Riflessioni cinesi/2

È da due giorni che nevica e che me ne sto rintanata nella mia camera al sedicesimo piano.
La più grande attività fisica che ho svolto nelle ultime 48 ore è stata sollevare il braccio e contestualmente premere il pulsante del terzo piano in ascensore (il terzo piano è quello del ristorante).
Evidentemente la mia pigrizia autoalimentante era già conosciuta agli inservienti dell’albergo che infatti hanno *dimenticato* di lasciare in camera il menù per il servizio in camera. Altrimenti te lo scordavi che mi alzavo, vestivo e arrivavo all’ascensore.
Quando ci mettevo una vita a scollarmi dal divano per andare a studiare, mamma mi diceva sempre: “Manco te fè, manco te farissi”.
Ci ho pensato in questi giorni, dentro la protezione della mia camera d’albergo, che per quanto mi riguarda è proprio così. Fosse per me, non farei niente.
Una persona con più ambizioni, avendo davanti giorni di nullafacenza completa in albergo avrebbe scritto un romanzo, avrebbe pianificato gli impegni di tutto l’anno, avrebbe eliminato ad una ad una tutte le incombenze accumulate.
Oppure avrebbe sfidato le avverse condizioni climatiche e sarebbe uscita ad esplorare.
Ma io non mi chiamo Messner, Marco Polo e neanche Susanna Tamaro (c’ho pensato a lungo ma non mi veniva un’omologa femminile di Fabio Volo).
E quindi ho trascorso questi giorni leggendo articoli che da tempo mi interessavano (- i link non posso metterli- come: “E tu, figli?” di Nadia Terranova su Il Foglio o “Perché ci vestiamo come alpinisti”) e scorso il flusso di Twitter, che mi è bonariamente concesso dalla direzione dell’albergo.
E vabbè, neanche stavolta niente degno di nota, ma la vita va così.
Ah sì, mentre stavo qui a considerare quanto fosse bello non lavorare, mi hanno contattato per una posizione lavorativa.
In Cina.

– Un’handicappata.
Da quando sono qui mi sento una scema. Vengo trattata dal personale come fossi un’incapace.
E questo mi ha riportato magicamente al 2010 e alla Turchia.
Certe cose che dai per scontate in base al contesto, del tipo: se entro in un ristorante e indico un tavolo, probabilmente voglio mangiare, non discutere di filosofia, qui non sono più valide. Lo stesso capitava in Turchia.
Davanti al tizio della reception avevo chiesto un telefono, mostrando sul vocabolario la parola “telefono” in turco, mimando il gesto di telefonare e chiedendo in inglese.
Niente.

Qui uguale.

La base comune, su cui tra l’altro si basano tanti libri di testo per l’apprendimento delle lingue straniere, qui non è più comune.

In un ristorante, indicare un piatto sul menù chiedendo cosa c’è dentro, chiedendolo in cinese e in inglese, non è facilmente comprensibile, e la risposta è sempre “Yes”.

Al tassista mostro il biglietto dell’albergo con scritto “per favore portami a questo indirizzo” in cinese. E lui si fa prendere dall’ansia.

Al banco informazioni dell’albergo a 5 stelle internazionale chiedere di prenotare il biglietto del treno per una città vicina, chiesto lentamente, in inglese, senza uso di parole nè strutture difficili, porta la tizia a farmi tornare in camera (per una volta che ero uscita) , per aspettare una fantomatica “telefonata”.
Mi chiamano al telefono per dirmi (suspense: a che ora c’è il treno? Che devo scendere per prenotare? Che servono i dati personali? Noooo) di aprire la porta.
Dopo pochi minuti bussa alla porta una gentile e sorridente signorina che mi consegna un foglio scritto a mano. Con le attrazioni turistiche principali della città che voglio visitare.

Vabbè. Tanto poi ha nevicato e non ci sarei andata comunque.

Ma ho l’impressione che appena ci vedono vanno in panico e anche le associazioni mentali semplici si confondono.

Poi, appena chiedo qualsiasi cosa le risposte variano da “è lontano” a “è pericoloso”.

Ho chiesto una cartina per andare in centro (2 km) e mi hanno chiamato un taxi. “Grazie ma non serve, vorrei andare a piedi”.
“No no, è lontano. ”

E mi ricordano le risposte che ricevevo in Turchia. Tutti si prodigavano perché io viaggiassi il più comoda possibile. Che non mi stancassi, che evitassi i pericoli, che non mi succedesse niente.
Ma cosa mi deve succedere?

E questo è tenero, magari può anche far piacere ma io lo trovo limitante.

– I giovani.
Allora, ritrovarsi dieci giorni in mezzo ad ingegneri sappiamo essere una cosa per niente invidiabile.
Vivo (per scelta mia, oltretutto) a fianco a uno di loro e mi basta e mi avanza.

Mi sono resa conto che vado d’accordo con quelli dai cinquanta anni in su.

Ci sono anche un paio di junior con cui ho avuto conversazioni di tale portata:
– Ah, tu vivi in Australia? Che bello, vorrei venirci anch’io!
– Beh, perché non lo fai?
– Eh dovrei venire con la mia ragazza.
– Sì, venite assieme, perché no?
– Eh ma lei vuole sposarsi, avere dei bambini…
– A parte che ci si può sposare e fare figli anche in Australia, ma niente vi vieta di fare questa esperienza e dopo fare figli.
– Eh ma come fai, poi i nonni vogliono vederli… e poi lei vuole fare figli subito, perché è già troppo tardi.
– Ma lei quanti anni ha?
– 24.

Vabbè.
Domani si va a Shangai!

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4 pensieri su “Riflessioni cinesi/2

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