“Orso! Ma veramente ci siamo sposati!?” – “Miii, amò che anzia!” – Seconda parte

Continua da qui.

Qualche giorno fa,  l’Orso ha alzato gli occhi dal suo piatto stracolmo per la colazione (volete vedere l’Orso che impazzisce?  Dategli un buffet.  Anni che viaggiamo e frequentiamo alberghi – quando ho conosciuto l’Orso lui era in trasferta e in un hotel ci abitava,  per dire-  e ancora è incontenibile l’entusiasmo con cui si approccia al rito della colazione a buffet) mi ha guardato emozionato e mi ha detto: “Pensa se non ti avessi mai chiesto di venire in Svezia con me…“. E così ci siamo ritrovati a ricordare quella sera di cinque anni fa,  quando il taxi ci ha lasciato con i nostri borsoni davanti all’albergo svedese, prima di tante case assieme. Ci siamo un po’ commossi e mi sono alzata a dargli un bacio.

Già, chissà come sarebbe stato se a quel bivio della vita io avessi preso un’altra strada?

Forse non ci sarebbe mai stata quella cerimonia di sabato scorso in cui tutti piangevano e ridevano allo stesso tempo. E il prete urlava come allo stadio: “Non si è sentito! Voi avete sentito bene? Urlatelo più forte il vostro ! “.

Ma torniamo indietro e procediamo con ordine.

Quando a luglio 2016 l’Orso mi ha fatto la “proposta” e io ho accettato (ci terrei a ribadire come in questa storia se io non dico sì non si va da nessuna parte), il problema del luogo dove celebrare la nostra unione non si è minimamente posto: dove ci siamo conosciuti. In Toscana.

Il primo passo è stato stilare la lista degli invitati. Ci è venuto abbastanza facile, e davanti alla perplessità ci siamo imposti alcune regole,  di cui la più ferrea è stata: questo invitato deve aver visto la coppia almeno tre volte.

Che sembra una cavolata,  ma per una coppia come la nostra che ha abitato quasi sempre all’estero è un buon discrimine.  Se questo è veramente amico tuo e ti vuole bene, allora si è sbattuto per conoscere la tua fidanzata e vedervi assieme almeno tre volte in 7 anni.

Ma perché era cosí importante contenere il numero?
Perché noi abitiamo lontani. Ci siamo fatti degli amici all’estero, ma le persone a cui teniamo veramente abitano quasi tutte in Italia.

E cosí quasi subito ci siamo detti che avremmo rinunciato volentieri al viaggio di nozze e speso un po’ di più per riuscire ad averli tutti vicini. Il nostro matrimonio sarebbe stato anche il nostro viaggio di nozze.

E così abbiamo fatto, ad aprile abbiamo consegnato ai nostri selezionatissimi invitati (solo amici veri, solo parenti a cui vogliamo bene e che sentiamo e vediamo regolarmente) una scatolina con dentro quattro fogli.
Nel primo, la data e l’ora del matrimonio.
Nel secondo, il programma.

Una robina senza pretese, di questo tipo.

Gli sposi avranno il piacere di accogliervi ed ospitarvi presso l’albergo Tal dei Tali.

Venerdì
18:30 Aperitivo di benvenuto

Sabato
7:00 Colazione
9:15 Partenza Pullman
10:30 Celebrazione
14:00 Ricevimento
20:00 Balli e canti

Domenica
11:30 Brunch di saluto

Nel terzo foglio un formulario da completare con dati sul tipo di camera, allergie o intolleranze e la canzone che avrebbero ballato sicuramente.

Nel quarto le indicazioni stradali.

E perché le indicazioni stradali? Perché per essere sicuri che tutti venissero il giorno prima e quindi pernottassero lí e la festa iniziasse da subito abbiamo sí scelto la Toscana, ma un luogo che fosse lontano anche per quelli più vicini.

Io, l’ho detto più volte, non amo i matrimoni. Mi mettono a disagio, mi imbarazza stare tante ore vestita bene, magari con scarpe scomode, a mangiare solo quando lo dicono gli altri e a parlare con sconosciuti.

Mi aspettavo la stessa freddezza e il sorriso forzato che ho io quando ricevo inviti.

Invece le mie amiche si sono tutte in egual misura commosse ed emozionate. Mi mandavano messaggi con il conto alla rovescia, foto dei loro abiti, si connettevano anche in orari improbabili a causa del fuso orario solo per dirmi che erano contente, che non vedevano l’ora.

Ci sono amiche che sono arrivate dal Veneto, certo, ma anche da Berlino e da Stoccolma, e io mi sento grata e da dieci giorni ho un sorriso da orecchio ad orecchio che non va via.

Mio nonno, addirittura mio nonno, che ha 87 anni e che non è esattamente in forma, è stato il primo a confermare la propria partecipazione. Le mie zie mi mandavano messaggi pieni di cuoricini (e bonifici pieni d’amore!). Mia madre, che negli ultimi sette mesi si e’ vista nascere ben due nipotini e quindi avrebbe avuto tutto il diritto di stare tra le nuvole e non occuparsi della cosa, non ha mancato un appuntamento con la sarta (ok, pur se virtualmente è sempre stata presente) e ha conservato tutti i segreti meglio della CIA.

Ma torniamo all’invito. Io e l’Orso eravamo tutti orgogliosi del nostro party con amici e parenti che non vedevamo l’ora di stare con loro, bere, ballare, mangiare… che quasi ci siamo scordati la parte più ansiosa per loro.

L’outfit.

Noi eravamo convinti che con il termine “aperitivo di benvenuto” si capisse che era una cosa informale, tra amici, quando arrivate appoggiate le valigie in camera e venite giù a bere, che non ci abbiamo pensato che per la gente equivalesse a: vestito da cocktail.

Presi da mille piccoli dettagli da incastrare e ricontrollare, il volo, le valigie, le liste di cose da finire al lavoro prima di partire per un mese, non ci siamo proprio resi conto che a casa la gente stava preparando valigie di mille possibili combinazioni di scarpe e vestiti.

Quando mia madre ha chiesto il mio parere per i quattro abiti che aveva acquistato per l’occasione, ho capito che la situazione ci stava sfuggendo di mano.

“Orso, ma come ci vestiamo noi il venerdí sera?”
“Amó, jeans e maglietta. Casual.”
“Ma tesoro, non possiamo vestirci casual se tutti vengono con l’abito da sera e i tacchi”
“Va bene, jeans e camicia”
“No, troppo poco”

Ed è cosí che il giovedì pomeriggio (cioè il giorno prima!) invece di stare alle terme, a farci i massaggi, a dormire, a bere pigramente per ricaricarci… facevamo le vasche a Barberino del Mugello, correndo tra un negozio e l’altro.

Tra l’ansia del conto alla rovescia (entro sera dovevamo essere all’albergo prescelto, non solo per arrivare prima e controllare tutto, ma anche perchè i primi amici sarebbero atterrati a mezzanotte, e noi dovevamo andare a prenderli), l’euforia dell’imminenza del grande giorno e la paura di essere gli unici cretini a non avere niente da metterci per il “nostro” evento, abbiamo svuotato il salvadanaio, in uno shopping compulsivo e scriteriato per il quale Ralph e Hugo (nel senso di Lauren e Boss) ancora si sfregano le mani.

Naturalmente come ci eravamo arrivati a Barberino?
Con calma, tranquillità e agio come una coppia organizzata che da un anno pianifica l’avvenimento?

Si, certo.
Come no.

Giovedì mattina. Ore 9:00.

“Allora amore, io adesso parto con il treno, a quale stazione mi vieni a prendere?”
“Tesò, io devo ancora andare dal barbiere.”
“Come sarebbe a dire? E quanto ci metti?”
“Mah, prima di mezzogiorno secondo me non ce la faccio”
“Ok, io posso prendere il treno alle 10 e per mezzogiorno mi faccio trovare alla stazione di Firenze”
“No, amò, intendevo dire che a mezzogiorno prendo la macchina a noleggio a Malpensa.”
“…”
“Amò?”
“…”
“Magari ti vengo a prendere a Bologna?”
“Facciamo cosí: chiamami quando parti, cosí vedo quale treno prendere e dove scendere.”
“No amò, non si può”
“E perché?”
“Io ho il telefono australiano, non ti posso chiamare. E non ho internet.”

Decidiamo di bypassare il problema del roaming usando i miei genitori e suo fratello come ponti di comunicazione.

Arrivano le 13, ormai l’Orso dovrebbe essere per strada, magari ha già passato Milano. Forse posso partire.

Ed ecco arrivare questo messaggio:

Tesoro c’è un problema all’autonoleggio. Hanno fatto l’overbooking di macchine e ora non ne hanno di disponibili, anche se l’avevo prenotata. Dicono che non sanno se e quando ne avranno una a disposizione.

[continua]

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