Povertà

Ieri ho letto una lunga conversazione su Twitter che mi ha fatto riflettere (e anche commuovere, un po’).
Era partita da questo tweet:

E così, mentre scorrevo ed entravo per un attimo nelle esistenze altrui, mi veniva da pensare: e io?

Perché, pur non essendo mai stata veramente povera (nel senso di non aver mai vissuto scene di miseria come quelle descritte: i miei genitori non hanno mai pianto alla cassa del supermercato, non hanno mai dovuto lasciare qualche prodotto perché non se lo potevano permettere, sono sempre riusciti a darmi non solo più pasti al giorno – e visto la bombolina che ero direi che forse hanno pure esagerato – ma anche la mancia tutte le settimane e pagarmi  i libri e le gite all’estero, anche se eravamo una famiglia monoreddito e non navigavamo certo nell’oro) , queste storie risuonavano così tanto dentro di me?

Perché mi hanno colpita come se parlassero di qualcosa che conoscevo bene?

Così ci ho pensato un po’, e vista la mole di risposte, credo ci abbiano pensato in molti.

Perché, seppur in gradi diversi, ci siamo passati tutti.

Per me ci sono stati vari momenti, e tutti hanno avuto a che fare con la ricerca spasmodica di indipendenza ed emancipazione.

  • il primo anno di università. Per la prima volta ero da sola. E non solo, pur essendo l’ultima dei tre figli, ero la prima ad essermi trasferita per studiare. I miei fratelli avevano scelto università vicino a casa, e in venti minuti tornavano a casa dalla facoltà. (Mia sorella, che si era immatricolata quattro anni prima ad una università prestigiosa ma a mezz’ora da casa, quando scelsi un’università diversa dalla sua, e lontana, mi confessò di non aver neanche mai osato pensarci. Pensava che non ce lo potessimo permettere, e quindi aveva inconsciamente volato basso. Io, a quanto pare, sono più fantasiosa. E tignosa. Ho un ricordo vividissimo di un pomeriggio di maggio della quinta superiore in cui mio padre viene in camera mia e mi dice che devo cambiare scelta universitaria, perché con cinque buone università sotto casa, andare in un’altra città dove avrei dovuto pagarmi l’affitto, prendere i mezzi, pensare al cibo, era un lusso troppo grande. Ricordo di aver risposto, come sempre nella vita, alle batoste, va bene. E di aver pianto tutta la notte. E il giorno dopo, di essere andata a scuola e di essere scoppiata – io con tutta la mia testardaggine e il mio orgoglio- a piangere in classe. Di aver confidato ad una compagna – che conosceva la mia famiglia da prima di ritrovarci nella stessa classe, e quindi anche la bontà di mio padre- il motivo, e ricordo che lei era rimasta molto stupita. Dopo due giorni di sofferenza, mio padre venne a dirmi che aveva scherzato. All’epoca l’avevo presa come una grande, inutile crudeltà. Oggi so che non aveva scherzato, ci aveva provato. Ma poi si era reso conto che non avrei mai desistito. Ed effettivamente, non solo quella si è rivelata la facoltà giusta per me, ma ho poi lavorato solo ed esclusivamente in quel settore. Quindi, grazie papà.)  La mia prima volta sola ha coinciso con tantissime prime volte, ma quella fondamentale per me è stata dover fare i conti da sola. E con questo non intendo metaforicamente, in modo astratto fare i conti con la vita, ma proprio in modo pratico: contare gli euro nel portafoglio e sapere che una volta finiti, non avrei potuto chiederne altri. La prima volta in cui ho iniziato a vedere i prezzi, a capire che se compravo quella determinata pasta al supermercato poi non potevo prendere il caffè durante la pausa caffè, e che se prendevo il caffè al bar mi costava come tre caffè alla macchinetta, che se facevo colazione al bar tutte le mattine (come ero abituata a fare a casa, perché tanto, mi ci portava papà e pagava papà) poi non avrei avuto i soldi per il biglietto del treno per tornare a casa. Ha iniziato ad avere un ruolo nella mia vita il calcolo dei soldi, la consapevolezza mentale di avere una cifra da non poter sforare, la necessità di scegliere in base alle tasche (fare l’aperitivo con l’amica appena conosciuta significava mangiare riso in bianco per i prossimi giorni, prendere l’eurostar significava non avere i soldi per uscire il sabato sera etc etc…), e la paura di non averne abbastanza. La paura di avere una spesa improvvisa (la caparra per l’affitto della camera? La bolletta del gas? Due libri nuovi fondamentali per l’esame che non si trovano in biblioteca?) e non sapere come e dove trovare i soldi. Certo, ero ancora a carico dei miei, e anche se facevo qualche lavoretto, i miei fondi arrivavano da loro. Ma io non volevo chiederne troppi.

 

  • Il mio primo anno all’estero. Ero al terzo anno di università e avevo vinto il concorso per l’assistentato. Il primo stipendio sarebbe arrivato dopo due mesi. Per sicurezza, avevo lavorato tanto negli ultimi cinque mesi, per mettere da parte abbastanza per fronteggiare le spese del primo periodo.  E soprattutto per non dover chiedere soldi ai miei. (Ero io ad aver voluto andare via, a lavorare, prima di laurearmi, era una mia responsabilità, quel periodo, anche se poi ci avrei scritto una tesi sopra, e non volevo che ricadesse su di loro). Ma non riuscivo a trovare casa, e avevo dovuto allungare la permanenza nell’ostello di altre quattro settimane. Un salasso. E l’abbonamento ai trasporti, e le due caparre da versare più l’affitto quando finalmente avevo trovato un posto,  e la spesa molto più cara di quello che mi aspettavo. Ricordo un pomeriggio grigio, nella sede universitaria dove lavoravo, sperduta in mezzo alla periferia umida, spoglia, divisa tra terreni brulli e quelli in costruzione, sotto alla pioggia di fine ottobre. Ero partita da un mese. Mi sono fatta coraggio, ho messo l’orgoglio in un taschino dell’impermeabile (che avevo dovuto comprare da Etam, perché non c’avevo nemmeno quello – e che ho ancora -) e mogia mogia ho raggiunto una cabina telefonica. Ho chiamato a casa e quando ho sentito la voce di mamma sono scoppiata a piangere. Mia madre con il suo solito fare burbero ha affermato di essere stupita: sapeva che ero partita con dei risparmi, come era possibile che non avessi più soldi? E poi, più dolce, me lo ricordo ancora, e sono passati dodici anni, e ancora mi viene da piangere se ci ripenso, mi ha detto solo: Mi raccomando, mangia.

 

  • Il primo lavoro vero come insegnante. Ho sempre lavorato nel campo dell’insegnamento, ma ho cambiato un sacco di scuole, di forme contrattuali e di ruoli scolastici. E pure un sacco di Paesi, che certo non aiuta la continuità didattica né la costruzione di una carriera. Ma credo di aver fatto i passi giusti (o diciamo così, me ne sono convinta abbastanza bene da crederci): quando ero più piccola ed inesperta (e meno titolata) ho lavorato in ruoli con meno responsabilità, poi via via sempre di più. Il momento che ricordo di più non è stato il primo stipendio da insegnante vera. Quello non è stato il momento in cui ho capito che ce l’avrei fatta. E’ da quando ho ventun anni che percepisco uno stipendio più o meno corposo per insegnare. No, quello non lo ricordo proprio. Il momento in cui ho capito che non avrei più dovuto temere la cassa del supermercato o fare calcoli mentali per capire se potevo permettermi un biglietto aereo o no, è stato quando mi sono presa dei mesi per non lavorare. Avevo finito una supplenza quasi annuale e avevo già firmato il contratto  di ruolo per il successivo anno scolastico. Era marzo e dovevo aspettare agosto. E per la prima volta in vita mia non avevo bisogno di lavorare. Potevo stare tranquillamente ad aspettare che i mesi passassero senza ammazzarmi di lavoro, senza correre da una scuola all’altra, senza correggere in treno, senza dovermi svegliare alle cinque di mattina. La grande, immensa, incomparabile sensazione di poterselo permettere.

 

A quanto pare, dai soldi parte tutto.

Tutti dicono che i soldi non fanno la felicità, e in parte è vero.

Ma la tranquillità economica, ti permette di concentrarti su altre cose.

Quando non ne hai, di soldi, i pensieri finiscono sempre lì. La sudditanza psicologica nei confronti di quelli che ne hanno e che potrebbero sostenerti nel momento del bisogno (genitori, compagno, fidanzato, marito), ti porta ad accettare pesi o a sopire discussioni solo perché potresti trovarti in una situazione troppo critica e potresti dover ricorrere al loro aiuto. La vita si compone di accettazione passiva di ogni tipo di sopruso al lavoro perché poi se mi lasciano a casa come faccio?,  e si insinua la tentazione di fare pensieri definitivi ed estremi.

 

Anni fa venne a trovarmi una mia amica spagnola, a cui voglio molto bene. Era d’estate e io ero in un periodo di confusione (un po’ volontaria). Ero tornata dalla Turchia, avevo la testa tra le nuvole, e non sapevo se dare un’opportunità all’Orso oppure no. (E sappiamo come è andata a finire).

Lei è sempre stata una hippie, quando l’ho conosciuta, io avevo la testa rasata e lei i dreadlocks.  Ci siamo trovate fin da subito, e abbiamo sempre conversato poco dei fatti spiccioli (cucinare, bere, andare a feste) ma moltissimo della vita, della politica, della società, del futuro e della destinazione delle nostre vite. (Cose leggere, insomma).

Siamo andate a fare una passeggiata, e lei, probabilmente la persona più solare e sorridente che conosco (uno dei rumori più belli al mondo è la sua fragorosa risata, quando la sento so che sono a casa) ha iniziato a raccontarmi del suo ultimo anno, non proprio facile. Ci siamo sedute su una panchina, e lei mi ha riepilogato tutti i percorsi tentati per cercare di stare meglio e di emanciparsi da una relazione sentimentale velenosa che si trascinava da ormai troppi anni e che le succhiava le energie. Mi ha raccontato di aver iniziato a fare yoga, di essersi iscritta all’università per laurearsi in psicologia, di essere andata a fare delle sedute da uno psicologo.

“E lui ad un certo punto mi ha chiesto: ¿Y el dinero?”

E lei in quel momento era rimasta esterefatta: “¿Cómo qué el dinero? ¿El dinero? ¿Qué me importa a mí del dinero?”

E il tizio aveva iniziato a spiegarle pazientemente il valore e l’importanza dei soldi.

E lei me lo raccontava come si parla di una grande scoperta. Lei, vestita sempre colorata, con i vestiti presi ai mercatini, o fabbricati da lei stessa, sempre e perennemente senza soldi, con una vastissima conoscenza dei bar più economici della zona, era lì a spiegarmi che i soldi sono importanti.

Io ci ho ripensato, e in quel periodo, in cui non ero più così giovane da non capire, ma ancora abbastanza giovane per pensare di poterne fare a meno, è stato un discorso che mi è servito.

Quando vedo i ragazzi che arrivano in Australia e magari hanno una, due, tre lauree in tasca, non capisco perché si ammazzino di lavoro nei ristoranti, nei bar, nei pub, negli autolavaggi, nelle campagne a raccogliere la frutta. Mi chiedo sempre: ma perché a trent’anni non decidi cosa vuoi fare nella vita e persegui la tua strada? Perché non provi a cercare lavoro nel tuo settore invece che buttarti in uno faticoso e fisicamente impegnativo (che in Italia non avresti neanche guardato)?

Però forse dovrei ripensarci.

In fondo sono stata anch’io così.

E quando vuoi farcela da solo, non vuoi chiedere aiuto a casa, allora fai tutto quello che puoi. Non puoi concederti il lusso di aspettare l’opportunità giusta, di cercare nel tuo settore, perché devi pagare l’affitto tutte le settimane, la spesa, i trasporti…

Per me, una delle prese d’atto che mi hanno fatto passare da ragazzina ad adulta è stato proprio il riconoscimento del valore dei soldi.

Non c’è stato un momento in cui io abbia pensato alla cassa del supermercato “Oh che sollievo, sicuramente me lo posso permettere“, e se c’è stato, non me lo ricordo.

Ma ci sono stati tanti, piccoli attimi in cui ho sentito di potermi, un po’ alla volta, rilassare. E questo non vivere più sul filo del rasoio, avere il mese che finisce prima della paga e non viceversa (un’espressione bellissima che una amica olandese usò anni fa per definirmi la sua ritrovata indipendenza economica), fa tantissimo bene alla salute.

Per me, almeno, è andata così.

E per voi?

 

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8 pensieri su “Povertà

  1. startoveringermany ha detto:

    In un periodo della mia vita sono andata a fare la spesa con la calcolatrice e ho rimesso nello scaffale dei prodotti che non mi potevo permettere. In un altro ho mangiato patate per una settimana per non fare la spesa. In un altro ancora abbiamo detto a dei nostri amici con cui di solito organizzavamo un bbq, che per quella volta per cambiare avremmo mangiato un timballo di pasta con il macinato, quando in realtà era l’unica cosa che potevamo permetterci. In effetti su tre ricordi di periodi difficili, tutti fanno riferimento al famoso grocery shopping, forse perché è quello che più ti spaventa affrontare quando hai i soldi contati. Oggi non siamo ricchi, anzi. Non ci sono problemi a fare la spesa e a comprare anche qualche sfizio, ma ti posso confidare che in cuor mio sono sempre preoccupata fino a quando sul Pos della cassa del supermercato, non esce la scritta pagamento autorizzato. E guarda che non è una paura infondata 😀 In un periodo in cui guadagnavamo tanto, andammo negli Usa e all’improvviso la carta di credito ci venne rifiutata; i vecchi timori e le incredibili ansie vennero di nuovo a galla. In quel caso dipese dall’impiegato di banca che aveva inserito un massimale troppo basso e noi ci ritrovammo dall’altra parte del mondo, senza un dollaro in tasca e con la banca in Europa con il nostro conto più che corposo, ma inutilizzabile . Riuscimmo a risolvere, ma DOPO ridemmo un sacco al pensiero che malgrado quel temporaneo periodo di ‘ricchezza’ saremmo rimasti sempre “poracci dentro” 😀 😀 E va bene così 🙂

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    • virginiamanda ha detto:

      Grazie per aver condiviso la tua storia!
      (A volte temo di scrivere al muro e invece leggere i tuoi commenti mi tira sempre su di morale!)
      Sai che io credo che essere “poracci dentro” sia in realtà una grande benedizione?
      Il fatto è che, nonostante le vie e i salti che può fare la vita, essere passati per periodi di difficoltà economica ti permette: di mantenere l’umiltà di fronte al prossimo (è difficile fare lo spaccone con qualcuno che assomiglia a te o a come eri tu); e di ridimensionare le difficoltà, perché quando sei passato per periodi di magra, e sei sopravvissuto tanto da rimetterti in piedi e darti stabilità economica, sai che hai le risorse mentali per farcela anche quella volta.
      Il tuo racconto del viaggio negli USA mi ha fatto sorridere, io quando sono in vacanza ogni tanto ci penso, poi guardo l’Orso, che è la persona che più ha le cose sotto controllo del mondo e mi rilasso: mal che vada laveremo i piatti.
      😀

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  2. giuliacalli ha detto:

    Anche io sono cresciuta in una famiglia di 5 persone e monoreddito (almeno fino a quando avevo 14 anni) e ho studiato lontano da casa con la preoccupazione di non spendere troppo per non pesare eccessivamente sui miei (e questo mi ha portato a fare una vita veramente morigerata ai tempi universitari). Paradossalmente però il momento in cui mi sono sentita più povera è stato quando ho iniziato a lavorare a Milano: il mio primo lavoro, ma con un contratto di stage. Prendevo 700 euro al mese, ne pagavo 400 per la stanza in affitto e per fortuna l’azienda per cui lavoravo mi offriva il pranzo nella mensa aziendale. Era un pranzo a buffet, e ricordo che mangiavo TUTTO, dall’antipasto al dolce perché così potevo mangiare leggero a cena. Credo che una parte di me sempre si sentirà figlia di quelle esperienze e ancora oggi, pur avendo uno stipendio stabile, non riesco a evitare di essere formica e fare sempre un bilancio mentale entrate/uscite quando spendo i miei soldi.

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    • virginiamanda ha detto:

      Ma infatti, come dicevo sopra a StartoverinGermany, essere passati per periodi di ristrettezze, oltre a permetterti di godere di più di quelli di stabilità economica, ti dà per sempre l’umiltà e la capacità di sapere che ce la puoi fare anche con “poco”. A me sembra una cosa bella, pur non essendo la povertà un valore di per sé, penso che essere riusciti a scavalcarla dia una marcia in più.
      E comunque, mamma mia, che vita deve essere stata con 700 euro mensili a Milano, ci credo che mangiavi tutto a mensa!

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  3. laformicascalza ha detto:

    Lavoro stabilmente come insegnante di italiano L2 da 6 anni, cioè da quando ne avevo 25 anni, eppure ancora non riesco a rilassarmi.
    Essere cresciuta in una modesta famiglia della campagna veneta mi ha insegnato a vivere come una formica perché “non si sa mai” e se oggi va bene, domani chissá….
    Durante gli anni dell’università e nei primi anni di lavoro sono sempre stata (esageratamente) oculata nelle mie spese, ultimamente ho invece allentato un po’ la presa e iniziato a concedermi qualcosa in più. Nonostante lo stipendio sia buono e stabile da anni, una parte di me pensa sempre che un giorno potrei trovarmi in difficoltà perché non è che il mondo stia esattamente aspettando solo insegnanti di italiano da ricoprire d’oro.
    Nella mia famiglia non esistevano sfizi e godere era peccato; credo che questo mi abbia fatto crescere con un senso di colpa perenne: se sto bene o se mi concedo qualcosa mi sento sempre in colpa.
    Quindi no, ancora non mi sono rilassata, nonostante lo stipendio e i risparmi in banca (forse vivere con uno stipendio buono ma normale in una città in cui le persone mediamente guadagnano TANTO non aiuta)

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    • virginiamanda ha detto:

      Intanto grazie per il tuo commento Formica, e bentornata!
      Premetto che non voglio fare della psicologia spicciola basandomi su un commento ad un post, ma c’è qualcosa che non mi è chiaro in quello che racconti.
      Conosco bene (oserei dire benissimo) la condizione lavorativa degli insegnanti di italiano L2 e pochi possono permettersi di dire di avere uno “stipendio buono e stabile”. Se è così per te, (a parte farti tanti complimenti, perché so che non è facile!) immagino tu sia di ruolo in una scuola o in un Cpa. Se è così, perché sei ancora così preoccupata delle tue riserve finanziarie? Voglio dire, se puoi contare su un’entrata media (anche se è in una città dove le persone guadagnano di più, ma in fondo chi se ne frega di cosa guadagnano gli altri, una volta che stiamo bene noi), mensile, puntuale, che ti permette di mettere da parte più di un terzo della stessa dopo aver coperto le spese fisse, perché la vivi così male?
      Non ripensare all’infanzia e all’adolescenza con recriminazione, la tua famiglia anche se modesta ti ha comunque permesso di studiare e intraprendere una carriera che ti dà soddisfazione, per cui lasciati alle spalle le eventuali ristrettezze che ti hanno in ogni caso aiutata ad arrivare lì dove sei.
      Purtroppo conosco molte persone che invece pur di lavorare nell’ambito dell’insegnamento L2 si sono indebitate, devono inseguire i bandi e i concorsi, lottare per poche ore, correre da una scuola a un centro, offrirsi di lavorare gratis nel volontariato per aspirare ad avere un qualche ruolo retribuito futuro, e sono state obbligate ad aprirsi una partita iva, la cui gestione richiede altro tempo e risorse.
      Se tu ti trovassi nella seconda situazione il mio consiglio sarebbe uno solo: cambia. C’è chi vive questa situazione di (effettivo) stremo con abnegazione, inneggiando alla “vocazione” e con tanta speranza per il futuro. Va benissimo per chi lo vive così e non soffre nel non sapere mai se e quando lo stipendio arriverà e quanto sarà.
      Se tu, per motivazioni personali e familiari, vivi male il non ottenere un’adeguata retribuzione per quello che fai, ti consiglio di aprire i tuoi orizzonti a professioni che garantiscano un’entrata mensile fissa e che ti possano permettere una pianificazione del tuo futuro più serena.
      Come dicevo all’inizio, non volevo fare della psicologia spicciola, ma questo argomento mi tocca molto. Faccio formazione agli insegnanti e spesso mi trovo davanti persone che hanno accettato di tutto, svilendo non solo la professione ma anche se stesse, e mi piange il cuore.
      Un abbraccio, e scusa se mi sono permessa più del dovuto. Magari ho sbagliato analisi, e me ne scuso.

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  4. laformicascalza ha detto:

    Grazie del “bentornata”, ma in realtà non sono mai andata via. Non scrivo più, ma leggo sempre i miei blog preferiti. Il tuo è tra questi, anche se non commento mai.
    In realtà non lavoro in Italia, ma all’estero. Sono lettrice in una università in cui però le iscrizioni alle facoltà linguistiche sono in drastico calo, per cui si potrebbe arrivare a breve a una chiusura dei dipartimenti. Ecco spiegato il perché di una situazione ora molto favorevole, ma con limitate prospettive per il futuro. Certo, l’orizzonte temporale è limitato ma non limitatissimo, per cui spero di avere il tempo per riorganizzarmi e trovare alternative.
    Il commento riguardo alla città è invece dovuto al fatto che qui è difficile per persone con uno stipendio normale (diciamo 2000/2500 euro) trovare una casa (o addirittura un monolocale) in cui vivere da sole. Io in questo momento sono in coppia, ma so che se fossi da sola avrei difficoltà a trovare casa.
    Tutto qui.
    Grazie di esserti presa del tempo per rispondermi

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