poi se ne va.

 

Certo, un po’ è colpa dei nuovi mezzi di comunicazione: ci illudono di non aver bisogno di una comunità, perché la comunità è tutto il mondo.

Ma non è così. Io sento di aver bisogno di restringere questi confini, di avere una comunità a cui prendere parte.

Credo di aver capito perché le religioni prevedono sempre una parte esterna, una parte di riti collettivi. Perché da soli siamo obbligati a trovare le risposte. Da soli è dura. Da soli è una continua ri-definizione dei concetti e dei valori, una continua selezione di quello che ci piace e di quello che non ci piace, un continuo abbandono delle parti più faticose.

E’ per quello che ci sono tanti corsi e tanta letteratura contemporanea sulla motivazione. Perché uno da solo deve continuamente sforzarsi di trovarla, altrimenti non farebbe niente di difficile. Lascerebbe perdere.

Credo che questi dodici anni all’estero mi abbiano insegnato tante cose, ma soprattutto di me stessa.

Ora è arrivato il momento di imparare a stare con gli altri, di coltivare il mio benessere sociale.

Trentennitudine, here I come.

 

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7 pensieri su “Trentennitudine – la comunità

      • Lucy the Wombat ha detto:

        Al contrario, ho i tuoi stessi dubbi e ultimamente ci ragiono molto. Ci insegnano un sacco di nozioni, ma l’intelligenza sociale? Come gestire le emozioni? Come riconoscere uno psicopatico, un approfittatore, come levarsi d’impiccio con classe, come reagire alle ingiustizie, queste cose chi ce le dice? No perché ora che gli anta si fanno spauracchio sempre più vicino e inesorabile, mi sento perplessa.

        Piace a 1 persona

  1. mocaliana ha detto:

    Premetto che non sono una trentenne, anzi ho due figlie trentenni, ma, se posso, direi che sul vestirsi e truccarsi puoi anche glissare, a meno che ti crei davvero dei problemi.
    Hai deciso di tornare in italia, ma nel paesino di 600 anime o in una grande città?
    Sullo stare con gli altri siamo d’accordo, ma quando ti trovi in un gruppo di persone che hanno un background in comune (che sono cresciuti insieme o che hanno fatto lo stesso liceo o che sono dello stesso paese etc) c’è poco da fare ti sentirai un po’ esclusa anche a 45 anni. Per stare bene con gli altri credo che la cosa migliore sia comportarsi spontaneamente perché se devi fingere o avere una maschera prima o poi la cosa ti peserà, visto che sei una persona intelligente e genuina.
    Ci sono persone che sono molto socievoli e che hanno direi “bisogno” di avere molti amici, essere al centro dell’attenzione, conoscere gente ovunque, chiacchierare con tutti. E persone che invece frequentano pochi amici, legano solo con alcuni, cercano chi gli somiglia. Se sei di un tipo trovo stupido cercare di fare finta di essere del secondo tipo.
    Buona Spagna!

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    • virginiamanda ha detto:

      Grazie Mocaliana, è proprio così. Bisogna parlare con se stessi, scoprirsi, capirsi e accettarsi, è vero!
      Però non bisognerebbe (almeno un po’, senza farsi troppa violenza, intendo) provare anche a superarsi?
      Il discorso del vestirsi e del truccarsi lo so che è frivolo, ma purtroppo veniamo tutti condizionati dalla presentazione fisica di una persona. Devo imparare a rientrare nei codici di comportamento (e anche quelli estetici, credo) di questa comunità, se voglio essere riconosciuta come appartenente, credo.
      Tu dici che se ne può fare anche a meno, e io ti credo, anche perché uff… che fatica truccarsi! Mi affido alle tue sagge parole e alla tua esperienza!
      Un abbraccio e grazie per essere passata.

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  2. Giupy ha detto:

    Mi ci ritrovo molto in questo post, avendo una storia più o meno simile alla tua. Di diverso però è che io non sono mai stata particolarmente introversa, ma piuttosto mi andava stretto il paesino e volevo gente nuova. Che ho trovato, a caterve. Ricordo di aver anche scritto un post da qualche parte sul fatto di essere un po’ “the adult version of my erasmus self,” e di trovarmi a mio agio più con gente giramondo, qualsiasi sia la provenienza, che con i vicini dei miei genitori. In italia come all’estero io e il mio compagno abbiamo amici come noi, che la pensano come noi e hanno avuto esperienza simili, con una caterva di titoli di studio e lavori che li fanno andare sempre in giro come noi. Certe volte mi dimentico che non tutto il mondo è così, e me ne rendo conto quando sono confrontata con gente “normale” e non so più come socializzare. Io e compagno una volta eravamo ad un matrimonio e non siamo riusciti a parlare con nessuno perché i nostri tentativi di conversazione erano socially awkward (la gente tendeva a non capire che lavoro facciamo, a dire cose banali sul vivere all’estero che vorrei evitare, e poi diciamocelo, nessuno era molto socievole). Però non sono d’accordo sul fatto che stare all’estero ti renda meno “adulta”. Io per molti versi sono ferma ai vent’anni perché non ho una famiglia tradizionale o una casa o una macchina o un cane in giardino. Allo stesso tempo vivere all’estero, spesso da sola, mi ha resa molto autonoma ed indipendente: faccio scelte difficili senza andare in crisi, sopporto molto bene le sfighe, mi so organizzare la vita meglio di un beauty case. E anche se non vivo in Italia, mi vesto e mi trucco benissimo perché dovrò pur tenere alta la mia italianità. Secondo me anche questo è essere adulta e avere trent’anni, solo in un modo diverso.

    Piace a 2 people

    • virginiamanda ha detto:

      Ciao Giupy, ho riletto il tuo commento un po’ di volte prima di risponderti perché non sono sicura di averne colto appieno il tono, e la prima volta mi era sembrato di giustificazione.
      Ecco, sono quasi sicura di aver frainteso, ma ad ogni buon rendere: io parlavo solo per me!
      Sono contentissima che la tua esperienza all’estero sia stata e sia tuttora positiva e che tu non abbia mai avuto problemi a crearti nuove amicizie né a truccarti! 🙂
      Mi riconosco in quello che dici, perché anche a me stare all’estero ha aiutato a sviluppare delle doti (abilità? competenze? capacità? Non saprei come chiamarle…) che difficilmente si sarebbero affinate rimanendo al paesino.
      Indipendenza, autonomia, capacità di fronteggiare ostacoli inaspettati e superarli e anche più banalmente organizzazione pratica e domestica che se fossi rimasta sotto casa o vicino a casa di mammà avrei sempre pensato di delegare.
      Oltre a questo, naturalmente si aggiunge che se non fossi uscita non solo non avrei conosciuto molti di quelli che sono i miei amici, ma anche non avrei avuto termini di paragone o prospettive diverse per rivalutare l’Italia.
      Quindi, non fraintendermi: io sono convinta che l’esperienza (o le esperienze, come nel nostro caso) fuori confine siano utili e formative, e non le rinnego affatto.
      Semplicemente, ero sempre stata convinta (sto banalizzando, ma è per capirsi) che tra me -che sono stata 12 anni all’estero- e “loro” – che al massimo sono andati un weekend a Londra in tutta la loro vita “vincessi” a mani basse io.
      (Per tutte le cose di cui sopra: i punti esperienza, le amicizie varie, le capacità di adattamento…)
      Ora, che sono grande e che posso anche mettere in dubbio le convinzioni mi chiedo: davvero loro perdono?
      Non è forse un valore anche cercare di adattarsi il meglio possibile all’ambiente in cui si è nati? Saper far fruttare le amicizie nate in quel territorio, e rimanere comunque attivi e fare cose importanti anche rimanendo vicino alla casa dei genitori?
      In passato io avrei tagliato netto: da una parte ci sono io, che ho “osato” uscire dal conosciuto, dall’altra ci sono loro, “i comodi” che sono rimasti.
      E adesso mi chiedo: è proprio vero?
      Io ho sempre pensato che visto che ero uscita, ero io quella più aperta, quella che avrebbe fatto le amicizie più particolari, che avrebbe conosciuto la gente più strana.
      Ma poi, a conti fatti, mi sono sempre ritrovata con gente come me, che aveva (come dici tu) titoli di studio, molteplici esperienze all’estero e si sentiva stretta a casa propria.
      E allora, adesso che sono in grado di sopportare anche di non azzeccare sempre tutte le scelte fatte, mi chiedo: allora chi è quello più aperto tra me e quelli che sono rimasti? Se poi io frequento gente “tutta uguale”?
      Non so se è lo stesso per te, ma io ho iniziato a rendermi conto che c’è del valore anche nel rispettare le proprie origini, e nel saper conversare anche con chi è rimasto, perché non è, per forza, “inferiore”.
      Quando parli del matrimonio a cui sei andata, mi rivedo molto. Anche a me sono capitate molte di queste situazioni.
      Adesso però inizio ad affrontarle in un altro modo: invece di rispondere, chiedo, mi interesso alla loro vita, molto diversa dalla mia. Anche persone che hanno fatto massimo 5 chilometri nella propria vita possono avere una visione del mondo interessante.
      Scusa il commento di risposta lunghissimo, ma non volevo essere fraintesa e non volevo che tu ti fossi sentita attaccata nelle tue scelte da quello che avevo scritto.
      Baci! (E se magari fai un tutorial sui trucchi… fammelo sapere!)

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