“Orso! Ma veramente ci siamo sposati!?” – “Miii, amò che anzia!” – Quarta parte

Continua da qui, qui e qui.

E quindi mi trovavo in camera, da sola, a sentire i rumori degli invitati che via via arrivavano e dell’Orso non c’era traccia.

Alle 18:30 mi sono fatta forza e sono scesa.
“Tanto, quanti vuoi che siano?” mi dicevo mentalmente per darmi coraggio. “Quasi tutti mi hanno detto che arriveranno in serata, dopo il lavoro, quindi vedrai che non ci sarà quasi nessuno”.

Come detto nelle precedenti puntate, noi avevamo invitato pochi familiari. Quelli a cui teniamo di più.
(Diciamo che aver fatto tutto da soli, dall’organizzazione al saldo, ha aiutato molto a non avere i cosiddetti “amici di famiglia”. Abbiamo veramente invitato solo ed esclusivamente i parenti e gli amici che volevamo noi. – E nessuno ha avuto niente da dire-).

“Dai, ci saranno sì e no venti persone, le puoi affrontare venti persone, in classe a volte ne hai pure di più”, continuava a dire una vocina nella mia testa per calmarmi.

Bene, si apre l’ascensore e faccio l’ingresso nella hall.

Care spose del domani, mi sento di darvi questo spassionato consiglio. Per quanto esigua sia la quantità dei vecchi che inviterete, loro avranno questa incredibile capacità: moltiplicarsi.

La ventina di parenti (che naturalmente era già tutta lì) in quell’istante mi è sembrata una moltitudine di migliaia e migliaia di persone.

Inoltre c’è da considerare che abitando all’estero ed essendo atterrata da soli sei giorni, alcuni era da sei mesi che non li vedevo.

Loro, d’altro canto, comprimevano un’emozione e un entusiasmo che a ripensarci mi fa tenerezza e mi commuove… ma in quel momento mi faceva solo spavento.

Io ero un po’ nervosa, non c’era l’Orso, e all’improvviso mi sono trovata davanti la famiglia dell’Orso, le zie dell’Orso, i miei zii e le mie zie.
Tutti assieme in un boato.

E sono partiti gli applausi.
E i “viva la sposa”.

Ho desiderato tantissimo girarmi e riprendere l’ascensore.
E annullare tutto.
Mi dispiace, abbiamo scherzato, non ci sposiamo più.

Lo so, lo so, lo so, era solo affetto, ma in quel frangente, con l’agitazione del giorno dopo, la sensazione di abbandono (non è che l’Orso si è inventato sta scusa del barbiere e in realtà è scappato? Non è che magari fa come quelli del “Cara, esco a comprare le sigarette?” e dopo dieci anni a Chi l’ha visto ancora ne parlano? Eh?) ho barcollato per un attimo sui tacchi e credo di essere impallidita.
E ho subito messo le mani avanti: non iniziamo a dire “la sposa” che mi devo ancora sposare e lo sposo si è dato alla fuga.

Panico tra gli astanti.

“Come lo sposo non c’è? E dov’è? Dai, non fare questi scherzi, ‘ndò shtà ò spos’?”

“Non lo so.” Ho detto sorridendo, ma si è visto che ero leggermente in panico, perchè anche i parenti, ormai tornati al numero originario di venti, si sono ricomposti anche loro e almeno hanno smesso di applaudire.

Dopo un’ora di convenevoli finalmente è arrivato l’Orso, appena uscito dallo studio del barbiere con la stessa maglietta sdrucita con cui nel pomeriggio eravamo andati a conoscere il parroco congolese (“Ma rrragazzì, se voì parlatè fronscesè, magarrri la messà la possò dirrè in fronscesè?” “Guardi, meglio di no…”) che ci avrebbe sposati il giorno dopo, e i pantaloncini corti da statunitense di mezz’età in vacanza in Italia.

Al suo arrivo sono partiti applausi e cori che neanche ad un concerto di Vasco, io ho dato indicazioni ecumeniche al personale (“Date immediatamente da BERE – l’ho detto proprio in stampatello – a tutta questa gente, così si calmano”), ho preso l’Orso e io, lui e il mio pallore siamo andati in camera.

“Dove sei stato???”
“Ma amò, il barbièr, chill’ è un artist’! C’ha miss un’ora!”
“E mi hai lasciata sola con i TUOI parenti!!! Da sola! Con i TUOI parenti!”
“Amò, da domani saranno anche TUOI parenti!”
“Un bel niente, se continui così io domani non ci vengo neanche a sposarti!”

E lui rideva.

Capito!?
Io soffrivo, avevo cinquanta sfumature di sangue che non arriva alla testa, e lui rideva.

“Comunque mentre io mi preparo tu puoi scendere”, ha pure avuto il coraggio di dirmi.
“Guarda che io me li sono già ciucciati per un’ora, ho diritto ad un po’ di riposo”.

Per fortuna quando siamo scesi mi ero calmata un pochino, la gente pure (notavo vari calici), ed erano iniziati ad arrivare anche gli under 50.

Quando le mie amiche sono entrate, sono corse ad abbracciarmi e mi sono ricordata del perchè le adoro così tanto, infatti la seconda frase più pronunciata è stata “Ma come sei dimagrita!” (I love you gals!).

Verso le otto si è aperto il buffet e io ero riuscita a:
a) calmarmi
b) chiacchierare con tutti o almeno fermarmi con tutti.

(Future spose, guardate che è bello riuscire a stare con tutti, non fatevi fregare a invitare milioni di persone).

Nel frattempo fuori pioveva.

“Non ti preoccupare amore, anche se piove, noi ci sposiamo lo stesso!” mi ha sussurrato l’Orso vedendomi fissare i lampi dalla vetrata.

“Questo lo dici tu, me la farai pagare di avermi lasciata da sola coi tu…” ho ribadito io, bloccandomi a metà perché in quel momento in formazione oplita avanzavano su di noi i genitori dell’Orso e i quattro zii, allestendo una moderna composizione dei Re Magi.

“Volevamo darti questo” mi ha detto sua madre con la voce spezzata, mentre suo padre mi abbracciava (“E che sta succedendo?” ho pensato io, che da quando li conosco ho fatto della distanza e dell’imperturbabilità cortese il mio marchio di fabbrica). “Questo viene da molto lontano. La nonna dell’Orso [ok, qui hanno detto il suo vero nome] ci aveva chiesto di conservarlo per la futura moglie”.

E qui io ho aperto la bocca per puntualizzare che non ero ancora una moglie, ma guardandoli ho capito che non era il momento adatto per la battuta da Signorina Precisetti.

Si trattava di un bellissimo braccialetto, di quelli semplici, lineari, (mi scoccia, eppure è così), proprio di quelli che piacciono a me.

Li ho abbracciati e ringraziati.

In questa commozione generale è arrivato qualcuno a portarmi via.

Prima del week end del matrimonio avevo sentito tante leggende metropolitane sul fatto che gli sposi in realtà non si godono molto di quel giorno e nello specifico le mie paure erano:

– non riuscire a mangiare niente
– ubriacarmi (perché non sono riuscita a mangiare niente)
– dimenticare parti importanti dell’avvenimento
– farmi prendere dall’ansia del controllo perché gli altri stiano bene (Caio avrà mangiato? Si saranno ricordati di portare il cibo senza lattosio a Tizia? Avranno portato il menù ai bambini in tempo? Ci sarà troppo rumore per i bambini che dormono?)
– non riuscire a parlare con tutti.

Qui, faccio una divagazione (no, perché infatti questo racconto non era già lungo abbastanza), per spiegare qualcosa di me. L’altra volta ho detto come ho sempre evitato grandi feste per i compleanni o per le lauree. E questo è perché non amo stare al centro dell’attenzione.
Ma anche per un altro motivo. Le persone a cui voglio più bene, non c’azzeccano molto tra di loro.
Alcune vengono proprio da regioni diverse, da Stati diversi, hanno fatto percorsi di vita diversi etc…
Al momento di organizzare una festa, soprattutto quando ero ragazzina mi sentivo in grande difficoltà perchè sapevo che quella festa non me la sarei goduta mai veramente, ma sarei stata impegnata a cercare di far parlare tutti con tutti, a cercare di mostrare il lato che ognuno di loro conosceva di me, che spesso non coincideva con quello che gli altri invitati conoscevano. Anche solo integrare le mie amiche del paese con i miei compagni di classe per una sera era per me motivo di stress e mal di pancia.

Ma torniamo al venerdì sera.
Saranno state le dieci di sera, quasi tutti erano arrivati, e la mia amica E. di sempre (dal primo giorno delle superiori) mi prende per un braccio e mi dice: “E adesso te te senti e te magni”. Mi giro e l’amica S. prende letteralmente il piatto di suo marito e me lo mette sotto il mento “Ah si si, puoi mangiare tanto lui non li tocca neanche” (lasciando il povero marito a guardarci con consapevole rassegnazione, mentre E. mi riempie un calice. “E adesso te bevi!”

E così mentre scherziamo e ridiamo, vedo entrare dalla porta G., l’amica che per puro caso è in Italia ed è riuscita a venire, ma che, visto che abita in Australia, non conosce nessuno.

Io con il calice in mano le faccio cenno di sedersi vicino a me, le mie amiche E. e S., ormai avvezze, si prodigano a farla bere e mangiare e in un attimo mi ritrovo attorno tutte le mie amiche più care.

Tutta un’altra sensazione rispetto all’assedio dei parenti di poche ore prima, e tutta un’altra sensazione rispetto alle feste impacciate e portatrici di gastrite delle superiori.

Mi sento felice.
Mi sento benvoluta, amata, loro sono tutte lì.

“Ma”, mi chiede G. “Come vi siete conosciute?”

“Allora, I. l’ho conosciuta il primo giorno di università, a lezione di letteratura cavalleresca.
E. l’ho conosciuta ad un matrimonio in Spagna, a cui mi ero imbucata, come “più uno” di L., che è questa, e che ho conosciuto il primo anno di università a lezione di storia della musica del Cinquecento.
E B. l’ho conosciuta su internet, perché io leggevo il suo blog e lei leggeva il mio ed è venuto fuori che abitavamo nella stessa città.
Lei invece è E. e ci siamo conosciute il primo giorno del liceo, – e non ci siamo più lasciate -, e loro sono S. e S., anche loro erano in classe con noi.”

E ho preso fiato.
E le ho guardate.

Le mie amiche.

Quanto vi voglio bene, e quanto, venendo tutte da regioni diverse d’Italia, avendo età diverse, abitando in posti diversi, come siete uguali.

“Come vi ho scelte bene!” non ho potuto fare a meno di pensare, mentre vi accertavate a vicenda che ci fosse abbastanza vino in tutti i calici di quelle presenti, mentre ridevate, mentre mi ricordavate di non fare tanto la fighetta perché in macchina avete giocato a ricordarvi gli inizi per niente idilliaci della storia con l’Orso…

Quanto vi assomigliate tra di voi, caciarone, divertenti, generose, ridanciane e affettuose.

E per niente astemie!

Vi voglio tanto bene.

E per un attimo ho ripensato alle mie paranoie di adolescente, che non voleva far conoscere i gruppi delle persone che frequentavo tra di loro, per paura che non avessero niente in comune…
e mi sono sentita cresciuta, grande.

E anche orgogliosa.

Orgogliosa di avervi tenute, di aver fatto spesso la prima mossa, di continuare a cercarvi perché so che essendo dall’altra parte del mondo l’onere di farsi sentire per prima spetta spesso e volentieri a me.

Orgogliosa di essere vostra amica.
Donne bellissime.

E mentre brindavo a loro, (e anche a me!) fuori si scatenava l’inferno.

Tuoni.
Lampi.
Pioggia a scrosci.

“Massì, sposa bagnata, sposa fortunata!”

“Ma io veramente ancora non sono spos…”
“Ma smettilaaaa!” hanno urlato in coro le mie amiche, e io sotto sotto mi sono complimentata ancora una volta con me stessa per aver scelto delle amiche così.

Si saranno fatte le undici, e poi le undici e mezza e i “vecchi” hanno iniziato ad abbandonare le postazioni.

“Mi raccomando mamma, domani alle sette e un quarto arriva la parrucchiera, fatti trovare in camera!”.

Ho sbaciucchiato di nuovo tutti e ci siamo posizionati tutti attorno al bancone. L’atmosfera era sempre più leggera, ed è arrivato C. ad abbracciarmi.

“Virgh, io sono già hommosso!”, mi ha detto questo fiorentino di due metri che ben dieci anni fa ho raccattato sotto la pioggia davanti al portone del palazzo dove abitavo in Spagna (e da quel momento siamo diventati uniti, come solo le amicizie in contesti improbabili possono unire) brandendo un bicchiere di Long Island.

“Guarda che domani mi devi fare da autista, te lo ricordi, vero?” e tutti sono scoppiati a ridere.

Eravamo tutti felici, o almeno così mi è sembrato, essere di nuovo tutti assieme, le mie amiche dell’università, assieme alle mie amiche di sempre, assieme agli amici di una vita, assieme agli amici dell’Orso, tutti abbracciati e allegri.
Nella leggerezza del momento io abbracciavo le persone e loro mi dicevano “Ma ti rendi conto che domani ti sposi?” e io ribattevo che comunque niente era ancora certo…

E così mi sono ritrovata in un angolo con l’amica C., visibilmente alticcia, che mi abbracciava dicendo: ” Io mi ricordo la stanza in cui ti ho conosciuta quando avevamo otto anni. Mi ricordo la bambina che eri, e vedo la donna che sei diventata. Per me questo è un sogno, e vedere che ti sposi per me è un sogno”. Facendomi commuovere per la prima volta per davvero.

Ad un certo punto, pur piacendomi un sacco la compagnia e la spensieratezza del momento, ho guardato l’ora e ho visto che era mezzanotte passata.

“La parrucchiera ha detto che non posso lavare i capelli sabato, se li lavo prima di dormire forse si considera ancora venerdì, se mi sbrigo magari… insomma, forse devo salire”.

E così ho riabbracciato tutti e sono andata a malincuore in camera.

Arrivata in camera mi accorgo che… c’è ancora la valigia dell’Orso.

Oh no.
E adesso?

Mica mi può vedere la notte prima! Porta male!
Mentre mando messaggi agli amici per cercare di trovare qualcuno che potesse venire a prendere la sua roba, bussano alla porta.

E’ l’Orso.

“Ma nooooo, Orsoooo, ma lo sai che non puoi vedere la sposa la notte prima del matrimonio! Ma porta maleeee!”

“E dai, devo prendermi la valigia”

E contrariatissima mi siedo sulla poltroncina all’angolo, la più distante possibile da dove sta lui, mi copro gli occhi con una mano mentre gli dico:
“Comunque così non va, non va bene, ma dai, lo sai che non si può vedere la sposa prima del matrimonio, basta, ecco, annulliamo tutto, tanto, ormai, uffa, non si fa così, e poi la serenata? Non mi hai neanche fatto la serenata stasera! Ma ti pare possibile? Ma io mi sono presa un Terrone apposta perché volevo la serenata il giorno prima delle nozze e questo niente, e come se non bastasse mi entra pure in camera dopo mezzanotte, non è possibile, non di fa, non si può andare avanti così!”

Mentre continuo con il mio monologo interiore a voce alta, sento una mano sopra la mia che mi sta coprendo gli occhi.

Tolgo la mano e mi ritrovo l’Orso inginocchiato davanti.

Ed è con la faccia più seria e indifesa che gli abbia mai visto.

Mi prende le mani.

Fuori un tuono ci fa sapere che continua a diluviare.

“Ma tu mi vuoi sposare domani?”

Faccio un sorrisetto, in questi casi di grandi emozioni a me viene sempre da fare la battutaccia per sdrammatizzare (“Beh, visto che non mi hai fatto la serenata io non sono più tanto convinta”), lui coglie dal mio sguardo che la voglio “buttare in vacca” e mi fa monito con il sopracciglio.

Abbasso gli occhi e sussurro “Sì”.

Scodinzola e mi bacia.

“Ecco, nooooo, non devi baciare la sposa la notte pri… ok, dai, va bene”.

Ci salutiamo e io rimango da sola.

Beh, da sola.

Io, l’ansia, due valigie enormi, il vestito appeso (coperto, ci mancava pure che l’Orso vedesse pure quello) e i capelli da lavare.

Mi faccio una vasca idromassaggio (sta suite servirà pure a qualcosa!).

Tolgo le scarpe e l’occorrente per la preparazione dalla valigia e decido di smontare una mensola dell’armadio per farcela stare. (“Non lasciare le valigie in giro, che poi si vedono nelle foto ed è brutto” si era raccomandato il fotografo).
Quindi se è da una vita che vi chiedete cosa facciano le future spose la notte prima delle nozze, ora avete la risposta.

Smontano mensole.

Una volta smontato la camera e resa presentabile per il mattino, cosa si fa?

Bene, dico il rosario.

Spiego: al pomeriggio avevamo conosciuto il parroco che ci avrebbe sposato, e avevamo parlato con lui della cerimonia, del perché avessimo scelto determinate letture etc.
(Future spose, io ero convinta che la messa del matrimonio fosse la messa normale di quel giorno più il rito degli anelli. Ho scoperto invece che gli sposi decidono tutto: prima lettura, salmo, seconda lettura, Vangelo, preghiere dei fedeli, Santi da invocare…)
che uno pensa sia una passeggiata, ma, care future spose, vi assicuro che convincere l’Orso ad avere una lettura che dicesse che era fortunato a prendere per moglie una donna pudica, saggia e virtuosa… non è stato affatto facile).

Naturalmente ci siamo anche confessati.

Ora, altra divagazione. Io ho fatto parte della fraternità francescana (e questo spiega perché avessimo scelto una chiesa sulla via francigena) per molti anni, e cerco di coltivare il mio lato spirituale. Mi immaginavo che l’assoluzione sarebbe avvenuta con una richiesta di Ave Maria e Padre Nostro.

E invece no.
“Recita un rosario. Ma mi raccomando, fallo prima del matrimonio” mi aveva detto il parroco.

E a me era venuta l’ansia da prestazione, perché seppur con un rapporto abbastanza cordiale, certo non mi andava di indispettire nessuno là in alto proprio in un giorno simile, ma non sapevo quando avrei trovato il tempo.

E quindi alle due di notte, poche ore prima di sposarmi, ho recitato il rosario.

Ora alla domanda: cosa fanno le spose la notte prima potete rispondere.

Smontano le mensole e recitano il rosario.

E poi ho cercato di dormire.

Inutilmente.

Alle sei è suonata la sveglia.

Ok, ci siamo.

Balzata in piedi, arzillissima, ho levato la copertura dal vestito da sposa.

Che è caduto rovinosamente a terra.

(“Noooo, ecco, prima lo sposo che mi vede la notte prima, poi l’abito che cade, poi la piog… wait!“).

Non pioveva. Anzi, c’era pure un timido sole.

[continua]

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