Riflessioni cinesi

No, sto barando: sono riflessioni che faccio da un po’ ma solo ora ho il tempo di metterle giù.

– Oggi è un mese da quando siamo partiti dall’Australia. Ormai è più vicino il rientro della partenza, ma comunque è stata un’esperienza. Siamo stati in posti incredibili (Honolulu, New York, Cina) e abbiamo fatto cose che non facciamo mai: visitare due musei in due giorni, assistere ad un concerto jazz, spellarci le mani ad un musical, ma anche stare seduta per terra a fare versetti con la nipotina, farla ridere, abbracciare la mamma più volte al giorno.
Insomma, un mese intenso. E io come mi sento? Mi manca un pochino la routine, e avere un armadio ed un frigo invece di una valigia, ma sono contenta. (Si potrà dire o porterà sfortuna? Mah!).

– Quando ho detto che sarei andata in Cina, le risposte sono state:

-》 Copriti bene che morirai di freddo (no perché New York a meno dieci gradi sotto lo zero, era piena estate!).

-》 portati i fermenti lattici che ti verrà la diarrea (no perché i tre giorni chiusa in bagno che ho passato appena atterrata in Italia come li chiamiamo?
“Diarrea del viaggiatore” ha risposto il mio medico, sempre sul pezzo).

-》 Non bere durante il giorno, che i bagni pubblici cinesi fanno schifo (ah beh, sto facendo una tale vita vacca che sto fuori si e no cinque ore al giorno, e non ho ancora provato l’ebbrezza della toilette pubblica, ma mi sono sembrate come le nostre).

-》 Guidano come dei pazzi (ecco, effettivamente… l’altro giorno ho fermato un taxi e lui con assoluta nonchalance si è bloccato mettendosi di traverso tra due corsie, ma per il resto sono ancora viva – anche se non so per quanto! -).

-》 stai attenta a quello che mangi (ok! Ma se il menù è scritto in cinese e non ci sono foto ad un certo punto una si deve pur fidare).

-》 Vedrai che Pechino e Shangai ti stupiranno (Sì, ma io non vado a Pechino e a Shangai).

-》 Se vai a Pechino e a Shangai non vedi la VERA Cina, devi andare nei villaggi sperduti, lontano da tutti ( a parte che… ma vacci te, ma perché tutta questa ansia di allontanarsi dalle zone turistiche? Ma se sono turistiche ci sarà un motivo no?
Una mia alunna mi ha raccontato tutta entusiasta di un viaggio in Italia in cui era stata in quattro paesini dimenticati da Dio. E non aveva visto nessuna non dico delle grandi città d’arte come Roma, Venezia, Firenze, ma neanche di quelle mediamente conosciute come Mantova, Lecce, Lucca, Ferrara, Matera, Trieste, Urbino, Siracusa… niente. Era stata in quattro cittadine di cinquemila anime, perlopiù sconosciute ed era convinta di aver compreso a fondo “la vera essenza dell’Italia”.
Beh, che dire, de gustibus. Ognuno si fa le vacanze come preferisce.
Io onestamente non capisco perché uno debba partire dall’Australia per andare nell’Italia remota in inverno, ma è evidentemente un limite mio).

-》 Non bere il ghiaccio! (Ma tu sì pazz!? Ma chi se lo beve il ghiaccio a meno nove gradi? ).

-》 Attenta quando parli in cinese, siccome ci sono i toni, potresti in realtà insultarli. (Ed è per questo che ho torturato una sera Sì e l’altra pure i colleghi cinesi dell’ Orso. Io e il mio quadernino ci siamo messi sull’attenti a suon di “Come si pronuncia questo? E questo”. E l’invariabile risposta: “Se lo pronunci così [ segue perfetta pronuncia madrelingua da parte loro] significa quello che dici tu, se lo pronunci cosà [segue pronuncia mia] è un insulto”.
E vabbè, se siete permalosi non è colpa mia!)

-》 Se non capisci quello che ti dicono, digli “Pardon?”, se hanno fatto il liceo, sanno cosa vuol dire. (E questo è il consiglio di un cinese. La domanda che non mi sono sentita di fargli è: “E poi come la capisco la spiegazione?”).

– Ieri abbiamo preso il treno ed abbiamo percorso un migliaio di chilometri. Io sono una grande estimatrice dei treni e del sistema ferroviario italiano tesserò sempre le lodi ovunque nel mondo. Mi aspettavo di rimanere affascinata dal paesaggio. In realtà solo in pochi casi mi ha colpita positivamente (risaie ghiacciate e case basse) ma per la maggior parte si è trattato di grattacieli in mezzo a desolanti pianure. O grandi fabbriche, vicine a complessi di casermoni impersonali. In prossimità delle città queste costruzioni alte si infittiscono e mi fanno spesso pensare: ma questa gente, quando finisce di lavorare, dove va? Come si distrae? Come si diverte?
L’unico luogo di “svago” onnipresente che ho visto è il centro commerciale. Ma nei due o tre che ho esplorato, non ho visto quasi nessuno. I cinesi con cui ho parlato mi hanno spiegato che la gente compra quasi tutto on line e quindi i centri commerciali si sono svuotati. È per questo che si sono riempiti di ristoranti.
Alla mia obiezione che in una serata posso comprare in più negozi, ma cenare in un solo ristorante, hanno risposto che potrei provarne uno diverso tutte le sere.

– I taxi. Sono molto economici. Troppo. Com’è possibile che fare cinque chilometri mi costi meno di un euro? Per curiosità sono entrata in un supermercato per vedere i prezzi. Un dentifricio costa come tre corse in taxi. La mia domanda è: quante corse deve fare il povero tassista per fare la spesa? I tassisti eviteranno tutti di lavarsi i denti?

– Da sola. Se tralasciamo pochi giorni a Singapore, in cui l’Orso aveva dovuto raggiungere alcuni colleghi, questa è la prima volta che accompagno l’Orso in trasferta. Non sulla base delle mie competenze (quali poi!?) ma perché volevo vedere la Cina. Ok, non è Pechino né Shangai ma mi sto divertendo. La mia conversazione durante la giornata è ad un livello Tarzan, con molti grazie e per piacere (che probabilmente, ricordiamolo, pronuncio come insulti) e la gente mi osserva con diffidenza (ma non li biasimo, io non mi fiderei di una che fotografa lampioni e che involontariamente li insulta), mentre i bambini mi sorridono (ma quanto sono pacciocconi questi bimbi?). Insomma, mi sveglio tardi, faccio colazione con calma al buffet dell’albergo, tutti mi sorridono, sto un po’ distesa a impigrirmi davanti ai canali cinesi, mi vesto con lentezza, passeggio e provo ad ordinare qualcosa in cinese. Alla sera torno in albergo e qualche collega dell’Orso ci tiene a farmi provare una cucina diversa (ieri sera è toccato al fusion cinese, l’altra sera a quella meridionale -e deve esserci un comune denominatore di tutte le cucine meridionali del mondo, perché la maggior parte dei piatti era fritta). E io mi chiedo: ma davvero esiste una vita così? Le mogli expat che non lavorano (per scelta o per assenza di opzioni) vivono così? E al di là del senso di colpa (che è soggettivo, io quando l’Orso torna stanco mi muore un pezzettino di cuore), ci si sente bene a vivere così? Io sono in vacanza, tra un po’ torno al lavoro, ma mi incuriosisce. Siamo sceme ad aver sacrificato una vita apparentemente “protetta” ma che in realtà ci assicurava tanta libertà (banalmente, per nove ore puoi fare quello che ti pare) o siamo emancipate da questo per essere approdate ad una vita in cui il lavoro per nove ore al giorno ci toglie la libertà di fare quello che si vuole ma ci dà soddisfazione come persone?
Il sondaggio è aperto.

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8 pensieri su “Riflessioni cinesi

  1. startoveringermany ha detto:

    Secondo me dipende dalle circostanze, dal posto in cui ti trovi e dalla persona. Nella mia precedente esperienza di expat per amore ( accompagnai mio marito che avrebbe lavorato 3 anni all’estero) ebbi la possibilità di restare a casa senza lavorare. Grazie al contesto, frequentai ogni giorno altre signore expat con cui partecipammo a svariate attività settimanali e viaggi. Non mi annoiai per niente e vissi quel periodo da privilegiata come una grandissima opportunità, senza mai sentirmi in colpa. Oggi invece, tornata all’estero nel medesimo posto per scelta, vivo questo periodo in attesa di un lavoro con ansia, con la sensazione di buttare via il tempo e spesso mi sento sola. So che è solo una fase ed in questa ho bisogno di sentirmi utile, di riprendere la mia dimensione di donna lavoratrice e di contribuire al bilancio familiare.

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    • virginiamanda ha detto:

      È interessante la tua esperienza, proprio perché sulla tua pelle hai vissuto entrambi i lati della medaglia. Forse influisce anche la differenza tra essere in coppia ed in famiglia?
      Un abbraccio, non torturarti nell’attesa di un lavoro, esci, frequenta dei corsi comunali o gratuiti, a volte l’opportunità arriva anche conoscendo le persone.

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  2. giuliacalli ha detto:

    Ma insomma, in che zona della Cina sei? Io sono curioserrima! 😀
    Della Cina ho visto solo Pechino e confermo che vale la pena passarci 9 ore al giorno di piena libertà, se ti ricapita.
    Qualche tempo fa ho letto un ebook che si chiama “Prezzemolo & Cilantro: Storie di donne italiane in Cina”. Non è un’opera d’arte ma mi ha incuriosito molto perché parla appunto di un gruppo di donne espatriate in Cina con i loro mariti, piene di tempo libero ma anche alla ricerca dei loro obiettivi. E non si trovano ne a Pechino ne a Shangai 😉
    Io voto per il giusto equilibrio. Non mi ci vedo a essere una moglie a seguito senza degli obiettivi personali da seguire: credo che se mi trovassi in quella situazione finirei comunque per trovarmi un’occupazione, mi affannerei per trovare comunque qualcosa da fare, un progetto solo mio (pagato o meno, non credo sia fondamentale la differenza).

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    • virginiamanda ha detto:

      Sì, anche io la penso come te. Per lavoro ho avuto spesso a che fare con signore benestanti che si potevano permettere di non lavorare e il loro mondo nonché utilizzo del tempo mi ha sempre affascinata. Per molte di loro è esattamente come dici tu: si trovano un hobby, un obiettivo. Ne ricordo una in particolare, figlia di un ricco imprenditore, aveva lavorato a lungo con il padre, poi si era sposata con uno ancora più ricco e aveva lasciato il lavoro per aprire una onlus che si occupava di insegnare musica nei contesti sociali svantaggiati.
      Ecco, lì per lì mi aveva fatto sorridere, ma in fondo credo sia un modo per non perdersi di vista come persone, come entità individuali.
      Poi, forse molto ha a che fare con l’età e con i bisogni, personali e di coppia.
      Io non ho molte esigenze, non sono appassionata di shopping e non cambio quasi mai taglio di capelli. Avrei potuto fare la mantenuta da un sacco di tempo. Ma forse è la mentalità: non ce la faccio a pensare di non avere la libertà di disporre del mio denaro.
      Mah.

      Comunque, mi trovo (adesso) nella provincia di Jiangsu, molto caratteristica e piena di canali. Non so se riuscirò a vedere qualcosa delle città importanti, ma sono certa di tornare!

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  3. trentazero ha detto:

    Si ma anche loro ad usare parole che possono voler dire cose buone e caso cattive a seconda della pronuncia! Ma insomma! 🙂

    Dei menu’ scritti in cinese puoi solo che fidarti, hai ragione, non vedo altre alternative quando non hanno il menù turistico in inglese…

    I paesini Italiani belli, eh, ma certi (non faccio nomi che non vorrei offendere qualcuno) son proprio posti dove non vorrei dormire neanche una notte. 🙂 De gustibus!

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  4. agirlstravel ha detto:

    Non capisco, se uno deve aver paura di parlare ogni volta, come dovrebbe imparare il cinese (o una qualsiasi lingua)? Io personalmente avrò detto una marea di stupidaggini, ma ho sempre trovato persone ricettive che bene o male mi hanno capita (una gran parte del successo della conversazione in Cinese dipende dal contesto, in fondo le parole si assomigliano un po’ tutte!).
    Stesso discorso vale per Pechino e Shanghai… sarebbero la Cina finta? Io al momento vivo in una città di provincia e non ci verrei in vacanza nemmeno se mi pagassero 😀

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    • virginiamanda ha detto:

      “Marea di stupidaggini” mentre si parla una lingua straniera? Presente! Io infilo di quelle castronerie continue pure nelle lingue che parlo meglio, figurati in quelle che parlicchio o che non parlo affatto!
      Sulla città di provincia italiana ti dirò che io ho iniziato a rivalutarla, con il passare del tempo, chissà… sarà l’età! 😉

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