“La tua instancabile voglia di lavorare”

Ci è voluto un anno. Per non riuscire a dormire e dire: “E’ passato un anno. Ok. Ma dov’ero l’anno scorso?”

E così mi sono ricordata di una grigliata in terrazza a casa di un’amica.

“Amica”, mi sono ripetuta, mentre ormai rassegnata mi spostavo verso il divano (“Ok, stanotte non si dorme”), così amica che nell’ultimo anno non l’ho mai sentita. Eppure, se fossi rimasta in Svezia di sicuro ci sarebbero state altre grigliate, altre serate, magari pure qualche week end fuori, magari a Barcellona o a Berlino, ci saremmo divertite e ci sarebbe sembrata naturale e scontata la presenza e l’inclusione dell’altra nella nostra vita.

Ripensando a quella grigliata, uno degli ultimi giorni in Svezia, di quelle persone ho perso il contatto con quasi tutte. Una coppia, che vedevo regolarmente, ha pure avuto un bambino. Non ne sapevo niente.

Ma pure di quello che dovevo fare io o che avrei fatto di lì a poco non sapevo poi molto. Avevo salutato tutti dicendo che ci saremmo rivisti presto, tanto sarei stata vicina, sarei stata in Inghilterra per il master.

Già.

(Sono finita nel Galles del Sud invece, dall’altra parte del mondo.)

E’ in una notte così, in cui faccio fatica a dormire che mi manca. Mi manca il nostro appartamento, la sensazione di calore e di sicurezza di avere un posto “nostro” dove tornare, da arredare, da abbellire ma soprattutto da abitarci. Da “stare”.

Mi manca il nostro letto super tecnologico, scelto dopo litigate infinite, con lo schienale ribaltabile e il poggia braccio estendibile, mi manca la cabina armadio (quanto mi manchi cabina armadio, quanto mi manchi, non lo sai), mi manca la nostra cucina, il nostro tavolo, figlio di una lunga selezione.

Mi manca la nostra libreria, fatta disegnare apposta con le nostre iniziali.

Mi dà fastidio sapere che qualcun altro dorme nel nostro letto, che magari la pelle si è rovinata e non sono stata io, che magari la libreria si è graffiata e io non lo so e non lo posso sapere.

Mi dispiace aver lasciato la nostra comodità, anche se pesava molto. Mi manca sapere che c’era un posto che chiamavamo “casa”. Anche se l’ambiente esterno non era accogliente come dovrebbe essere quello di una vera “casa”.

Mi rendo conto adesso che è passato un anno.

Sono arrivata con i sentimenti ancora sballottati e mescolati, con un biglietto di ritorno per il mese successivo.

E sono rimasta qui.

E non me ne sono quasi neanche accorta. Con la pressione e il ritmo delle cose necessarie per rimanere: il visto, i documenti, il curriculum, la ricerca di lavoro, l’incertezza, la partita iva, la dichiarazione delle tasse.

E dopo una settimana un anello e una proposta di matrimonio.

Negli ultimi tempi mi sono chiesta varie volte se valesse la pena mantenere in vita questo blog, visto che non riuscivo a scrivere senza sentirmi un po’ finta. Non riuscivo più ad usarlo per quello che era in teoria: un posto dove poter scrivere senza il filtro di non essere capita, senza l’ansia che qualcuno potesse offendersi, senza dover usare parole edulcorate e senza dover tacere all’improvviso per paura di aver parlato a sproposito.

Ma ecco cos’era. Un tappo.

Da quando sono atterrata un tappo ha compresso tutte le emozioni e i pensieri di questa nuova tappa a testa in giù.

Mi sono accorta di tante cose che prima erano evidenti e dolorose: la solitudine in Svezia era amplificata dal silenzio, dal buio, dal freddo. Era così reale che potevo toccarla, sentirne la consistenza, lottarci ma anche accucciarmici vicino e accoccolarmi.

Qui no.

Qui alla stessa solitudine non è permesso di fare gli stessi lividi, ti picchia con l’asciugamano, perché non si vedano segni.

Non puoi dire: “Sai com’è, faccio fatica a stare qui mentre la gente che mi interessa sta tutta nell’altro emisfero, faccio fatica ad essere aggiornata perché nel flusso di informazioni continue on line si fatica a discernere tra la fuffa e le cose importanti e non posso parlare con nessuno perché quando sono sveglia voi dormite e quando dormo voi siete giustamente impegnati con la vostra vita”.

Non lo puoi dire, perché le risposte saranno inevitabilmente “Ah che bella vita che fai tu che stai in Australia!”.

E non lo puoi dire neanche agli altri espatriati (più che espatriati userei “spaesati”) come te, perché anche se qualcuno di simile cercando cercando si trova, la maggior parte corrisponde alla categoria “In Italia fa tutto schifo, qua sì che si fa la bella vita!”.

Ho iniziato a lavorare, timidamente, ed andare su e giù per i mezzi pubblici. Una cosa che ho sempre fatto, e che non mi ha mai pesato. Per niente. E’ diventata una sofferenza. Davo per scontato che il Primo Mondo fosse ovunque lo stesso, e che questo includesse servizi e infrastrutture all’avanguardia.

E invece mi ritrovo a fare tre ore di autobus – treno – autobus per effettuare un percorso di sedici chilometri.

Guardo la gente attorno a me, senza la curiosità dell’inizio, ma con pietà. Li compatisco per essere da questa parte del mondo, mentre il resto della gente fa altro, fa cose importanti, sta nel mezzo della storia. Mentre noi siamo qui. E ogni tanto quelli dall’altra parte tendono un filo e chiedono “Ma là che ore sono adesso?” “Sempre otto/dieci ore di differenza, come la settimana scorsa”, ti viene da rispondere. Ma poi ti abitui anche a questo, al fatto di vivere in un posto che non è rilevante.

Pensavo di essere di passaggio, e mi ci è voluto un po’ di tempo per capire che forse non rimarremo qui solo un paio d’anni. Forse rimarremo di più. Non so se lo accetterò mai, ma prima o poi dovrò mettermi nell’ordine di idee che sarà così e che la prossima mossa potrebbe non essere quella che avevo immaginato, e che anche quella che avevo immaginato potrebbe non essere così salvifica come credevo.

Per la prima volta stanotte ci ho pensato, ho ammesso che mi manca la nostra casa in Svezia, ho ripensato a quando abbiamo visto il sole di mezzanotte e al fatto che anche se non era perfetta era la cosa più simile a una “casa” che avremo o a cui potremo aspirare mai.

Mi rattrista l’incostanza dei rapporti, la scialuppa a cui ci aggrappiamo per non rimanere soli, quando siamo lontani dai nostri primi amici, mi rasserena sapere di riuscire a creare un gruppo di persone simili a me più o meno ovunque, ma ci lascio sempre dei pezzettini di cuore in questa consapevolezza di mobilità e di instabilità.

Rimane l’amore, certo, ma mi manca la tranquillità che si prova con le persone che conosci da sempre.

Che poi, in fondo, lo dico solo perché “è notte alta e sono sveglia”, come Marzullo, perché poi neanche con le persone che mi conoscono da sempre riesco più ad avere quella spontaneità che avevo un tempo. Ci sono troppi racconti che si sono persi, troppe serate mancate, troppe battute che non si prendono più al volo, troppa paura di dire una cosa fuori posto che un tempo avrebbe fatto ridere ma ora chissà, magari finisce che si offende qualcuno.

A volte l’Orso mi guarda un po’ sconsolato, e mi dice: “Ma tu, si può sapere cosa vorresti da una città?”.

E lo capisco, e mi fa anche una discreta tenerezza vederlo disarmato davanti al mio non essere mai contenta e comparare continuamente i posti e le esperienze.

E allora parto con delle premesse che durano ore e che so già in partenza che dopo cinque minuti non stiamo più parlando di città dove abitare ma di come siamo noi, di come ero, di come eravamo, di come stare in certi posti in certi momenti della nostra vita ci facesse sentire.

Mi manca l’Italia, è una cosa che dico molto più spesso nel blog di quanto lo dica nella vita reale, perché in realtà mi mancano certe persone e la facilità di certe comunicazioni.

Ma poi mi scuoto un po’, ogni città e ogni amicizia non è stata “subito”, come cantava una volta Antonacci, quando faceva ancora delle canzoni sensate che mi facevano piangere di domenica pomeriggio a dodic’anni (anche se, considerando l’effetto, di tutto si può pensare, tranne che fossero sensate, ma vabbè), ci vuole tempo per scoprire, per capire e anche per amare.

Se ripenso a quando ho conosciuto l’Orso, ho pensato fosse un fighetto milanese in cerca di divertimento e guarda qua, me lo ritrovo a firmare conti cointestati con me e più agitato di me al pensiero della prova dell’abito.

Non sono mai stata tanto brava nell’arte della prima impressione e chissà, magari pure questo posto mi farà ricredere del fatto di non avermi ancora rapita.

“Entusiasta” è il commento che ricevo più di frequente, nei feedback degli studenti, e io  rimango sempre spiazzata. Eppure direi che è proprio l’entusiasmo quello che mi manca.

Magari intendono l’entusiasmo per il lavoro, chissà.

Qualche mese fa ho chiesto all’Orso “Ma perché mi vuoi sposare? Cosa ti piace di me?” e lui elencando le mie qualità (sì, ok, ad un certo punto l’ho fermato che mi sentivo in colpa nei confronti della alquanto inabile umanità al confronto) tra le prime ha risposto “la tua instancabile voglia di lavorare”.

Io sono scoppiata a ridere e gli ho detto “Forse mi hai scambiato per un’altra”, perché se c’è qualcosa che mi contraddistingue dai miei fratelli è proprio la pigrizia.

E invece ripensandoci, magari ha ragione, magari una qualità che potrei avere potrebbe essere proprio (e vai di condizionali che la gente là fuori è permalosa e poi viene a dirmi “Ma chi ti credi di essere, mezza calzetta!”) non darmi per vinta. Lavorare le situazioni anche quelle che non mi sono congeniali per perseguire i miei obiettivi. (In fondo siamo tutti d’accordo che il lavoro che ho fatto con l’Orso abbia dato buoni frutti, no!?).

Insomma, quest’anno sono stata popolata da vita interiore, che però ho cercato di non ascoltare. Ora l’ho riversata su questa pagina.

Forse per l’anno prossimo posso iniziare con quella esteriore.

Annunci

5 pensieri su ““La tua instancabile voglia di lavorare”

  1. Valerio ha detto:

    Ciao Virginia, mi hai lasciato la curiosità di sapere come é possibile che ci metti 3 ore per fare 16 km tra bus e treno…ma mi viene in mente una mia amica che con il solo treno tra Brianza e Milano (20 km circa) ci mette a volte 3 ore a tornare a casa, causa soppressioni e ritardi dei treni Regionali Lombardi.
    E poi a parte questo, continua a scrivere il tuo blog…che a me piace!
    Un saluto da Cadorna

    Liked by 1 persona

  2. C. ha detto:

    Ciao, anch’io vivo all’estero (NL, DE, FR è tra poco di nuovo DE). L’imminente trasferimento FR-DE mi rattrista perché in FR mi sono trovata proprio bene!

    Leggendo i tuoi post, credo che dovreste tornare in Europa. Convinci l’Orso e trasferitevi dopo il matrimonio. Il lavoro lo troverete in Europa. l’Europa è troppo bella, sarete vicini all’Italia. Hai ragione quando scrivi che l’Australia non è il centro della storia… nei tuoi post ci sono sprazzi di immensa consapevolezza… forse dentro di te lo sai bene che l’Australia non è la tua anima gemella, l’Europa sì invece…

    Continua il tuo meraviglioso blog, un carissimo saluto!

    Liked by 1 persona

  3. szandri ha detto:

    Io ultimamente mi sento un po’ prosciugata dal punto di vista delle parole, dei commenti… però mi dispiacerebbe tanto se tu smettessi di scrivere, perché ti leggo sempre volentieri e anche se non ti conosco ti sento per certi aspetti simile a me. Comunque sai – tanto per dire una banalità che però credo sia vera – il tuo stato d’animo è legato anche all’età. Si va lontano, ci si reinventa, si cambia… ma alla fine, dopo tanto girare, si torna sempre (magari non fisicamente, ma mentalmente sì) nel luogo che per noi è casa. E che non necessariamente è un luogo, anzi direi che quasi sempre non lo è, almeno per chi ha viaggiato tanto e ha lasciato pezzetti di cuore un po’ ovunque. Ti abbraccio!

    Liked by 2 people

  4. chesognichefai ha detto:

    Ciao Virginia, anche a me piace tanto leggere il tuo blog, soprattutto quando sei piu’ aperta e scrivi quello che pensi davvero, come in questo post.
    Leggendoti anche a me veniva spontaneo chiederti… ma perche’ non torni/tornate in Europa?
    Capisco il lavoro dell’Orso, ma forse potreste entrambi trovare qualcosa di soddisfacente cercando un po’.
    Io abito in UK da qualche anno e se dovessi pensare di traferirimi in Australia mi verrebbe un mal di pancia… quindi non sentirti strana a raccontare alle persone anche le difficolta’ dell’abitare cosi lontano da quello che per te e’ il centro del mondo. Un abbraccio!

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...