“Orso! Ma veramente ci siamo sposati!?” – “Miii, amò che anzia!” – Ultima parte

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Il giorno X o il Grande Giorno o il giorno più bello della tua vita inizia esattamente come tutti gli altri giorni.

Suona la sveglia e ti alzi.

Prima quando immaginavo come sarebbe stato non sapevo quale sarebbe stato il sentimento dominante, ma mi aspettavo di commuovermi, o di agitarmi.

Credevo che sarebbe stato come la mattina prima della discussione della tesi di laurea: un po’ di ansia, un po’ di paura, un po’ di batticuore, un po’ di (sano) panico.

E invece no.

Io quella mattina mi sentivo soprattutto emozionata.
Ma la paura, l’ansia, il panico… per niente.

Mi sono alzata, e ho iniziato a vestirmi.

L’abito, appeso all’armadio mi guardava sornione.

Body, reggiseno color carne e – meraviglia – la vestaglia rosa di mamma.

Una vestaglia usata per la prima ed unica volta un novembre di trentadue anni fa, quando mamma aspettava visite in ospedale.

Ero appena nata io.

E mi sono messa buona buona ad aspettare.

Toc toc.

Era arrivata mamma.

“Bon, eora, sea zà rivà ea parrucchiera?”

(La mia famiglia si divide in poeti e prosaici. Mamma fa parte della seconda categoria).

“No mamma, arriverà tra poco”.

Driiin. Suona il telefono.

“Pronto?”
“Ciao cucci!”
“Orso, ma non possiamo parlare il giorno del m…”
“Sì, vabbuò, è che mi sono dimenticato le fedi”
“Ma come le fedi!?”

In realtà intendeva dire che le aveva dimenticate in camera mia.

“Mettile dentro allo zainetto e poi chiudi la porta. Io arrivo e le prendo”

Faccio quanto ordinato e mi rimetto ad aspettare con mamma.

Driiiin.
“Pronto?”
“E’ la reception, sono arrivati fotografo e truccatrice, faccio salire?”
“Sì, grazie e anche un cornetto ed un caffè macchiato!”

(Massive breakfast mi aveva ripetuto mio cognato negli ultimi giorni che ormai avevo interiorizzato: la sposa non mangerà niente durante il giorno, sforzati di fare un’abbondante colazione, mi avevano detto tutti)

Toc toc.
Bene mami, ci siamo, saranno arrivati.

E mi trovo davanti un immenso mazzo di rose rosse.
Con un bigliettino.
“Ti amo tantissimo”.

Oh l’Orsacchiotto.
Che tenero.

Arrivano: il fotografo, la truccatrice, la mia migliore amica e mia sorella.

E la preparazione scorre esattamente come ci si aspetta da me.
Cioè che invece di preoccuparmi di me, di quello che mi stanno facendo, di quello che mi sta per capitare, di che razza di giornata è… cerco di fare la giullare per mettere tutti a proprio agio.

Cerco di far raccontare dei suoi adorabili bimbi la truccatrice con mamma, chiedo al fotografo se vuole farsi portare la colazione in camera, faccio spiegare il sogno appena fatto da mia sorella.

Mia madre ogni tanto sbuffa, fa battute fuori luogo (in famiglia abbiamo diversi tipi di umorismo: papà e fratello parlano poco ma quando parlano ti fanno ridere, mia sorella parla tanto e ogni tanto nel tentativo di fare una battuta fa delle gaffes terribili, io che faccio un po’ tutte e due – battute e gaffes -, mia madre che fa solo ed esclusivamente gaffes) e cerca di dire LEI al fotografo (Sant’Uomo di infinita pazienza) cosa deve fotografare.

“Mamma, sta bona” è la frase che credo di aver pronunciato di più durante questa fase della giornata.

Ad un certo punto, sono truccata e pettinata.

La mia amica e mia sorella continuano a fare selfie, mia madre invece -inaspettatamente- è soddisfatta del risultato.

Sono ancora in vestaglia.

Ok, è il momento. Devo mettere l’abito.

(No, non è vero, prima ho messo le tette finte che mi aveva preparato la sarta indonesiana)

(“Ma ci credete che mi sposo con le tette?” ho continuato a dire stupita per circa cinque minuti)

Mamma e amica mi aiutano.
Ok, mi raccomando, “plima gancio e poi celniela” dico io facendo il verso alla sarta indonesiana per stemperare la tensione.

Ecco.

Ho l’abito addosso.

Sono davanti allo specchio.

Sono una sposa.

Per anni ho creduto che non mi sarei mai sposata.
Eppure ora sono lì.

Una bambina davanti allo specchio, nell’abito da sposa.
Sposa.

Non mi sono mai vista così bella.

Mi giro verso la mia amica, compagna di tante chiacchiere, avventure e sogni e lei ha gli occhi lucidi.

Mamma, che è famosa per non commuoversi mai, mi dice solo: “Stai benissimo”.

Mi metto le scarpe ed eccomi, sono pronta.

Toc toc.

E’ papà.

Papà dice solo “Che spettacolo”.

Toc toc.

Mia sorella, che era scesa a recuperare la prole, con la bambina in braccio.

Mia sorella dice solo: “Oh.”

Per poi commuoversi e abbracciarmi “Oddio, ti sposi!”

La bambina dall’alto dei suoi sette mesi ci guarda perplesse nel suo strepitoso abitino da festa.

Il fotografo, che intanto ha contatti telefonici con tutti, mi informa che la fiorista è arrivata, che i pullman stanno per partire e che, soprattutto, lo sposo è partito.

Benissimo.

Toc toc.

I genitori dell’Orso mi portano il bouquet.
La mamma dell’Orso mi abbraccia con un sorriso da una parte all’altra, il papà dell’Orso ha la tipica faccia di quello che non parla altrimenti si spezza”.
Mi dicono che sono bellissima e ci salutiamo.

Per essere sicura che l’auto fosse una sorpresa, ho coordinato il povero autista (grazie Paolo, quanta pazienza pure tu!) per fare in modo che arrivasse all’albergo dopo la partenza dei pullman per la chiesa.

E’ stata una sorpresa anche per i miei genitori (a cui non avevo detto niente) ed è piaciuta a tutti.

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(Eccola)

La nostra prima scelta era stata in realtà la mitica Punto dell’Orso, compagna di tante avventure, ma ormai, poverina, con gli acciacchi dell’età non ce l’avrebbe mai fatta a venire in Toscana. Così quando abbiamo visto questo ci siamo innamorati. (E poi ha pure i colori della squadra del cuore dell’Orso).

E così, dopo un viaggio tra i tornanti, con il cuore in gola e gli occhi sbarrati, mentre cercavo di fare battute nel vano tentativo di stemperare una tensione immaginaria che sentivo solo io (“Non te gaveo mina vista tanto ben prima par strada” mi avrebbe confidato più tardi la mia testimone), tra imprevisti (“Ma chiamate i vostri fidanzati, mamma chiama mio fratello, sono già arrivati? Non saremmo mica in anticipo? Come facciamo se i pullman devono ancora arrivare?”), l’autista che cercava serafico di propormi piani b comunque allettanti (“Guarda, deh, che se nun ti va più, noi si dà una giratina e si va tutti al mareh, eh”) e mia madre che come sempre nella sua vita (e nella mia) becca il momento più sbagliato per fare qualcosa senza rendersene minimamente conto (“Guarda che bella foto che ho appena mandato all’Orso”.
Ed era la mia foto in abito da sposa.
Panico tra gli astanti, imprecazioni soffocate, chiamata collettiva di tutti gli invitati con accesso all’Orso in quel momento. Tre minuti di angoscia dentro il pulmino. E la scoperta che il telefono dell’Orso riposa scarico in albergo. Sorpresa salvata, risata di decompressione, insulti sommessi, rassegnati sottovoce di mio padre “zerto ca te ghe ne combini sempre una, an”, degno erede di Raimondo Vianello), finalmente vediamo il borgo dove dopo poche ore usciremo con due nuovi anelli al dito.

Dopo un po’ di giravolte, (“No aspettiamo, no dai, facciamo il giro della collina, ok, torniamo indietro, forse non sono ancora entrati tutti, aspetta un pochino”) (“Guarda che la proposta del mare è ancora valida, eh!”) faccio un respiro profondo, bevo un po’ d’acqua e praticamente parlando in morse, tanto era bassa la mia voce, dico all’autista: “Ok, facciamolo. Puoi salire”.

Sono così presa dal momento che faccio fatica a capire perché tutte le persone che ci vedono, sconosciuti, turisti, passanti, stiano scattando foto nella nostra direzione, sorridendo e salutandoci.

“Ma chi sono questi?”
“Cosa vogliono?”

E poi mi ricordo che stiamo salendo una stradina medievale a bordo di un minivan Wolkswagen biancoverde anni 60.

Non racconterò i minimi dettagli di tutta la giornata, perché è stata lunga, e ho lavorato tantissimo per imprimerla nella memoria, e adesso potrei veramente raccontarla cronologicamente minuto per minuto. Ma onestamente, per chi legge credo sarebbe una tortura, e forse io ci metterei fino al quinto anniversario per scriverne.

Quindi ne scelgo alcuni, per me significativi, che mi voglio ricordare.
Così nel futuro, quando tutto sarà sbiadito, tornerò a sfogliare il blog e mi torneranno alla memoria.

– Il pulmino arriva davanti alla chiesa. C’è un po’ di brusio, di confusione concitata, per decidere chi scende per primo, scende mamma, scende papà, scende il mio amico, scende la mia testimone e… rimango io dentro il pulmino.
Lì ho pensato: “Ok, se la cosa del mare è ancora valida, Paolo, gira il pulmino e scappiamo.”
Ero bloccata dall’agitazione ma mi sentivo anche felice. Mi sudavano le mani, ma le sentivo fredde e cercavo di occuparmi dei dettagli per non pensarci: “Ok, ora vediamo di non inciampare, devo stare attenta a come prendo l’abito, ora lo alzo, aspetta, il bouquet lo passo, così ho le mani libere, cerchiamo di non sbattere la testa mentre scendo…”
Il mio amico co-pilota mi ha capita all’istante, mi ha offerto il braccio per scendere, ha preso il bouquet, e mi ha stretto la mano fortissimo. Sono scesa, l’ho guardato con tutta la riconoscenza del mondo. Ho controllato l’abito, le scarpe, ho ripreso il bouquet, si è avvicinato mio padre e ho alzato gli occhi.

Tutte le mie amiche erano davanti a me.
Non erano in chiesa come io pensavo, ma erano tutte davanti alla porta che mi guardavano.

E piangevano.

Eravamo tutte bloccate dalla stessa emozione, che loro sfogavano con le lacrime (un paio di amiche mi hanno confidato dopo di essersi proprio messe a piangere a dirotto) e io con un sorriso imbalsamato che non riuscivo a togliere.
Io non amo stare al centro dell’attenzione e quindi sono sempre a disagio ma quello è stato il momento della mia vita in cui mi sono sentita più osservata in assoluto e nella testa continuavo a ripetere “Dai, perché mi fissate tutti così, perché non dite niente, giratevi dall’altra parteee, per favoreeee!”. In tutto questo stringevo così tanto il braccio a mio padre che credo abbia ancora il livido.

Non sapevo che fare, avevo la gola secca, mi sembrava di sudare, ma mi sentivo pallida, ero tesa ma non volevo dare spazio all’agitazione, mi chiedevo perché continuassero tutti a guardarmi e a piangere, pensavo di avere qualcosa di strano (“Magari ho qualcosa tra i denti e mi stanno tutti fissando per quello!?”).
E oltre le teste assiepate sul sagrato, ho guardato dentro.

Ho incrociato in un mezzo secondo lo sguardo dell’Orso, e in quello sguardo c’era tutto l’universo.

– Quando siamo entrati in chiesa, io al braccio di papà, non ricordo molto (dalle foto e dai video vedo che stavano tutti battendo le mani, ma onestamente non lo so), anche perché la chiesa è piccolina e in dieci passi sarei arrivata all’altare.

(L’Orso non è una persona particolarmente romantica, anzi, è uno abbastanza schietto e pratico. Molte volte chiedendogli il motivo del perché avesse scelto di stare con me, mi aspettavo un complimento sulla mia avvenenza e mi sono sempre ritrovata con considerazioni molto precise sulla mia personalità ed intelligenza ma mai una volta che mi avesse detto qualcosa sulla mia bellezza senza essere incalzato da me.)

Quando io e papà siamo arrivati al cospetto dell’Orso, mio padre ha dato la mano all’Orso, e pure una pacchetta sul coppino. Io sono rimasta un passo indietro, sempre con il mio sorriso ebete.

Mio padre si è scostato, l’Orso si è avvicinato, mi ha baciato sulla guancia e con la voce più emozionata che io gli abbia mai sentito mi ha sussurrato:

“Sei bellissima”.

– Ci sono poche frasi che ho fatto fatica dire nella vita.
Ho fatto training autogeno e tanti respiri profondi per esporre le mie tesi di laurea, ho dovuto mandare giù dei rospi per chiedere scusa a delle amiche che avevo ferito senza volerlo, ho dovuto fare appello a tutte le mie forze per dire è finita ad un paio di fidanzati molto teneri nel passato, ha fatto fatica a dire hai ragione a mia madre che c’aveva visto lungo su un paio di amicizie.

Ma niente è paragonabile allo sforzo e alla fatica che ho fatto per dire tutta la frase al microfono in una chiesa improvvisamente muta e immobile: “Io prendo te come mio sposo, e prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

La voce è uscita, non mi sono impappinata, e quando sono arrivata alla fine è stato come se fossi arrivata alla meta di un lungo viaggio, che era partito in un appartamento fiorentino, proseguito nella sala delle partenze di Malpensa, fermato e poi ripreso tra le colline della Garfagnana, continuato tra le strade acciottolate scandinave, non interrotto mai più, fino alle strade a otto corsie delle città australiane, e che ora, ora in realtà non era affatto finito. Ma stava solo per iniziare una nuova tappa.

Ho pronunciato “Tutti i giorni della mia vita” e la sospensione di respiro che sentivo tutta attorno a me si è sciolta.

Ed è scoppiato l’applauso.

– Alla fine della cerimonia, mentre tutti uscivano e si preparavano al lancio del riso, i nostri genitori si sono avvicinati per abbracciarci.
Io sorridevo felice, i miei fratelli mi abbracciavano, la mia testimone mi stringeva soddisfatta, mentre si avviavano verso l’uscita.
E così mi sono girata verso mio padre che era venuto ad abbracciarmi.
E mi sono accorta che stava piangendo.
Non aveva gli occhi lucidi, stava proprio piangendo.

“Papà, ma sitto contento, almanco? Pianzito parché te sì contento?”
“Sì sì” diceva lui tra le lacrime, abbracciandomi più forte.

“Assè”.

E lì mi sono commossa anch’io.
Io che pensavo che avessero tutti preso sottogamba questo matrimonio, mi sono accorta di cosa vuol dire vedere la tua bambina (“la me putina”) che si sposa, e diventa un po’ meno “tua”.

– Poi c’è stato il riso, gli abbracci, i selfie, i turisti che ci fotografavano, e qualche foto tra i vicoletti del borgo. Poi siamo arrivati in albergo, tutti avevano i fiori che avevano trovato in camera infilati in ogni dove, ci hanno accolto brindando (un matrimonio metà veneto e metà campano non è un posto per astemi), e tra il buffet dell’antipasto e le chiacchiere (vedrai che non mangerai niente il giorno del tuo matrimonio, mi avevano detto tutti. Seeeeee, io ho salutato tutti, e poi mi sono seduta in terrazza e ho detto all’Orso: “Amore, vai a riempire un bel piatto”. E così è stato. Per spose inappetenti cercate pure ai matrimoni degli altri).

Dopo poco ci siamo spostati alla sala per il pranzo, eravamo d’accordo che si rimanesse seduti il meno possibile e che il servizio fosse veloce.
I camerieri sono stati bravissimi e tutto è stato come previsto. Ad un certo punto, ho alzato gli occhi ed ho visto che ad un tavolo si stavano alzando, stavano andando a farsi una passeggiata o una sigaretta a bordo piscina nell’attesa del secondo, mentre ad un altro tavolo stavano ancora mangiando e chiaccherando.

E lì ho avuto questo pensiero: “Eh ma no, dai, così sembra proprio un matrimonio…

Oh cazzo.”

Giuro che ho davvero fatto questo pensiero.

– Avevamo chiesto ai nostri papà e a due amici (una mia cara amica e un amico dell’Orso) di preparare dei discorsi. Siccome non volevamo annoiare nessuno, abbiamo chiesto di non superare le cento parole, o le dieci righe o i tre minuti. Quindi ci aspettavamo una cosa simpatica, breve, brindisi e via.
Il padre dell’Orso, il primo a parlare ha invece raccontato della difficoltà di vedere l’Orso partire a 18 anni per l’università e per inseguire i suoi sogni e di come è felice che abbia trovato una come me, che è partita “da signorinella” (giuro che è immortalato il momento in cui io sento questa parola e trasecolo) per crescere e girare il mondo e che ora ci sosterremo a vicenda. E danda feliscidà!
Poi ha preso la parola mio padre, che aveva preparato un test di veneto per l’Orso. Gli ha fatto leggere due proverbi per verificare la pronuncia e l’Orso ha brillantemente superato (anche il prosecco aveva aiutato, a dire la verità).
Per terza ha parlato la mia amica nonché ex coinquilina degli anni universitari, che ha ricordato le nostre feste e le nostre canzoni a squarciagola in cucina e ci ha augurato il meglio.
E poi ha parlato un amico dell’Orso, il primo che io abbia frequentato. E il suo è un discorso così bello che ogni volta che ci penso sorrido.
Ha esordito con un “purtroppo non posso raccontarvi aneddoti della nostra vita universitaria perché io e Orso studiavamo sempre” scatenando l’ilarità generale ed ha proseguito facendoci ridere e commuovere fino al momento in cui ha detto: “E nonostante siano due persone straordinarie che viaggiano e che hanno vissuto in mezzo mondo, sono una coppia semplice”.
“D’altra parte, chi di noi non conosce una coppia formata da un irpino e una veneta, che si sono conosciuti in Toscana, che hanno casa in Svezia e abitano in Australia?”.

E poi c’è stato tutto il resto, la torta enorme fatta preparare da tre pasticceri veneti la mattina stessa venuti apposta in trasferta, gli invitati che bevevano, io pure, la sgattaiolata in camera per toglierci i vestiti e metterci in tenuta più rilassata e la distribuzione degli infradito, mentre il dj più bravo dell’universo (con accompagnamento di sax che improvvisava su Jennifer Lopez o sui tori di Pamplona) iniziava a farci ballare alle sette e fino all’una di notte non ha mai smesso di avere gente in pista che saltava, ballava, si abbracciava, e sculettava sulle note di T’appartengo… (so much love for you my Bice) prima che a mezzanotte i nasi di tutti si accordassero con le papille gustative per la grigliata di chianina (che era il trucco mio e dell’Orso nel caso in cui durante il giorno non fossimo riusciti a mangiare nulla) e poi di nuovo tutti a ballare, con gli infradito, scalzi, con i bicchieri e senza.

Ma vabbè, queste sono cose che capitano a tutti i matrimoni no?

E ad uno ad uno sono crollati tutti, e siamo rimasti in pista solo io e l’Orso, e Alex ci ha messo questa.

E naturalmente mentre gli ultimi amici ubriachi si avvicinavano per abbracciarci pure questa.

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(La foto naturalmente è dell’inimitabile e pazientissimo Matteo Castelli)

Il mattino dopo mi sono svegliata.
Nella confusione stropicciata del risveglio ho percepito qualcosa di strano, di insolito.
Veniva dalla mano.

La sentivo pesante.
Ho guardato la mano sinistra.

E ho visto la fede.
Ho svegliato l’Orso e gli ho detto:
“Orso! Ma veramente ci siamo sposati!?”

E lui mi ha risposto: “Miiii amò, che anziah!”

E siamo scoppiati a ridere.

Una mattina di una ventina di giorni dopo, ci trovavamo in un albergo a Singapore.
Mi sono svegliata ma l’Orso era già sveglio da un po’.
Aveva la mia mano sinistra tra le sue e mi dava i bacini sull’anello.

“Amore ci siamo sposati veramente!” ho detto io.
“Lo so. Ti amo” ha risposto lui.

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