V.

 

V. di Volver

Era il luglio di tre anni fa. Più o meno in questo periodo, giorno più, giorno meno. Eravamo andati in vacanza in Argentina (come mi piacerebbe chiamarli viaggi, i miei, ma non ho abbastanza velleità, ecco un’altra v: v di velleità).

Era una vita che desideravo andare non proprio in Argentina,  ma a Buenos Aires. Non so perché, e non ricordo neanche esattamente il momento in cui Buenos Aires mi è sembrato il punto in cui avrei potuto diventare grande, compiere grandi imprese, magari innamorarmi di un argentino, trasferirmi per sempre, chissà.

Non ricordo quando, ma so che è stato abbastanza presto quando ho iniziato a ribattere ai rimproveri dei miei per il cronico ritardo con un sardonico “Mi dispiace, vivo sul fuso orario di Buenos Aires!”.

Buenos Aires, Buenos Aires, cercavo quante più informazioni possibili sui modi per andarci, per essere presa per un corso, una borsa di studio prima, un lavoro poi, insomma, qualsiasi cosa.

Andando all’università frequentavo la tratta ferroviaria da casa dei miei alla città degli studi settimanalmente e in uno di questi viaggi, incontrai una ragazza. Abitava a Buenos Aires, aveva gli occhi pieni di vita e continuava a ripetere: c’è tutto, si sta bene, succedono le cose, l’arte vive, è una città in crescita.

Poi ci sono stati i problemi finanziari che tutti conosciamo, il popolo argentino ridotto alla miseria, e la mia vita che passava dalla stazione della ragazza a quella della donna con la velocità dell’Eurostar. Che ormai si chiamava già Frecciarossa.

Buenos Aires, Buenos Aires, è quello che ho ripetuto all’Orso un anno dopo aver deciso di diventare una coppia stabile, di esserci l’uno per l’altra. Buenos Aires, Buenos Aires, mi hanno presa, vado là. E poi il pianto sul divano mentre spiegavo ai miei che dovevo partire, che mi avevano presa, anche se mancavano solo due mesi alla tesi, che massì, l’avrei fatta un’altra volta. E la rinuncia, a malincuore.

Buenos Aires, Buenos Aires, è quello che ho risposto quando la seconda estate in Svezia avevamo finalmente due stipendi che ci potevano far godere di una vacanza oltre oceano. La prima.

L’Australia, hanno ribattuto gli occhi che brillavano dell’Orso, e io ho accettato, dicendo l’anno prossimo però, Argentina.

E l’anno dopo ci siamo andati finalmente, in Argentina. Volo Roma – Buenos Aires, ed ero emozionata come chi sta per incontrare il proprio beniamino.

Ma ormai ero troppo grande per gli entusiasmi sconvolgenti, per lasciarmi travolgere dal fascino delle città. C’era già stata troppa vita nei Paesi di lingua spagnola, troppe lacrime e troppe scene patetiche da melodramma di quinta categoria, anzi, da telenovelas.

Buenos Aires, Buenos Aires, quella città dei miei sogni, non era quella che calpestavo nei pochi giorni della mia vacanza da grande. Una sera, non ricordo dove, forse al mercato di San Telmo ho comprato una stampa banale, con una delle mie canzoni preferite, una di quelle che non ascolto mai. Sennò mi commuovo. Volver.

Canzone che ho conosciuto solo grazie al film di Almodovar, nella versione cantata cinematograficamente da Penelope Cruz, seduta a fianco di un fidanzato di cui faccio fatica a ricordarmi la faccia e che si è sposato con un’altra.

La stampa di Volver è venuta in Svezia, e ora è una delle pochissime cose del passato che possediamo in Australia.

O meglio, che possiedo, visto che per l’Orso non ha il valore che ha per me.

Per me è il ricordo di un posto dove sono stata che però non è quello che ho visto. E’ la Buenos Aires del mio cuore, quella che ho percorso con la testa migliaia di volte da bambina e da ragazzina prima di andarci veramente. Quella che mi sono immaginata, quella che ho amato.

E oltre a Buenos Aires, mi ricorda una parola importante: Volver.

Io voglio tornare.

E voglio tornare per una serie di motivi banali, sentimentali, inadeguati, inopportuni e per niente pratici. Voglio tornare all’Italia che non esiste, a quella dove vado in vacanza e dove le persone che si lamentano mi sembrano solo folcloristiche.

Sono abbastanza adulta, ormai, per sapere che lì non c’è solo affetto, è anche dolore, e impotenza.

Quella che non vuole affrontare l’Orso, che andrebbe ovunque nel mondo tranne che tornare lì.

Nel mio periodo all’estero, che il 27 settembre compirà 12 anni, ho attraversato varie fasi: mi sono sentita una pioniera, un’esule, una figlia non voluta, in pochi – per fortuna ho abbastanza senso della decenza – casi perfino un cervello in fuga (è durato poco), una moglie expat, una privilegiata, una turista, una figlia inquieta, una che vorrebbe tornarci in vacanza con gli stipendi degli altri Paesi, una guerriera pronta a tornare per cambiare le cose, una vittima del sistema, una pecorella smarrita, una carcerata, una condannata a guardare dall’oblò, una entusiasta che non si rende conto della realtà.

Ma in tutte queste fasi non ho smesso di desiderare il ritorno.

Non è che non le veda: le brutture, gli schiamazzi, le prepotenze.

E’ che non voglio vivere da deficiente tutta la vita.

In un altro Paese, per quanto accogliente (e mi guarderei bene dal definire l’Australia come tale, pur essendolo sia nei miei confronti in particolare, che ben più di altri in generale) io mancherò sempre di qualcosa. La conoscenza dello stato delle cose, dei rapporti tra le persone, del “qui si fa così” che si ha solo se ci si nasce e ci si cresce.

Ho perso molto di questo “saper vivere” dell’Italia negli anni trascorsi altrove, ma lo ritengo sempre più facile che impararlo da un’altra parte.

Non capisco completamente le dinamiche politiche qui, anche se studio, mi applico, seguo la cronaca e lo sviluppo delle leggi, parlo e chiedo agli abitanti autoctoni… eppure mi sfugge.

Il posto più simile all’Italia dove abbia mai abitato, la Spagna, mi sembrava più afferrabile, più penetrabile. Ero più integrata di quanto lo sia mai stata poi, frequentavo solo spagnoli, parlavo solo spagnolo. Seguivo i programmi televisivi e andavo ai concerti degli idoli locali… e pure degli sconosciuti, sempre locali però!

Ma non bastava, c’era qualcosa che non era “mio” e che non lo sarebbe mai stato.

E’ anche questa consapevolezza che mi ha spinto verso un italiano, non sarei mai riuscita a stare tutta la vita con qualcuno che in fondo, in fondo, in fondo, non mi capiva.

(Certo, uno può ribattere che pure con un italiano non è che la comprensione sia sempre mutua e reciproca, ma non è questo il punto…)

Ora, sono passati sei anni da quando ho raggiunto questa consapevolezza. Sei anni in cui ho conosciuto modi diversi di vivere e stati ben gestiti, funzionali e ben tenuti.

E quindi?

E quindi, ciononostante, io voglio tornare a casa mia.

Chi mi conosce qui, crede che sia la solita ventata di passeggera malinconia che colpisce chi torna dell’Italia, dopo essere stato in vacanza.

“Certo, ovvio che è tutto bello, eri in vacanza”, ti dicono.

Il fatto è che lo so. Lo so che non è bello, non è facile, e come cantava Luca Carboni in una sottovalutatissima canzone “non è sempre estate, non è, sempre al mare non si è”.

Ma i chilometri sono tanti e io non voglio abituarmi.

Non voglio abituarmi alla distanza.

Sono in quella tappa della vita in cui (per quanto nulla si possa dire veramente definitivo per la nostra generazione e per questo periodo storico) non ho più voglia di cambiare e costruire tutto da zero. Dove appoggio i piedi ora, sto.

La favola del “ma le persone che ti amano sono più felici a saperti felice e lontana che infelice e vicina” non regge più.

Raccontatela a qualcun altro.

Io non voglio la felicità.

Cosa me ne faccio della felicità?

Cosa me ne faccio della felicità?

Tenetevela.

Io voglio tornare a casa mia.


 

 

Il post è venuto più amaro di quanto avrei voluto. In realtà sono tornata dall’Italia piena di carica positiva, avevo davvero voglia di stare con la mia famiglia, di fare delle chiacchiere oziose, di parlare di massimi sistemi con le amiche, di essere trascinata alle sagre “a magnare el pesse frito” o ai concerti di gruppi strampalati che cantano solo in veneto, e soprattutto di giocare con i miei nipotini, ora in quella magica fase del “cammino ma non parlo” che quindi interagiscono a suon di babababa e tatatata e bebebebe, (che è più meno come scorrere la timeline del Twitter ma con meno saccenza e molta più dolcezza), insomma: sto benissimo.

Amo l’Orso e sono cosciente che tornare significhi anche – per forza – tornare indietro da un punto di vista della sicurezza sociale, economica, politica, forse pure professionale. E l’ultima cosa che vorrei sarebbe “mettermi a fare i capricci”. Non ho niente contro l’Australia (situazione ben diversa era in Svezia, ma lì si erano aggiunti tanti altri fattori, non ultima la sensazione di una solitudine estrema), per chi vuole tentare l’avventura e non ha vincoli familiari forti, prego, avanti. Semplicemente per me, due anni – scaduti l’altro giorno – posson bastare.

Non ho nessun interesse (e non lo dico per finta modestia, è proprio così) verso un eventuale status di residente o, addirittura, cittadina.

Proprio non ne intravedo né il beneficio né il ben più banale lustro.

 

Mi chiedo, se ci siamo fatti forza per affrontare Paesi nuovi e sconosciuti, perché non dovremmo farcene per affrontarne uno vecchio e conosciuto?

 

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14 pensieri su “V.

  1. Finally Mallorca ha detto:

    Io dopo la Svezia ho scelto Maiorca (bada bene non la Spagna :-), sulla penisola iberica non mi sarei mai trasferita) ma trasferirmi in Australia non lo avrei mai fatto! Troppo lontana e diversa, alle volte mi sembra una scelta dettata dalla disperazione, sicuramente mi sbaglio, non so.

    Tornare in Italia non è poi male, però non sottovalutare l’importanza della felicità. La felicità ti facilita la vita. Perché non scrivere voglio la felicità e la voglio trovare in Italia. Sarebbe perfetto :-).

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    • virginiamanda ha detto:

      Ciao, la ” felicità” a cui facevo riferimento bel post è quella che viene sbandierata a destra e a manca e che sembra che si possa ottenere solo facendo cose fuori dall’ordinario. Io di quel tipo di felicità ne faccio volentieri a meno, preferendole una ponderata serenità, che è quella a cui sto aspirando.
      Hai fatto bene a trasferirti a Maiorca, immagino ti stia riempiendo di sole dopo i lunghi anni in Svezia!
      Per quanto riguarda l’Australia, anch’io penso che molti mollino tutto e si trasferiscano qui per disperazione. Per fortuna non era il nostro caso 🙂

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  2. Val* (@grittylady) ha detto:

    Io ho vissuto un percorso opposto al tuo, lavorando per circa 10 anni in Italia, gli ultimi dei quali nel digital, uno dei settore più in crescita negli ultimi anni.
    Sono andata via un mese fa, e mi auguro di cuore di non doverci tornare. Certo, sono ‘fresca’ e non so come possa essere stare via per 12 anni. Poi sono andata in Portogallo, e non dall’altra parte del globo. Eppure posso dirti che – avendo avuto da tempo immemore l’idea di spostarmi – non è stato facile, a quasi 36 anni, scegliere finalmente di andarmene. Per i miei genitori, per mia sorella, per mio nipote e perché non ho la stessa freschezza e incoscienza dei 20 anni. Eppure l’ho fatto, felice per l’occasione ma anche con il cuore gonfio e la rabbia di chi in un certo senso si sente costretta (e ripeto, lavoravo in uno dei settori più innovativi…). Sono certa che queste cose le sai e che non ti sto dicendo nulla di nuovo. Quello che più mi sgomenta del nostro Paese, tuttavia, non sono gli stipendi bassi, la mancanza di meritocrazia e via dicendo (che pure alla lunga sfiniscono). Sono la brutta aria che si respira, l’odio, l’ignoranza, il populismo dilagante… quelli mi sconvolgono. Perché è il *mio* Paese e vederlo così mi ferisce oltre ogni misura, anche perché mi sembra un punto di non ritorno. Per questo preferisco – adesso – essere straniera tra stranieri, parlare una lingua che non è la mia, impararne una nuova. Penso che ognuno abbia i suoi percorsi, probabilmente per te è ora di provare a tornare ‘a casa’, e poi vedere cosa succede :-). Ad andare via di nuovo, del resto, ci si mette davvero poco. In bocca al lupo!

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    • Finally Mallorca ha detto:

      Val*, come ho scritto sopra non vivo in Italia e non lo faccio ormai da più di 16 anni. Quello che tu scrivi sulla brutta aria che si respira in Italia, l’odio. l’ingnoranza ecc. che c’è è l’idea che mi sono fatta leggendo qua e là nel web.

      Sei stata coraggiosa ad andartene! Ti auguro tutta la fortuna possibile!

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    • virginiamanda ha detto:

      Val, ti faccio un grandissimo in bocca al lupo per il tuo trasferimento!
      Sei stata coraggiosa, ma non per il fatto di esserti trasferita all’estero, quanto più per aver individuato il problema e aver scelto di trovare una soluzione!
      Il Portogallo è una terra magnifica e ti troverai sicuramente bene.
      Se mi posso permettere un consiglio: non vivere questa avventura con l’amarezza del “sono stata costretta ad andarmene” ma con la gratitudine a te stessa per questa nuova opportunità che ti stai dando.
      Per quanto riguarda me, sì, hai ragione, quello che evidenzi dell’Italia non mi è affatto nuovo, ma l’impressione che mi sono fatta è che molto del clima che si respira sia dato dal confondere i social con la vita reale. Dopo cinque mesi che non mettevo piede in Italia, a luglio sono tornata con una certa preoccupazione: a leggere Twitter tutto il giorno mi sembrava che fossimo sul baratro della civiltà.
      Purtroppo ( o per fortuna) la connessione internet non funzionava a casa dei miei e io sono rimasta 3 settimane senza leggere commenti nè pungenti analisi politiche. Le ho passate a parlare con le persone che mi stavano attorno e con sollievo ho potuto constatare che siamo meglio di come appaiamo nei social! Baci e in bocca al lupo ♡

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  3. C ha detto:

    Ciao, ad ottobre saranno 10 anni che vivo all’estero: Olanda, sud Germania, Francia, nord Germania. Ti capisco benissimo! Ti auguro di poter tornare presto. Non perdere la tua identità. Nell’attesa, cerca di trarre il massimo beneficio da questa tua avventura e tieni duro! 😘

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  4. Solare ha detto:

    Wow! Questo tuo post è bellissimo e non lo trovo amaro ma profondo come solo chi ha varcato tanti confini può essere.
    Mi sono riconosciuta in molti dei tuoi pensieri anche se io anagraficamente sono ben più vecchia di te ma, la mia età di vita all’estero è la tua stessa età: 12 anni, più uno in giro sola per l’Asia. Il mio compagno è straniero e se non fosse per l’anima che riconosco al di là della lingua, in effetti fra vivere in Australia e parlare sempre inglese con un inglese, ci sarebbe di che preoccuparsi.
    Credo che a volte ci voglia coraggio anche per dire adesso basta, torno a casa. Fuck la cittadinanza, il futuro in terra australe etc..Ho avuto migliaia di questi pensieri, io neanche ci volevo davvero venire in Australia,cioè diciamo che dopo le prime impressioni già me ne volevo andare, quindi ti capisco, eccome se ti capisco. Potresti tornare solo per un anno o due e vedere come va, farti tornare la voglia di fuga e in questo caso se tu avessi il passaporto australiano sarebbe poi facilissimo rientrare. Questa è stata la motivazione che mi sono data io più volte, oltre al fatto che il mio compagno non è molto propenso a vivere in Italia, vacanze si ma vita no. E cosi se tutto va bene a dicembre partiamo per un lungo giro in sud America perché ultimamente il mio sogno si chiama Argentina….ma che te lo dico affa’! Sarà la normale reazione dopo anni di paesi anglosassoni…un po’ di vitalità, cultura, colori, musica e passione, tutto quello che manca in questo paese. Questo paese non è solo lontano ma e’ vuoto, poco vivace da un punto di vista umano e quindi difficile a volte ma e’ vivace da un punto di vista di mobilità. Puoi cambiare città e lavoro in un attimo e questa libertà di movimento non è poca cosa ma certo sempre agli antipodi del mondo. Comunque buon rientro 😉

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    • virginiamanda ha detto:

      Eccomi! Sì, vedo che abbiamo condiviso tanti pensieri e mutamenti d’animo!
      Non so come sia stato per te, che sei molto più esperta di Australia e vita quaggiù, ma tra le varie mancanze che hai elencato ( scarsa vivacità culturale, distanza etc) una di quelle che mi pesa di più è il confronto con qualcuno di simile.
      Quelli che trovo sono: scappati di casa (gente con situazioni lavorative, familiari, personali pessime che hanno fatto terra bruciata prima di partire e non tornerebbero mai indietro) che si adatterebbero anche a pulire i tombini con lo stuzzicadenti, pur di non tornare, entusiasti (gente che magari in Italia stava pure bene, ma è innamorata dell’Australia) che andrebbero anche a mettere la merenda nei marsupi dei canguri pur di rimanere e mogli annoiate che dove stanno è ininfluente, basta che abbiano la carta sempre piena e possano fare Pilates.
      Faccio davvero fatica ad esprimere esattamente le tue sensazioni e tentennamenti, fatti di considerazioni ponderate e analisi di scenari possibili con gente così!
      Quindi per quieto vivere sorrido e dico che va tutto bene… mentre pianifico la fuga!
      E tu? Quando parti per l’Argentina? L’unico consiglio che mi sento di darti è: fa un corso fotografico prima, perché certi paesaggi andini sono mozzafiato! (Io ho visto quelli tra Salta, Cafayate e La Puna: spettacolari!). Se ti interessa, dà un’occhiata ai lavori di Silvi Gattmaier (dovrebbe chiamarsi così): posti stupendi! Che invidia! ♥

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