E così, siamo arrivati a Bali.

Ieri in aereo ci pensavo,  che è stato un periodo intenso,  sempre con il fiato sul collo da una parte e il senso di colpa perenne dall’altra, mentre mi sistemavo il cappuccio del mio cuscino stratecnico comprato a Shangai (dai, quest’anno di frequenti trasferte cinesi almeno ha portato qualcosa di positivo: un ottimo cuscino da viaggio, con cui mi posso chiudere in me stessa e dormire) e l’unica parola che riuscivo a produrre era:”Ahhh”. Un sospiro di sollievo.

L’altroiri ero con i miei nonnini australiani (un quartetto che mi ha adottato e non vede l’ora di riempirmi di regali) e parlavamo dei cambiamenti.  Giovanni (ho dato loro dei nomi italiani di fantasia), uno che nella vita si occupava di software e lavorava duro,  finché non ha deciso di aprire la propria attività e assumere quello che prima era il suo capo (questo per spiegare il personaggio, vien da sé che vada molto d’accordo con l’Orso) ad un certo punto, mentre noi blateravamo di come vada di moda scrivere articoli su quelli che mollano tutto e se ne vanno,  ha affermato:”Secondo me il cambiamento non esiste”.

Ma come?  Ma cosa stai dicendo?

Ha detto che crede molto nella teoria dei Qantum.  E mi ha guardato,  convinto che io (che ho fatto il classico linguistico, e mi sono laureata in Italianistica e Linguistica) lo seguissi. Ma io naturalmente avevo l’espressione della mucca che osserva i treni passare.  Muuuuuh!

( Poi uno dice ‘perché ti circondi sempre di ingegneri?’, perché mi insegnano le cose che non so. La settimana scorsa mi aveva spiegato il binding data,  per dire).

Quindi,  pazientemente,  si è messo ad illustrarci il suo pensiero.  Ha detto che la vita è costituita da un flusso continuo di piccoli puntini, che potremmo chiamare ‘momenti’, e che in ognuno di questi noi facciamo delle piccole scelte.  Il risultato è la nostra vita.

Lui non crede a chi si sveglia la mattina e dice “Oggi cambio tutto”, batte le mani e -ta dà- quel giorno è il giorno del “cambiamento”, che ricorderà per sempre.

Eravamo tutti un po’ perplessi,  e quindi ci ha fatto questo esempio.

“Immagina di essere dentro un’auto che si ferma all’improvviso mentre stai attraversando i binari. Vedi che un treno sta arrivando. Cosa fai? ”

Lui sostiene che la maggior parte delle persone starebbe all’interno dell’auto ad impanicarsi e ad arrovellarsi: “Oddio,  cosa faccio?  Provo a rifarla partire?  La lascio qui? Scappo?” fino all’ultimo momento,  uscendo poi di corsa quando il treno è ormai troppo vicino.

Lui invece uscirebbe subito, non appena la macchina rimane bloccata.

Uhm.

È un punto di vista interessante.

Sto leggendo un libro che da tempo mi ripromettevo di iniziare: “I miei martedì con il professore” di Mitch Albom.

In una delle prime pagine il professore dà questo consiglio: “Non pensare che sia troppo tardi per impegnarti”.

È una frase banale,  forse.

Ma in me,  in questo preciso periodo,  ha risuonato molto di più di un consiglio scontato da classico libretto sulla ricerca della felicità.

Una piccola scossa.

Nei pellegrinaggi per il mondo che ho fatto in questi ultimi 12 anni (praticamente metà vita) è sempre arrivato il momento di rinunciare a qualcosa.  Con il tempo mi sono consolata, abituandomi a questo continuo altalenarsi di piccoli “Qantum” decisivi di “adesso farò” e altri di “ormai”.

Mi sono rassegnata a non poter avere tutto,  e me ne sono fatta scudo e scusa per evitare la delusione di non farcela.

Mi sono detta che era troppo tardi per perseguire la carriera a cui aspiravo e me ne sono costruita una nuova,  simile al 90%, ma non proprio quella che sognavo.

Mi sono gingillata con gli inconvenienti e gli inciampi del percorso,  per autogiustificarmi.

Ho a lungo meditato su me stessa e sulle mie capacità e debolezze,  per  giungere alla conclusione di non essere competitiva.

L’invidia è un sentimento che mi uccide,  provarlo mi fa sentire un essere meschino e patetico,  esserne la responsabile e l’oggetto mi mette a disagio perché mi espone a critiche e malignità, vivere sentendo di essere in una gara mi toglie ogni creatività e iniziativa.

Una volta appurato questo,  temo di aver confuso la competitività con l’ambizione,  e mi sono detta: io non sono ambiziosa.

Quella frase mi è saltata agli occhi.

“Non è mai troppo tardi per migliorarsi”.

Io non sono competitiva e vivrò sempre malissimo una gara, è vero,  ma sì che sono ambiziosa, sì che voglio di più.

Non posso pensare di dovermi già sedere ad aspettare la morte,  a 33 anni,  perché “più di così non potevo fare”.

Non voglio vivere in una lavatrice perenne, ci mancherebbe, ma posso fare di meglio.

Sia dal punto di vista lavorativo,  che come persona.

Si può dare di più,  cantavano negli anni ’90. E credo sia vero.

Con questo stato d’animo rasserenato e sanamente ambizioso, mi appresto ad affrontare questo mese di Bali, Regno Unito e Italia.

All’atterraggio,  mentre l’autista ci accompagnava a Ubud, guardavo fuori.

I fili della corrente ovunque,  le parole inglesi storpiate foneticamente, le famiglie in 4 su un motorino,  il traffico, i fedeli vestiti di bianco per la processione,  le bancarelle lungo la strada, i cartelli scritti a mano, la gente che suona il clacson per salutarsi,  i negozi di giocattoli, gli agricoltori fino alla sera sui campi.

Thailandia, Armenia, Turchia,  tanta parte di Italia.

Quando andiamo in vacanza cerchiamo questo: una vita più semplice. Perché non ci riusciamo e finiamo a morire nelle nostre città super tecnologiche, con i grattacieli e i contatti LinkedIn?

Eravamo quasi arrivati quando siamo passati a fianco ad un piccolo spiazzo dove una decina di ragazzi poco più che dodicenni chiaccherava seduto sui propri motorini.

Ho sorriso istintivamente.

Più avanti una signora accaldata si sventolava,  accomodata sullo scalino della porta del suo negozio.  Un vestito semplice a fiori.

Ho pensato alle sere d’estate e alla mamma seduta sul dondolo fuori.

Ho sorriso di nuovo.

Anni fa ho visto una scena del telefilm Castle che mi è rimasta impressa.  La figlia di Castle sta scegliendo l’abito per il ballo di fine anno.  La aspettano fuori dal camerino il padre e la nonna.

Lui commenta:”Mi sembra ieri quando le bastava un cerchietto rosa in testa ed un tutù per sentirsi la più bella del mondo”.

E la nonna,  inaspettatamente affettuosa e condiscendente: “Pensa che passiamo tutta la vita a cercare di sentirci di nuovo così”.

E adesso penso che passiamo tutta la vita a renderci conto che una sera d’estate,  seduti sul dondolo a guardare il tramonto sui campi con mamma e papà, è tutto quello a cui aspiriamo.

 

Buone vacanze a tutti.

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8 pensieri su “E così, siamo arrivati a Bali.

  1. giuliacalli ha detto:

    Ma quanto è vero tutto questo? La teoria del Quantum spiegata da Giovanni ha molto senso. Non l’avevo mai pensata in quei termini, ma ammetto che mi ci ritrovo molto. Nessun cambiamento forte nella mia vita è stato effettivamente il risultato di un “ora cambio tutto”, ma di un processo più lento e che avanzava in sordina.
    Buona Bali e buon mese di vacanze 🙂

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  2. Solare ha detto:

    Comunque secondo me siamo solo noi italiane che andiamo in giro per il mondo e ci commuoviamo per immagini che ci riportano a casa. O forse bisognerebbe viaggiare partendo da casa per avere tanta voglia di novità piuttosto che nostalgia. O forse più si viaggia e più si riesce a decodificare la nostra storia, il mondo da cui proveniamo e cosa di questo mondo più ci piace o ci manca o anche solo ci commuove. La teoria del quantum la condivido ma che il signore australiano, a dispetto di tutti gli altri comuni mortali che avrebbero panicato, sarebbe invece uscito subito dalla macchina….non saprei, mi sembra la solita puntina di arroganza tutta aussie! 😉

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    • virginiamanda ha detto:

      Tu dici?
      Non so se sia una cosa solo nostra italiana, nel mio caso ho notato come sia proprio cambiato il mio approccio al viaggio.
      Una volta avevo gli occhi più aperti e curiosi, oggi credo si sia abbassata la mia soglia di “scandalo” e vedo solo un’infinita continua umanità che si occupa delle stesse cose ovunque, solo in modo diverso. Noto come ovunque (nei posti dove sono stata, almeno) ci sia attenzione per i bambini, gli anziani, e come si festeggi o si cerchi di riunirsi. Quindi i miei voli mi stanno portando più ad un ri-conoscimento che non ad una vera e propria conoscenza.
      Non dico sia il modo giusto di viaggiare, eh, dico solo che ora è così per me.
      Poi forse la nostalgia è amplificata dal fatto che sto tornando a casa. Non è una vacanza a sé stante, è una tappa del ritorno. I miei sentimenti sono tutti intrisi di malinconia!
      Ma parliamo di te: come stai? Saresti uscita subito dalla macchina o avresti aspettato con il panico?
      Io riconosco che non lo so proprio!

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  3. Solare ha detto:

    Difficile dare una risposta perché non trovandomi veramente nella situazione ti potrei dire qualsiasi cosa ma chi lo sa poi cosa accade veramente nella testa di una persona quando si trova ad affrontare quel tipo di situazioni.
    Mi è capitato solo una volta di avere una specie di incidente che poteva essere la fine. In autostrada, ero da sola e ho fatto un testa coda sull’asfalto bagnato. Mentre questo accadeva ero calmissima, mi ricordo che ogni secondo sembrava un minuto e non apoena mi sono fermata ho riavviato la macchina e sono riuscita a parcheggiare in corsia di emergenza. Pochi secondi e il tir che è passato dopo di me mi avrebbe travolto e ciao. Non sapevo che in quelle situazioni ci si sente cosi calmi con la consapevolezza al massimo…ma chissà se sarebbe ancora cosi sui binari. Cercherò di tenere a mente casomai accadesse, che devo lasciare la macchina subito, senza esitazione! Buon rientro in terra Italica 😉

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  4. lisecharmel ha detto:

    ciao, era un sacco che non passavo per wordpress e mi ha fatto piacere trovare questo tuo post. anche perché un collega da tempo mi consiglia questo “i miei martedì con il professore” e io l’ho sempre un po’ snobbato perché ho mille libri da leggere, ma questa coincidenza forse vuol dire qualcosa.
    la teoria dei puntini la diceva un po’ anche Steve Jobs (connect the dots) nel suo famoso discorso e io l’ho letta anche in un libro degli anni Cinquanta che si chiama “Il meglio della vita” però a volte è vero che ci sono eventi più o meno grandi che ci fanno svoltare. nel mio caso personale forse sarei rimasta impantanata in una situazione lavorativa che non mi piaceva, ma mi hanno mandata via da quell’ufficio e per puro caso c’era aperta una posizione per il lavoro che volevo fare. non è che sono finita a fare comunicazione perché ho lottato con tutte le mie forze per riuscirci per dire… (ecco perché quando leggo dei risultati raggiunti con l’ostinazione sbuffo sempre un po’).
    Buona vacanza e buon rientro. Torta Pistocchi? 🙂

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