“Orso! Ma veramente ci siamo sposati!?” – “Miii, amò che anzia!” – Terza parte

Prosegue da qui e qui

Ieri sera, mentre tornavamo in albergo mano nella mano dopo aver mangiato l’ennesimo piatto dal nome impronunciabile che dopo lunghissimi secondi di incomprensione diventa sempre una cosa puntata da un dito in una conversazione da film muto tra me e il ristoratore (quando vi dicono che l’inglese e’ una delle lingue ufficiali a Singapore, fate attenzione a quell’UNA DI, perché le altre sono cinese, malese e tamil) e tanti ringraziamenti al cielo per non averci fatto intolleranti né allergici, camminavamo come sempre: vicini, chiacchierando di stupidaggini varie, e dandoci i bacini.
Ogni tanto io gli dicevo “Come sei bello amore mio” e lui rispondeva “No, amò, sei più bella tu”.

Siamo stucchevoli?
Sí, forse. Per tutti gli altri effettivamente lo siamo. Eppure quando un suo amico che ci venne a trovare in Svezia cinque anni fa mi disse “Lui è un tenerone“, scoppiai a ridergli in faccia.

Tenerone a chi!?
A questo? Questo che fa sempre il sicuro di sè, che quando parla tutti i suoi amici si fermano ad ascoltarlo, che ha un tono di voce fermo, che è diretto e non le manda a dire, che non ha mosso un sopracciglio quando dopo mesi di frequentazione, messo alle strette ha dovuto ammettere a voce alta “Non sono innamorato di te”?
Questo qui, un tenerone?
Risi proprio di gusto quella volta.

Avevo conosciuto l’Orso un paio di anni prima, un giorno qualunque di un giugno qualunque, in un appartamento in affitto dove abitava un’amica in condivisione con altre, ad una cena qualunque delle nostre cene alcoliche prima di uscire, e lui era un figurino in camicia con le iniziali ricamate e la sicurezza in tasca.

Mi aveva fatto un po’ ridere, gli avevo detto che sarei partita per la Turchia di lí a poco, niente di che, chiacchiere qualsiasi, una serata qualunque.

Ma quale tenerone.
Ma figuriamoci.

La settimana dopo mi aveva chiesto un aperitivo.
Il mese dopo se mi andava una cena a quattro con una coppia di suoi amici di passaggio.

Tre mesi dopo era venuto a trovarmi in Turchia.
“Cosa ti manca di più dell’Italia?” mi aveva chiesto.
“Le farfalle Barilla”.

E si era presentato all’ aeroporto di Istanbul con 4 kg (quattro chili) di farfalle.

Così: senza andare per il sottile, sicuro, diretto, senza fronzoli.
Ma quale tenerone.

Dopo qualche mese io mi ero impensierita, mi sembrava stessimo andando bene, ma tutta quella sicurezza mi lasciava perplessa. “Ma io e te stiamo assieme?” gli avevo chiesto.

Me la ricordo ancora la scena. Sul divano di casa sua, mi sentivo bella e desiderata e lui mi aveva sbattuto in faccia un sincero: “Non credo di essere innamorato”.

L’avevamo finita lí.

Io il giorno dopo ero a Fiumicino, dopo poche ore a Istanbul.
Quello sicuro di sè mi aveva detto qualcosa che non lasciava spazio ad interpretazioni con le amiche. Non è uno spaventato, non è uno che “non quello che vuole”, non è un immaturo. Sa benissimo quello che vuole: non vuole me.

Spiazzata e senza appigli ero rimasta in Turchia qualche altro mese.

Certo, facendomi la mia vita e godendomela alla grande. Ci mancherebbe.

Per una vita sono stata quella seria, avevo diritto (almeno nella mia testa) ad un po’ di leggerezza.

Al ritorno, è passato un anno da quel giugno qualunque. Ci sentiamo.

“Ho sbagliato. Non è vero che non sono innamorato di te.”

Quello sicuro di sè, proprio lui, aveva detto cosí.
L’anno dopo mi ha chiesto di trasferirmi in Svezia.
Dopo un paio di mesi questo suo amico -che vedevo per la prima volta- mi diceva: “E’ un tenerone”.

Il sabato sera, a mezzanotte, mentre ballavamo ancora in mezzo alla pista, è venuto ad abbracciarci e a dirci “Vi voglio bene, siete cosí belli, cosí innamorati, viva l’amore” e tutta una serie di altre frasi sconnesse e senza senso da ubriaco.

Ma torniamo a noi, dove eravamo?
Ah sí, al giovedí sera.

Dopo varie vicissitudini e peripezie (“Amò forse mi danno una macchina, mandami un sms e dimmi dove devo farmi trovare a Bologna”. Io, che a Bologna l’ultima volta c’ero stata sei mesi prima e non ricordo mai i nomi delle vie, gli scrivo: “McDonalds all’angolo del piazzale”, solo che questi sms spediti da cellulare australiano ad altro cellulare australiano in territorio italiano costano 50 centesimi l’uno e non ho la possibilità di ricaricare perchè non ho internet – appunto -. Esco dalla stazione e mi metto davanti a quello che credo sia il McDonalds solo per rendermi conto che in realtà…
è diventato un Burger King.
L’Orso sta guidando, io mi metto in posizione visibile, ma senza saperlo sono nel punto più trafficato di Bologna, d’Italia, d’Europa, del Mondo, e la gente continua a passarmi davanti, dietro, a destra, a fianco, in testa e soprattutto…
ma che macchina gli avranno dato all’autonoleggio???
Inizio a fissare tutti gli autisti che passano, scrutandoli per capire dove si nasconda l’Orso.
Ad un certo punto salgo su un SUV super ramarro bianco che accosta, dove alla guida mi sembra ci sia il mio promesso sposo. Mi dice culo, perchè, seppur perplesso, si gira ed è lui. “Se penso che quando ti ho conosciuto eri un ragazzino tutto perbene… e guarda adesso con che macchine da pappone giri!” “Amò, questa m’hanno dato! Comunque guarda che c’ha anche il tettuccio apribile!” “Non stai migliorando la tua posizione”).

Dopo la sosta frenetica a comprare qualcosa da metterci per il nostro matrimonio, finalmente arriviamo all’albergo. Avevamo chiesto una camera diversa per la notte del giovedì, un camera standard. Poi il giorno dopo ci saremo divisi.
Sì, certo, per la tradizione, ma anche per un aspetto pratico. Nella mia camera avrebbero dovuto starci comodamente: fotografo, parrucchiera, amica, mamma, sorella e io. (Ah sì, pure io!) Era evidente che la suite nuziale spettasse a me. “Amore, sai com’è, c’è più spazio!”
“E io?”
“Tu non so, chiediamo se la cuccia del cane è libera…”

(No, non è vero, ha dormito con un amico in doppia).

Però, il giovedì, ancora non eravamo nessuno. Eravamo solo una coppia alle prese con gli ultimi attimi da fidanzati e l’organizzazione di un evento che (forse) era diventato più grande delle aspettative.
E così ci siamo fatti dare una matrimoniale standard, diversa da quelle dove ci saremmo preparati.

Entriamo e trovo un bellissimo mazzo di fiori con un bigliettino ed il mio nome scritto.

Mi giro commossa verso l’Orso che mi scansa e mi fa: “Ma che vuoi?” e capisco che non sono suoi.

Apro e c’è una sua bellissima frase, so che è come se ci fosse anche lei, penso ai nostri sushi e ai nostri spritz troppo poco alcolici nella gelida Svezia. Eppure mi si scalda il cuore e inizio a commuovermi.

Le scrivo per ringraziarla.
Mi risponde piena d’affetto e mi commuovo.
E capisco che sarà un matrimonio difficilissimo.

Avviso la mia amica I., la mia ultima coinquilina prima dell’Orso, in arrivo “Prepara i condotti lacrimali” e lei mi risponde: “Saranno almeno due mesi che mi commuovo pensando al tuo matrimonio”.

Bene.
Flash forward di circa ventiquattro ore.

E’ venerdì sera. Nell’invito abbiamo scritto che alle 18:30 si parte con un aperitivo di benvenuto.
L’abbiamo fatto per avere un attimo di relax per stare con gli amici che arrivavano da varie parte d’Italia (e d’Europa), senza lo stress del giorno del matrimonio in cui tutti vogliono -giustamente- stare con te ma tu non riesci a stare con tutti.

Sapevamo che la gente sarebbe arrivata ad orari diversi, per cui eravamo abbastanza tranquilli che la serata si sarebbe svolta in scioltezza.

E poi, avevamo invitato pochissimi familiari, la maggioranza erano amici, gente della nostra età. Sarebbe stata una cosa informale.

Sono le 18:18.

Mi sono lavata, vestita, truccata.
Sono seduta sul bordo del letto.

“Oh mio Dio”.
Non voglio scendere.

Non voglio vedere nessuno.

Avevamo avuto una giornata pienissima.
Vai dalla fiorista a ritirare i fiori (abbiamo fatto trovare ad ogni invitato in camera una rosa di colore diverso con un bigliettino. Sul quale c’era il nome dell’invitato e questo testo: “Benvenuto! Siamo felici che tu sia qui per festeggiare il nostro grande giorno! Per favore, ricorda di portare questo fiore domani al ricevimento. Servirà per guidarti al tavolo e potrai usarlo per completare il centrotavola. Se soffri di intolleranze alimentari ti chiediamo cortesemente di usare questo cartoncino come segnaposto, per agevolare il servizio. E ora scendi a fare l’aperitivo con noi!”) , chiama il fotografo, l’autista, il dj e il musicista, vai a conoscere il prete nuovo, obbliga il prete vecchio a compilare il registro matrimoniale (“Ah sì, ragazzi, scusate, mi ero dimenticato”, “Ma poi voi cos’avevate scelto? La comunione dei beni? Ma no, ragazzi, ma non vi conviene! Vabbé dai, questa parte la lasciamo in bianco, magari domani ci ripensate”), ritorna in albergo.

E l’Orso? L’Orso, al ritorno in albergo era andato dal barbiere.
Ma non era andato dal barbiere a Milano?

Eh, appunto.
Ma quello gli aveva fatto solo i capelli, a lui ci voleva anche la barba (sennò che Orso sarebbe?).

E quindi mi ritrovo in camera.

Nella camera d’albergo dove il giorno dopo mi sarei preparata e messa l’abito.
L’Orso non c’è. Io sento voci di gente concitata, sento freni di macchine che arrivano e parcheggiano, gente che si saluta.
Il telefono mi mostra messaggi di persone che sono arrivate e hanno già preso possesso delle stanze.

Non ce la faccio.
L’Orso non c’è.
Io non posso affrontare tutta questa gente da sola.
Non voglio scendere.

Ora, nel caso in cui dopo dieci anni di blog non si fosse capito: a me non piace stare al centro dell’attenzione.

Ho sempre evitato le feste di compleanno e quelle di laurea, ho sempre fatto le cose molto in piccolo, perchè mi imbarazza essere la festeggiata.

In quel momento, seduta con la gonna plissettata comprata il giorno prima perché si potesse abbinare agli orecchini che mi aveva regalato la mamma dell’Orso appena atterrata in Italia (“questi appartengono alla nostra famiglia da tre generazioni, e ora li avrai tu e te li metterai venerdì sera“), da sola, ho fissato una piastrella a caso e mi sono ricordata delle mie feste striminzite di compleanno, delle mie festine piccole per le lauree… non mi piace stare al centro dell’attenzione.
E l’Orso, che come tutte le persone migliori della mia vita, standomi vicino mi aiuta a tirare fuori la mia verve caciarona che sennò terrei per me, non c’era.
E non sapevo dove fosse.
La proprietaria dell’albergo se l’era caricato in macchina. “Ti porto io dal barbiere più bravo della città, vedrai!”, gli aveva detto un’ora prima.
E lui non era ancora tornato.

“Ok, aspetto qui.”

“Ok, sono solo le 18:18, posso aspettare ancora.”

Arrivano le 18:30.
E l’Orso non si vede.

“Ok, magari posso fare un po’ di ritardo, no?”

“Dai, io resto qui”.

[continua]

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14 pensieri su ““Orso! Ma veramente ci siamo sposati!?” – “Miii, amò che anzia!” – Terza parte

  1. Giulia ha detto:

    Ma no, ancora dobbiamo aspettare per il racconto del matrimonio vero e proprio? Mi sta prendendo! Mi piace leggere questi racconti perche’ io sono una persona senza cuore. Nel senso che non mi commuovo per le cose romantiche e vado dritto al sodo. Un po’ come tu descrivi il tuo Orso, forse. Va da se che io ai matrimoni sono quella che mentre tutti piangono al momento del si va a pomiciare in bagno, per dire. Pero’ mi fa tanto piacere leggere di gente che un cuore ce l’ha, e che riesce a trovare tanta gioia e tanto romanticismo nel mondo. Mi fa pensare che forse pure io smettero’ di essere Elsa tra i ghiacci che non esterna nessun sentimento … XD

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    • virginiamanda ha detto:

      Ma secondo me, finchè al momento del sì non vai a pomiciare con lo sposo, va benissimo! 😀
      Io sono sempre stata molto indifferente ai matrimoni, anzi, li ho sempre evitati. Poi si è sposata mia sorella, e sono diventata un mare di lacrime!
      Chissà, magari prima o poi anche Elsa si scioglierà… 😉

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    • virginiamanda ha detto:

      Beh sì!
      Mi sa che hai ragione 🙂
      Sai, quando eravamo agli inizi e dopo la “pausa” lui ha iniziato a corteggiarmi di nuovo io facevo l’indifferente e le mie amiche ogni volta che aprivo bocca ripetevano senza mai prendere fiato:
      “QuattrochilidifarfalleinTurchia, quattrochilidifarfalleinTurchia, quattrochilidifarfalleinTurchia”, quindi sei in buona compagnia! 😀

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  2. 1234se ha detto:

    …non ho potuto evitare di domandarmi per tutto il post se al posto delle farfalle Barilla tu avessi detto qualcosa tipo: i nostri gioielli di Buccellati o gli abiti di Valentino…no, decisamente non sono romantica ! Curiosissima però di leggere il resto, mi sembra di esserci e siete divertenti.

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