“Your final destination is: Spain!”

(Sono decisamente troppo sensibile in questo periodo).

Tutto è iniziato domenica: ci siamo svegliati, l’Orso ha preparato il caffè (ogni mattina, quando vi svegliate e prendete la moka in mano, pensate alle povere mogli polentone di gente nata nel raggio di 100 km da Napoli che non potranno mai avvicinarsi ad una di esse senza che parta un grido dall’altra parte della casa – casa, vabbè, non esageriamo, cinquanta metri scarsi – di uno che fa “Lascia stare TU, il caffè LO FACCIO IO!”),  sono andata a messa e poi siamo andati a pranzo da amici, che per salutarci prima di queste cinque settimane di assenza dall’emisfero australe avevano previsto un pranzo annaffiato da caraffe di Tequila Sunrise e karaoke (i vicini ringraziano. Credo che al momento “take me into your loving arms” abbiano messo la casa in vendita).

Siamo tornati a casa barcollanti e con la ridarella e appena varcata la porta mio marito si è esibito nella peculiare arte di tutti i mariti: rendersi inutile addormentandosi sul divano.

Visto che la mia migliore amica sarebbe arrivata da lì a poche ore, io e la tequila che ancora girava per le vene e la testa ci siamo date da fare per pulire bagno, vetro della doccia, cucina, spazzare, spolverare e colpire ripetutamente il divano per agevolare lo shock da risveglio dell’Orso.

Nel frattempo mi è venuto in mente che la lista scritta appoggiata sopra i libri voleva dirmi qualcosa, e quel qualcosa suonava come: “Signorina, non è che se scrivi le cose da mettere in valigia su un foglio quelle si posizionano da sole all’interno del bagaglio! Ce le devi mettere tu!”.

Quindi, sempre forzando i rumori e i mugugni di scontento, ho infilato quante più cose possibili nella mitica valigia blu (che solo all’aeroporto ho scoperto essere etichettata con tre indirizzi diversi – casa Svezia, precedente casa Australia, ufficio marito Australia – ma nessuno di utile) chiedendomi (e chiedendo ai muri, visto che l’altro componente della coppia russava) a gran voce: “Ma farà caldo in Spagna? Ma farà freddo in Italia? Ma cosa ci si mette di solito ad ottobre in Italia? Ma come ci si veste per andare all’università? Ma i tacchi me li devo portare?”.

Svegliato il marito e intimatogli di buttare la spazzatura, ho verificato di persona che la sbornia gli fosse passata e siamo corsi all’aeroporto.

“Ma non dovevano atterrare alle dieci?” mi ha chiesto allarmato lui, bruciando un arancione (peccato mortale qui in Australia, dove ci si ferma al semaforo appena scatta appunto… l’arancione).

“Amore, sono le 21:43, e siamo ancora per strada!”.

Con questo stato d’animo stravolto sono corsa agli arrivi, dove da lì a poco avrei scorso tra la folla la mia migliore amica con il fidanzato.

Eccomi allora nella zona “arrivi” dell’aeroporto più grande dell’Australia la domenica sera.

Praticamente sembrava di stare alla fiera del paese: palloncini ovunque, famiglie enormi (mamma, papà, figli, nipotini, compagni dei figli, amici) con mazzi di fiori, fidanzati con palloncini, amiche con striscioni “We missed you!”… tutti in trepidante attesa dell’apertura delle porte.

Ho osservato con tenerezza questa famiglia turca (o almeno credo fosse turca), con i suoi quindici componenti e almeno cinque bambine dai cinque ai dieci anni sorridenti ed impazienti che piantonavano correndo avanti e indietro la porta scorrevole che non si voleva aprire.

Dopo una decina di minuti in cui l’atmosfera si era fatta sempre più carica di attesa e concitazione, ecco aprirsi la porta, un signore di un’ottantina d’anni che cammina con lentezza spinge un carrello con le valigie. Al suo fianco una signora con il fazzoletto annodato sotto il mento avanza anche lei a fatica.

Esplode la gioia, le bambine sono incontenibili, corrono addosso alla signora urlando e le abbracciano le gambe, poi sbaciucchiano il signore.

Sono arrivati i nonni.

E io mi sono commossa.

 

(Quando mi chiedono perché voglio tornare dall’Australia questo è quello che penso: che – avendo scelta – non è giusto costringere i genitori anziani ad attraversare il mondo).

E dopo ho continuato a commuovermi per tutti quelli che uscivano e si abbracciavano con i loro cari.

E’ finalmente arrivata anche la mia amica, e siamo andati tutti a casa.

La notte è passata insonne: a raccontarci gli ultimi avvenimenti e a controllare di non aver dimenticato niente: hai messo in valigia il caricabatterie? Hai lasciato giù le chiavi? Ce l’hai il passaporto?

Nel frattempo l’Orso preparava la sua di valigia.

 

Perché noi avremmo anche potuto essere una coppia normale, e invece abbiamo scelto di essere dei pazzi scalmanati che hanno casa in Australia ma poi la moglie va a frequentare master in Spagna e il marito a lavorare in Cina.

Comodo, no?

 

Alle sette del lunedì mattina saluti strappalacrime con l’Orso.

L’autista di Uber lo chiama: “Allora, scendi o no?”.

Bacino, bacino, bacino, mi raccomando scrivimi quando atterri, anche tu, sì, ma non sarà prima di domani, non importa, scrivimi lo stesso. Bacino.

Faccio colazione con la mia amica, le dò le chiavi e brevi spiegazioni pratiche.

Ci abbracciamo.

(Quando prenoti i voli dieci mesi prima queste sono situazioni che possono succedere: che poi i giorni in cui vai dall’altra parte del mondo la tua amica venga dalla tua parte del mondo a frequentare un master. Rumore di braccia che cadono).

A mezzogiorno sono sul treno per l’aeroporto.

L’addetta al check in controlla la mia prenotazione e mi chiede lievemente perplessa: “Your return ticket is… next year!?“.

E io: sì, ecco vedi, non è come sembra, posso spiegare, vado a fare un master, finisce l’anno prossimo, ma mio marito abita qui, insomma, è una storia lunga!

Mi ricontrolla tutte le prenotazioni, perché per vincere il premio “Cose complicate 2018” questa volta avrò non uno, non due ma ben TRE voli da prendere nel giro di un giorno e mezzo e la valigia (l’amata valigia blu con tre indirizzi – tutti sbagliati – sopra) dovrà essere spedita a destinazione.

Io appoggio la valigia sul nastro con lo sguardo di quella che sa già che non la vedrà mai più. Ciao bella, fatti un bel giro a Oslo.

 

 

L’addetta mi consegna i miei tre biglietti di imbarco.

E mi dice sorridendo:

“So…. your final destination is: Spain!”

E lì mi vengono le lacrime un’altra volta.

Saluto ringraziando con un cenno, perché se esce la voce si spezza, e via verso il controllo di sicurezza.

Volo di quindici ore fino a Doha. Nel quale decido di passare il tempo studiando tutta la guida del master. Sessanta pagine. (Praticamente mi imparo a memoria il curriculum dei professori).

Atterro a mezzanotte, così frastornata che mi sembra di aver perso l’anello di fidanzamento, scoppio a piangere con il cuore all’impazzata e lo trovo per terra tra i piedi. (Per dire lo stato mentale pacifico).

Riparto, volo Iberia.

“Les habla el comandante: Antonio!”

(Tuffo al cuore. Allora è vero: sto andando veramente in Spagna!)

Antonio, ti prego, guida bene, portaci sani e salvi in terra iberica, te quiero mucho.

Ed eccomi all’aeroporto principale della Spagna: atterrata all’alba dopo aver dormito per niente male, visto che il volo Doha – Madrid era praticamente vuoto. Questa volta mi sono impegnata, sono riuscita a rimanere sveglia durante le ore di luce e  ho dormito nelle ore di buio dell’orario spagnolo. Il mio corpo deve ormai essersi abituato all’atmosfera fittizia e innaturale dell’aereo perché non ha fatto troppo storie a seguire le indicazioni del cervello (“Corpo: adesso dormi!”) oppure, semplicemente, come mi aveva detto con una considerazione illuminante una signora colombiana immigrata in Svezia, alla mia domanda di come facesse a sopportare tutto quel freddo, “El cuerpo se acostumbra al maltrato“.

Sto all’aeroporto quattro ore, in attesa dell’ultimo volo di questa giornata di quaranta ore che non accenna a finire.

Controllo le mail: mi ha risposto la coordinatrice del master. “No te preocupes”. 

Perché va bene abitare in Australia e iscriversi ad un master in Spagna, va bene farsi trenta ore tra voli e scali per andarci, ma vuoi non arrivarci in ritardo?

Eh no, cerchiamo di farci riconoscere subito!

A mezzogiorno atterro finalmente alla destinazione finale. Città del Nord, mai vista prima, recupero la valigia, prendo un taxi al volo e “Qué calor!“. Ma non doveva essere autunno da queste parti?

Mi faccio portare all’ostello dove alloggerò per queste tre settimane di lezioni in  presenza,  la signora alla reception mi accompagna fuori, mi dà le chiavi e mi dice: la vedi all’incrocio quell’insegna blu? Ecco, la superi, dietro trovi una piazzetta e lì c’è la tua camera. Ciao!

Mi giro e la signora è sparita.

Ora, io vorrei ricordare che in questo preciso momento mi trovo con la mia valigiona blu (che per fortuna non è stata spedita a Oslo, grazie Iberia!), all’incrocio di una città mai vista, a mezzogiorno, in una giornata che dura da quaranta ore e che la conversazione è appena avvenuta in spagnolo.

Che faccio?

Guardo le chiavi. Non c’è scritto niente.

Con l’aiuto di Santa Rita (patrona dei miracoli impossibili) e di Sant’Antonio (patrono delle cose perdute) riesco finalmente a trovare il portone. Controllo sulla ricevuta e c’è – per fortuna- il numero della camera.

Mi butto sotto la doccia, perché sono le 14 e io avrò lezione alle 15.

Alle 14:15 sono vestita ma ho caldo, sudo, non ho internet e non posso controllare sul navigatore.

E come negli anni novanta mi dirigo verso la facoltà con una cartina in mano e importunando tutti i passanti per sapere se sto andando nella direzione giusta.

Entro nel campus: verde, pulito, ben tenuto, stupendo.

Arrivo all’edificio della facoltà.

Mi presento, si apre il tornello, trovo a fatica l’aula giusta e entro.

 

E’ vuota.

Il panico.

 

Ricontrollo l’orario: la lezione inizia alle 16.

Mi faccio coraggio e aspetto un’altra ora.

La mia giornata è iniziata quaranta ore fa e devo ancora stare sveglia e vigile.

Arrivano le 16.

Mi siedo in disparte, sperando non mi noti nessuno. Siamo in pochi, una trentina.

Entrano le professoresse.

E una di loro guardandomi dice il mio nome a voce alta.

Azz, cos’ho fatto di male!?

Mi viene incontro sorridendo e mi abbraccia.

“Bienvenida!”.

 

 

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9 pensieri su ““Your final destination is: Spain!”

      • startoveringermany ha detto:

        Non sei cretina. Hai l’incoscienza del coraggio o il coraggio dell’incoscienza. Quando si salta nel vuoto per raggiungere i propri sogni o obiettivi, ci si sente vivi. Si rischia e per questo non è per niente facile, perché le nostre insicurezze si insinuano nei nostri pensieri, ci fanno sentire stupidi, ci fanno provare la paura o addirittura il terrore. Però quando ti lanci e sei in volo, è troppo tardi per tornare indietro e devi solo battere le ali. In quel momento te la fai sotto, ma ti senti viva, perché per una volta la direzione dipende solo da te e non ti fai più trascinare dalla corrente. Credo che migliorarsi sia lo scopo fondamentale nella vita. Non ho dubbi sulla tua riuscita. Hai già spiccato altri voli, hai già lasciato altri nidi sicuri. Sei forte ragazza! 🙂

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  1. laformicascalza ha detto:

    Anche io mi commuovo sempre agli arrivi in aeroporto. A volte mi succede di andare a prendere qualcuno all’aeroporto per motivi di lavoro, quindi non ho personalmente nessun coinvolgimento emotivo, eppure sto lì a osservare le persone che si ritrovano. Regolarmente mi viene la pella d’oca e gli occhi si velano
    Buon inizio master!

    Piace a 2 people

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