La rivincita dell’esibizionismo sulla timidezza

Negli ultimi tempi (e dato che ho pensieri che ci mettono ere geologiche a formarsi, per me sono da considerarsi gli ultimi quattro o cinque anni) ho notato come siano scese sempre più in basso – nella percezione collettiva – delle caratteristiche a me molto care: la timidezza e il senso della vergogna.

Non le considero delle qualità assolute, ma mi hanno sempre fatto molta simpatia.
Io voglio bene alle persone timide. Mi piacciono le persone che sanno cos’è il pudore.
Mi sembrano persone con una struttura morale, o molto vicine al proprio intimo, tanto da saper scegliere quando, come e a chi parlare.

Ma negli ultimi anni, ho scoperto, all’inizio stupita, poi sempre più -ahimè -abituata, che questi non sono più tempi per i timidi.

E l’ho notato in molti ambiti.

A scuola, per esempio. Il professore carismatico, che fa battute, che si lancia a fare un balletto, che prende la parola per primo nelle riunioni, che chiama l’applauso nei momenti di convivialità, che ride a voce più alta, che manda email collettive a tutto il personale scolastico quando fa un’attività con la tecnologia, o manda un video di una canzone divertente a tutti gli insegnanti per tirare su il morale di lunedì mattina…
è quello più considerato.
Il genere che chiameremmo “un leader naturale“.

Però poi, magari, entrando nelle sue classi ed osservando attentamente, ci si accorgerebbe che le sue lezioni di scienze sono approssimative, le sue spiegazioni di grammatica poco chiare e poco curate, la sua pronuncia oscura e non standard, la sua conoscenza degli autori e delle fonti superficiale.
(E la sua abilitazione non pervenuta).

Ma è uno che piace, uno che parla e che rompe il ghiaccio, i ragazzini lo adorano.
Anzi, il preside lo prende da modello, gli dà incarichi di responsabilità, lo premia. Lo mette in prima fila quando ci sono le serate con i genitori o le giornate di porte aperte.

L’insegnante taciturno, che sorride e che aspetta il proprio turno per parlare, che non sgomita alle riunioni o alle serate con i genitori, che ha orrore di parlare in classe di qualcosa che non sa, che si prepara con cura le lezioni, non è che non sia rispettato. Ci mancherebbe.
Ma è tenuto poco in considerazione. E’ un onesto lavoratore, punto.
Ma certo non è il primo che ti viene in mente se devi nominare qualcuno che vada all’“extra mile”.

Nei social, poi. Quando io ho iniziato a scrivere i miei pensieri su fogli digitali era il 1998, e quando ho iniziato a pubblicarli sulla rete il 2002 o 2001. Splinder è arrivato (per me, per molti c’era da prima!) nel 2007 con un blog che si chiamava (indovina!?) Virginiamanda. Le persone che mi leggevano, e quelli che io leggevo erano persone timide.
Persone che non dicevano tutto quello che pensavano ai loro amici o familiari, e che usavano il blog per esprimersi.
Persone che si sarebbero vergognate se dei conoscenti (o peggio, dei parenti!) avessero scoperto che loro raccontavano la propria vita su internet.
Li avrebbero considerati dei disadattati, dei maniaci. Degli sfigati senza una vera vita sociale.
Infatti, per coloro che avevano un blog e un nome fittizio, l’arrivo di Facebook era sembrato un’assurdità.

“Ma perché mai dovrei farmi vedere con la mia faccia? Perché mai dovrei metterci il nome e cognome sui miei pensieri in libertà?”

La bellezza della rete era l’anonimato.

E finché c’era stato l’anonimato, era stato il regno dei timidi.
Ma proprio l’anonimato aveva tenuto alla larga gli esibizionisti e gli spavaldi.

I vanitosi invece erano stati ben felici di accedere a questo nuovo strumento: Facebook, un posto dove tutti possono vedere quanto sono bello.

Era finito il regno dei timidi.

E naturalmente, distrutto quello di coloro che provavano vergogna nell’esporsi.

Welcome, esibizionista!

Nei colloqui di lavoro, poi, non ne parliamo.
La rete pullula di consigli su come parlare e come controllare il linguaggio corporeo per sembrare più sicuri di se stessi.
Non è importante quanto si sia competenti. E’ importante quanta faccia tosta ci sia nel convincere il selezionatore di essere la persona giusta.
E siamo diventati tutti così ossessionati dal dover apparire sempre “al top” della forma, dell’autostima, del fascino che anche per professioni che non le richiederebbero come qualità prioritarie, si viene spinti a farne mostra.
Voglio dire: se devi fare l’istruttore in palestra, è giusto che ti venga chiesto di essere un trascinatore, uno che tiene alla propria forma fisica, uno che sa coinvolgere, oltre al fatto basilare di sapere la tua disciplina o sport.
Se ti candidi come venditore per un’azienda, io devo sapere che oltre a conoscere bene i prodotti, tu abbia la dote dell’ascolto, dell’empatia, la battuta pronta, l’umorismo, l’arte di saper sciogliere la tensione e il dominio della delicatissima fase che si trasforma dalla persuasione all’acquisto.

Per me è assolutamente scontato che per certi lavori sia necessario possedere il giusto carattere. Se quel lavoro assomiglia molto al tipo di personalità che hai, allora sia tu che l’azienda avete fatto tombola.

Quello che, invece, mi inquieta è che queste doti di espansività, charme e leggerezza vengano ritenute fondamentali anche per professioni dove il contatto con il pubblico è minimo o addirittura inesistente.
Cosa me ne faccio di un analista dati socievole? Di un programmatore divertente? Solo perché con il loro carattere colpiscono, questo non deve oscurare la prima grande qualità da cercare in un lavoratore: la competenza.

Io non sto dicendo che, allora, siamo autorizzati ad essere tutti dei mostri insensibili che non salutano i colleghi perché tanto lavoriamo con il computer e non ci vede nessuno; sto solo dicendo che dovremmo dare una priorità diversa all’estroversione nella scala dei motivi per assumere una persona.

Ma perché si è creata questa situazione per cui i timidi sono considerati carta da pareti (espressione evidentemente coniata in un altro decennio, non certo quello in cui le influencer si fanno le foto solo per evidenziare la carta da parati alla moda presente in ben quattro metri quadrati nella loro stanza da letto) e gli esibizionisti i re della festa?
Beh, è sempre stato così. I timidi bevevano fanta negli angoli e i più scafati andavano a ballare con quelle carine.
Le timide bevevano fanta e le più scafate andavano a ballare con quelli carini(e facevano finta di essere ubriache con un bicchiere di spumante).
(Poi però i timidi e le timide almeno bevevano fanta insieme).

(Avrei un succoso aneddoto personale da inserire proprio qui, ma per una volta, non voglio che questo post parli di me).

Io però ho l’impressione che questa distanza sia aumentata, per via dei mezzi che usiamo per comunicare.

Per esempio, i video.
Un timido si punterebbe mai una videocamera in faccia per registrarsi mentre blatera di qualcosa e la metterebbe on line?
Con il rischio di essere visto da qualcuno che lo conosce?

Evidentemente neanche i video sono strumenti pensati per i timidi, o per gente riservata.

Ma c’è una versione più acculturata dei video di Youtube dei vlogger di turno: il public speaking o le “lezioni” TED.
Il primo a parlarmene fu proprio uno di quei colleghi trascinatori di folle di cui parlavo sopra.
“Io adoro TED, imparo un sacco di cose”, mi disse con il suo solito fare entusiasta il collega* sportivo che non si sa come era finito ad insegnare una materia per cui non aveva nessuna abilitazione (e nessuna esperienza).
Chi va a parlare a TED? Chi sa coinvolgere la platea. Non è importante che l’idea sia interessante o sia vecchia e ormai confutata (mia sorella, che per fortuna nella vita si occupa di tutt’altro, ebbe inconsapevolmente a girarmi alcuni video che parlavano di linguistica, convinta che mi avrebbero aperto dei mondi nuovi. Erano spiegati bene, gli oratori erano simpatici e dei grandi intrattenitori. Però parlavano di ricerche fatte anni prima spacciandole per novità e con pochissimo o nullo fondamento scientifico o già sbugiardate. Ma ampiamente condivise sui social! E’ ovvio che mia sorella, adesso, si faccia il segno della croce ogni volta che vuole mandarmi un link di qualcosa. Sì, lo so, sono una sorellina molto pesante), l’importante è che si possa spiegare in una decina di minuti, in piedi, facendo ridere, con qualche battuta, vestiti in modo casual e con un bel sorriso.

La vittoria degli esibizionisti.

Io credo che sia giusto spingere le persone più chiuse a sentirsi più sicure, e che sia utile avere il controllo della propria gestualità, soprattutto in situazioni di stress.

Ma non trovo per niente corretto che si considerino degli aspetti della personalità (come appunto essere socievoli) più importanti di altri come la riservatezza e il pudore.

Non voglio circondarmi di fuffa abbellita e divertente.
Voglio circondarmi di persone per bene, anche se magari non sanno sempre mettere il filtro giusto di Instagram alle cose che mi raccontano.

Viva la timidezza!

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La porta – Georges Salameh

* E’ una persona a cui voglio molto bene, e gli auguro di fare tutta la carriera che vuole. Io però non sopporto l’incompetenza e non sopporto che venga declassata rispetto allo charme. “Sì vabbè, non è abilitato e non è laureato nella materia che insegna, ma è tanto caruccio ed adorato da tutti gli studenti” per me non è una motivazione seria per assumere una persona.

Per concludere con un sorriso di speranza, guardatevi questo.
Da 34:20 al minuto 39:42.

Bravo Lorenzo.

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20 pensieri su “La rivincita dell’esibizionismo sulla timidezza

  1. scendodallenuvole ha detto:

    “La bellezza della rete era l’anonimato”. Condivido pienamente questa affermazione. Ricordo ancora che ci ho messo mesi prima di decidermi a mettere la mia foto sul profilo Facebook…non capivo proprio perché la gente volesse esporsi così. Oggi invece è praticamente obbligatorio, se non hai la tua foto sei strano o sei un fake…

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  2. Solare ha detto:

    Sono rimasta scioccata dalla notizia della professoressa che è stata legata alla sedia e insultata dai ragazzi della sua classe. Probabilmente era una timida e oggi quella è la fine che fanno i timidi che vengono ovviamente anche etichettatati come deboli e quindi se ne abusa. Condivido pienamente la tua opinione secondo cui la timidezza è anche pudore e quindi una certa caratura morale e forse è anche per questo che mi piacciono le persone quando sono riservate e low profile, non a caso il mio compagno è british e very private person. Hai notato che qui in Australia la timidezza quasi non esiste? Tutti parlano a voce alta, i bambini parlano e urlano con chiunque sia a tiro, gli adulti magari piangono per un nonnulla ma timidi mai…purtroppo!

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    • virginiamanda ha detto:

      Sì. Io purtroppo non mi stupisco molto degli abusi sui più deboli a scuola, perché ci ho lavorato e ho visto che il rispetto per gli altri e per l’autorità non vengono più insegnati. D’altra parte, se ti convincono che la noia è una brutta bestia e che si può insegnare sempre giocando, come farà il bambino a distinguerti dal compagno di gioco? E mentre abbiamo creato (giustamente) un mondo che difende e protegge i bambini, ci siamo dimenticati di difendere e proteggere gli insegnanti.
      Se nessuno comanda, tutti comandano, e se tutti sono senza senno, si arriva alla giungla.
      Tutto questo ottimismo per dire: sì, è vero, spesso i timidi passano per deboli.
      Ma è anche vero che i timidi e i riservati non fanno rumore, e quindi non possono essere quantificati. E io spero che siano sempre di più!
      Qui in Australia è vero, molta confidenza da subito, tanto che io a volte mi chiedo: “Ma chi ti conosce?” quando certi alunni (adulti) mi invitano fuori a cena o mi consigliano le vacanze o mi raccontano i funerali.
      Mah!
      Condivido la scelta di prenderti un British che ha delle barriere ben delimitate, io ho preso un Orso, che è espansivo solo con i commessi e non usa i social.
      Un abbraccio!

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  3. Solare ha detto:

    Espansivo con i commessi per strategia.lo faccio anch’io. Non posso spendere una fortuna in un negozio dove non ho prima stabilito un minimo ( eufemismo) di contatto con il commesso/a. Si entra un po’ in confidenza e poi da lì si inizia la shopping session …il tuo orso la sa lunga! 😂😉

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  4. szandri ha detto:

    Che bello il video che hai suggerito, bravissimi i ragazzi!
    Ho letto con interesse quello che hai scritto… sul lavoro mi sono spesso misurata con la preferenza riservata a chi è estroverso, capace di far battute e di coinvolgere, magari però rimanendo in superficie in termini di contenuti. Mi ha sempre molto irritata questa preferenza, anche se ultimamente mi è capitato spesso di chiedermi dove mi posiziono esattamente io, visto che mi sembra di non essere mai davvero preparata e nemmeno abbastanza coinvolgente. A volte mi chiedo se la mia non è per caso fuffa poco divertente!
    Per quanto riguarda l’insegnamento sono ancor più le domande che mi faccio, a maggior ragione visto che mi sto avvicinando al magico mondo della didattica: come bilanciare strumenti di apprendimento tradizionali e strumenti più ludici, meno impegnativi? Come essere bravi insegnanti (o semplicemente comunicatori) senza trascurare la profondità dei contenuti? Ci vogliono davvero competenza, progettualità e un grande, grandissimo equilibrio. Non ci si improvvisa, e sarebbe bello se prima di ogni cosa, e soprattutto prima di ogni esibizionismo, mettessimo appunto la competenza, la discrezione, l’essere per bene insomma, come scrivi tu.
    Quanto ai social, hanno sdoganato l’esibizionismo più inutile e mi stupisco nel ritrovarlo anche nelle parole di persone da cui proprio non me lo aspetterei… va a finire che mi chiedo se sono sbagliata io, a tenere quasi tutto per me, a filtrare mille volte i miei pensieri prima di condividerli o semplicemente a giudicare così duramente dentro di me chi non fa altrettanto.

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    • virginiamanda ha detto:

      Ma Szandri, ma tu sei veramente sicura di volerti avvicinare alla didattica?
      Scherzo, eh, ma come hai giustamente constatato non è per niente facile come sembra. Ci vuole tantissimo tempo e organizzazione, perché per pianificare le lezioni ci vogliono entrambi, e soprattutto ci vuole una grandissima motivazione. In altri campi si lavora su un progetto e poi lo si invia, questo viene approvato o meno. La lezione invece è il progetto, teorico e pratico allo stesso tempo, ed è in divenire. Non so a quale età tu ti rivolgi, ma se posso darti un consiglio ti direi di farti questa lista di priorità: preparazione, previsione degli imprevisti e delle domande, analisi dello spazio e del materiale, gestione del tempo, del ritmo e delle dinamiche (plenaria, coppia, individuale, gruppo…), gestione della classe e delle personalità. Quando hai approntato tutto, testalo su te stessa. Non dare mai attività che tu non capiresti o non faresti, mai superiori ai 20 minuti, e mai consegne lunghe o incomprensibili. Non dare per scontato che la tecnologia funzioni e che i materiali previsti ci siano né che vada tutto bene. Fatto tutto questo, vai pure col segno della croce. 😉
      Un abbraccio!

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      • szandri ha detto:

        Grazie per le dritte utilissime! Mi sto avvicinando alla didattica perché come guida lavoro tanto con scolaresche di tutte le età ed in quel contento – volente o nolente – mi tocca il ruolo di quasi-insegnante… soprattutto se gli insegnanti non aspettano che la guida per svignarsela! Farò tesoro dei tuoi consigli, non è facile catturare e mantenere viva l’attenzione di orde di quattordicenni e diciassettenni in gita scolastica!!! Un abbraccio

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        • virginiamanda ha detto:

          Beh allora ti consiglierei di investire soprattutto sullo “Storytelling”. Su Khan Academy avevo trovato un corso molto ben fatto e gratuito offerto dalla Pixar. Prova a darci un’occhiata. (E’ in inglese ma puoi rallentare il ritmo ed è pieno di video ed immagini per cui molto comprensibile).
          Poi, ti dico una cosa che ha funzionato con dei sedicenni in gita scolastica: la caccia al tesoro. Ti richiedere una grande pianificazione prima, ma poi la puoi riciclare con tutte o quasi le scolaresche. Li dividi in gruppi ed assegni una lista con dei punti. Ad ogni tappa darai la “pista” successiva, che dovranno capire da soli (ascoltando la tua spiegazione) oppure scovare (contando qualcosa, cercando qualcosa di cui hai parlato, anagrammando una scritta…). Alla fine prevedi un piccolo premio. Naturalmente i gruppi non possono essere troppo grandi, e hai bisogno dell’aiuto dell’insegnante. Trovo riprovevole che una persona pagata per avere piena responsabilità degli alunni se ne lavi le mani!
          Non so se nel tuo caso sia fattibile, ma fammi sapere cosa ne pensi!

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  5. PuroNanoVergine ha detto:

    Da timido non assocerei automaticamente timidezza a moralità o a essere persone per bene.
    Come in tutte le cose serve il giusto equilibrio.
    Ben venga un minimo di esibizionismo se è usato per coinvolgere i ragazzi (i colleghi…), senza prescindere, ovvio, da una competenza da esibire.

    p.s. la Fanta faceva cagare 🙂

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    • virginiamanda ha detto:

      Non associo automaticamente timidezza a moralità, mentre sì associo il senso del pudore ad una persona con una scala di valori.
      L’esibizionismo è di solito fine a se stesso.
      Per coinvolgere i ragazzi preferisco di gran lunga “il mestiere” (ovvero l’esperienza) che ti permette di astrarti dalla tua personalità ed indossare il travestimento necessario per coinvolgere ed essere comunque credibile.

      Ahah, che ricordi la Fanta, neanche a me è mai piaciuta, a dire la verità!

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  6. V@le ha detto:

    Io odio i timidi.
    I timidi mediamente sono persone estramamente permalose che non si mettono mai in gioco per paura del giudizio degli altri. Non accettano di fallire mai, piuttosto non ci provano.
    In genere sono anche invidiosi perchè vorrebbero essere protagonisti ma non riescono e sviluppano anche una certa cattiveria nel denigrare chi ci prova.
    Le mie più grandi delusioni in amicizia arrivano da persone timide che mi hanno fatto molto male.
    Personalmente preferisco le persone risolte.

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    • virginiamanda ha detto:

      Mi dispiace per queste tue brutte esperienze.
      Non mi sentirei di associare timidezza con permalosità o invidia.
      Inoltre non credo che una persona per niente timida sia per forza una persona risolta.
      Non mi piacciono gli estremi, sono generalmente cordiale con tutti ma (come ho detto più volte), preferirei che non mio blog non si usasse il verbo “odiare”, soprattutto se riferito a persone.
      Se vorrai passare ancora da questo blog ti pregherei di tenerne conto, grazie.

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  7. Monica ha detto:

    Ciao! io sono timida, o meglio tutti dalla scuola in su mi hanno sempre affibbiato quest’etichetta. A scuola mi hanno sempre detto o intimato di non essere così, crescendo ho cercato di combattere questo mio lato, senza peraltro mai riuscirci, ed infatti spesso sono entrata in crisi e mi sono detta no, è un mondo in cui l’essere timido non solo non è contemplato ma a volte sembra essere quasi vietato, bandito. Ma tant’è, in barba a tutti ora lavoro in radio (piccola e locale) con buonapace di questo mondo, che mai l’avrebbe creduto possibile. 🙂 Questo per dire che troppe volte la timidezza è un pregiudizio che acceca e vorrei tanto che la gente prima o poi riuscisse a comprenderlo e ad andare oltre. Ti ringrazio per scrivere questo blog, sempre interessante e effervescente!

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    • virginiamanda ha detto:

      Intanto grazie Monica di aver lasciato un commento.
      Ma sai che non sei la prima “timida autocertificata” che ha trovato lavoro proprio in un campo per niente da timidi? Spesso ho trovato timidi recitare a teatro!
      La timidezza è un aspetto del carattere ma non deve essere invalidante, e tu mi sembra che sia riuscita perfettamente a non renderla tale.

      Naturalmente grazie per i complimenti, “effervescente” giuro che non me l’aveva mai detto nessuno! 😀

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  8. Giupy ha detto:

    Giusta riflessione… però, se posso permettermi, secondo me l’antitesi non è esibizionismo-timidezza. Io per esempio sono tendenzialmente timida, però poi faccio presentazioni proprio in stile Ted Talk e quando insegno ho tutta una serie di numeri per risultare simpatica agli studenti. Sono solo tecniche che ho imparato e che applico perché, come tu dici, mo chiedono quello al lavoro e io ho da pagare le bollette. Non sono comportamenti spontanei. Cosi’ come fingo di essere molto amichevole anche durante momenti sociali in cui in realtà vorrei solo stare in un angolo a coprirmi con una coperta in modo che nessuno mi veda. Quindi secondo me non è tanto che gli estroversi hanno la meglio, quanto un certo modello che si sta imponendo e che la gente, volente o nolente, porta avanti.

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    • virginiamanda ha detto:

      Sì, sono d’accordo con quello che dici, ma quello io lo chiamo “il mestiere”, ne parlavo anche sopra nei commenti.
      Il nostro lavoro richiede di parlare in pubblico e di coinvolgere, per cui meglio imparare a farlo. Una volta che impari, indossi la corazza e vai.

      Poi nella vita privata fai come ti pare 😀

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  9. giuliacalli ha detto:

    Quando si dice “il post che cade a fagiolo”. Me l’ero perso quando l’hai pubblicato e lo vedo solo ora, alla quasi-fine di una settimana in cui sto riflettendo esattamente su questo tema. Sono da tempo alle prese con un “professore carismatico” che si comporta esattamente come descrivi tu, arrivando addirittura a dare la sua onnipresente opinione sul mio lavoro…insomma, io ci sto rimanendo un po’ secca.
    Sono sempre stata molto timida, ho imparato con moooolta fatica a dare la mia opinione, scrollarmi di dosso la paura quando lo faccio in ambito lavorativo. E mi sono sfidata così tanto da lanciarmi anche con il public speaking, come hai letto da poco. Ma fatico ancora molto a lasciarmi scivolare addosso il fastidio che mi provoca chi vuole esibirsi sempre, essere sempre presente, avere le mani in qualsiasi progetto.
    Io continuo a credere nella qualità del lavoro e confidare nel riconoscimento dovuto solo a quello, non a come mi vendo.
    È frustrante, e so che è sbagliato somatizzarlo, ma tant’è.
    Come dice Giupy, è un modello che si sta imponendo e chi di noi ha un’anima introversa ne risente parecchio.

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    • virginiamanda ha detto:

      Io con questo tipo di persone ho imparato a dare risposte ficcanti alla fine dei loro monologhi. Se il tizio si avvicina e mi dà la sua opinione sul mio lavoro, lo lascio finire e poi dico: bene, ora che so che hai un’opinione per tutto, quando avrò veramente bisogno di un tuo consiglio non esiterò a chiedertelo. Ora, dovrei finire di lavorare, grazie.
      All’inizio passi un po’ per permalosa o per scorbutica, ma le persone iniziano a capire i confini (e anche a rispettarti. Se non hai bisogno di opinioni altrui vuol dire che sai quello che stai facendo. E a lavoro questa è l’unica caratteristica che si dovrebbe notare.)
      Se tu sei molto organizzata e competente, non hai nulla da temere. Sentiti tranquilla e va’ avanti!
      Purtroppo dai piani alti non si riconosce sempre il buon lavoro, anche perché in tanti posti lo si dà per scontato. Quindi il mio consiglio è: quando fai qualcosa di spettacolare, infilalo in una conversazione. Chi deve capire, capisce.
      Un abbraccio!

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      • giuliacalli ha detto:

        Grazie!
        Avevo bisogno di leggere un commento così. Sto gia provando con le risposte secche ma dall’esterno mi “sento” proprio scorbutica, ma è vero che stabilire confini e farsi rispettare è la cosa più importante 🙂

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