Abbracci avanzati

Mentre fuori ci sono 27 gradi, sul letto l’Orso russa il sonno dei giusti, e fuori tutta Honolulu gira imperterrita tra i negozi, io vorrei regalare degli abbracci di Natale alle persone che se li sono meritati quest’anno.
– Agli agenti della polizia ferroviaria, sul treno notturno delle 3 di notte a Bologna il 16 Aprile. Era la notte tra Pasqua e Pasquetta, loro erano in servizio ed erano stati avvisati del fatto che a bordo ci fosse un passeggero senza biglietto che si rifiutava di scendere. Era un uomo di circa 30 anni, alto e grosso. Sono stati mezz’ora a convincerlo di scendere, senza mai alzare la voce, senza ricorrere alle minacce o abuso della divisa. Lui continuava ad urlare, insultandoli e sfottendoli (“tanto non mi potete fare niente”). Parlando sempre in inglese a forza di please e gentilezza l’hanno fatto scendere e noi siamo potuti partire. Non sono sicura che l’educazione sia sempre l’arma giusta contro la prepotenza, ma – io, che per lavoro sono tenuta a contare fino a mille prima di arrabbiarmi- ho ammirato la loro pazienza. Un abbraccio forte a tutti voi.
– All’estetista che mi ha dato una forma umana pochi giorni prima del matrimonio. Adorabilmente complice e attenta mentre per un’ora e mezza mi sono sfogata di tutto quello che i preparativi e i sorrisi muti dei giorni precedenti mi avevano fatto accumulare. Meglio di una psicologa, grazie. Un abbraccio forte forte.
– Alla classe più divertente che abbia mai avuto, soprannominata “Le iene” per la loro proverbiale parola buona per tutti.
Per avermi fatto sentire in famiglia sempre, nel loro modo buffo e strampalato. Per il loro “bene la lezione oggi finisce cinque minuti prima” e la distribuzione del limoncello fatto in casa, per aver reagito facendo spallucce alla mia timida opposizione “Ma sono le dieci di mattina!?” affermando che si festeggiava il mio matrimonio. Un abbraccio a voi, esilaranti iene.
– Tra tutte le persone della mia famiglia che meriterebbero un abbraccio (e a cui verrà abbondantemente elargito tra pochi giorni) ne scelgo una: la mamma. Che quest’anno è andata a fare la nonna in un Paese di cui non parla la lingua, che ha assorbito con un sorriso e una battutaccia delle sue tutti i nostri malumori, mancanze, lamentele e stress. Che è stata sottoposta a gioie incredibili e impreviste in pochissimo tempo e pure ad una batosta senza precedenti, e ha mantenuto l’equilibrio di chi sa stare con i piedi ben piantati a terra. Ti voglio tanto bene mamma. Quando torno ti stritolo di abbracci.

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