From Bozze with Love: “Sembra che a noi donne capiti molto più che agli uomini”

Sono giorni un po’ strani.

Mi sveglio, guardo le palme e l’Oceano, bevo il caffè e poi leggo il giornale protetta dal vetro di una caffetteria sulla spiaggia, studio, cammino, mi metto la sciarpa, osservo il mare, ho freddo, mi lamento del freddo, mi ricordo improvvisamente di qualcosa a caso che devo ancora fare per il matrimonio, mi innervosisco, accendo il termetto, controllo le mail, sospiro, guardo il tabellone delle partenze dei treni, sospiro, guardo il telefono e tutti sono a dormire in Italia, canto “l’Estate è tornata” e mi sento fuori sincrono, fuori dimensione, fuori stagione (porca vacca, è inverno e ci sono dieci gradi) in una parola: vivo dall’altra parte del mondo.

E mi sento un po’ scombussolata.

Ieri sera chiacchieravo con una svedese (sì, lo so, lo so) e mentre lei mi raccontava di essere appena arrivata qui, io facevo un rapido conto, e sentivo la mia voce dire: “un anno”.

E’ da un anno che sono qui.

Eppure non ho fatto niente di sconvolgente, non ho creato grupponi di amici ubriachi che pubblichino foto di feste buie e sudate la mattina dopo sui social, non ho una cartella di foto ispirate in cui sono seduta sopra un furgoncino hippy colorato sulla spiaggia, non ho approcciato nessuno sport acquatico (credo di non aver neanche nuotato per più di dieci secondi a meno di venti metri dalla riva, se è per questo, perché qui gli squali sono un pericolo reale e io non mi chiamo Indiana Jones), non ho fatto sessioni di yoga mattutine sulla spiaggia, non ho foto di posti indimenticabili con tramonti romantici, non ho partecipato a nessun bootcamp, non ho visto tutto il Sud-est asiatico, insomma non ho fatto niente di quello che fanno quelli che stanno “un anno in Australia”.

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Alcune delle foto che non vedrete mai su questo blog.

Mi dispiace molto deludervi.

Ebbene, ammetto pure questo: non ho una collezione di Lonely Planet fregate alla biblioteca di quartiere.

(Se è per quello, non sono neanche andata a raccogliere le arance, come la maggior parte di quelli che stanno qui un anno, e non nego di ritenermi molto fortunata per questo).

Sono quindi giunta al momento in cui mi chiedo ci sono, ci faccio, ci sto, ci rimango, si stava meglio quando si stava peggio, ma che noia, sempre le stesse domande, e pensa a qualcos’altro, che sembri un disco rotto.

Quindi per non ammorbare con i soliti sproloqui da persona che dopo undici anni all’estero ancora si ostina a non ammettere alcune fantastiche lampanti verità come: non c’è posto come casa, nel primo mondo il livello di vita è più o meno simile ovunque, gli affetti non si costruiscono in un giorno, e che le priorità cambiano con l’età; allora pesco dal passato, post che sono rimasti in bozza troppo tempo a maturare.

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FROM BOZZE WITH LOVE

 

Ottobre 2015.

L’altra sera sono uscita con una ragazza che non vedevo da tempo. La conosco tramite l’Orso, è la fidanza ehm, moglie di un suo amico, compagno dell’università.

Lei è una che mi piace: ha qualche anno più di me, ma ci siamo trovate subito in sintonia. Ha viaggiato per lavoro, ha abitato in realtà che io neanche mi immaginavo fossero gestibili con il sorriso e la sua sicurezza. Posti che terminano con -istan, per dire.
Si è laureata in un settore maschile, lavora da anni con molti uomini e poche donne.
Una tosta, punto.

Senza per questo essere un’arrogante o mascolina. Anzi, è carina, generosa, affabile. Un bel tipo.

 

Chiacchieriamo un po’, ci mettiamo in pari con gli ultimi avvenimenti e mi dice qualcosa che mi colpisce.

Nell’ultimo anno è crollata e se ne è accorta.

Non ce la faceva più a vivere lontano dalla famiglia, ad avere una relazione a distanza, a dover battagliare un giorno sì e un giorno no per il visto, il permesso di residenza, gli accordi con l’azienda, la ricerca della casa, i poliziotti che ti fermano per strada…

Dopo anni a vivere in Paesi del Secondo e Terzo Mondo* non ce l’ha più fatta.

Ha chiesto il trasferimento in Italia e gliel’hanno concesso.

Ma prima di arrivare a “casa”, pur avendolo tanto desiderato, si è sentita debole, fragile, in una parola: bloccata.

Incapace di muoversi, di andare avanti, di proseguire con la scelta che aveva fatto e che in teoria le avrebbe fatto bene.

Da persona di buonsenso, quando ha capito di avere un problema che non era in grado di affrontare da sola, si è rivolta ai medici.

Analizzarlo senza voci amiche, ha tolto la parte di preoccupazione e di affetto, lasciando il problema netto, nudo: era stanca di essere quella forte, e il suo corpo se ne era accorto prima del suo cuore.

Ma capire di non essere invincibili è dura. Non è una consapevolezza che si sbandiera a cuor leggero alla famiglia o agli amici.

Però poi succede che appena inizi a parlarne ti rendi conto di non essere l’unica e le risposte che senti non sono – come invece ti aspettavi- accuse o espressioni di sorpresa, ma un coro di “Anch’io”.

“Sai, ho scoperto che succede molto di più alle donne che agli uomini”.

 

E dopo averla ascoltata annuendo, ho sorriso e l’ho ammesso.

Ero parte di quel coro.

 “Anch’io”.

 

 

_________

*Detto senza alcun razzismo, solo per definire la loro condizione economica attuale.

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5 pensieri su “From Bozze with Love: “Sembra che a noi donne capiti molto più che agli uomini”

  1. Giupy ha detto:

    In tre mesi di soggiorno studio in Giappone ho fatto qualsiasi cosa. Un semestre di Erasmus e avevo conquistato il mondo. Ora sono un anno in Germania e ancora manco so il Tedesco (se non quelle due frasi che dico come Tarzan), ho assaggiato il currywurst giusto due settimane fa. Credo che il tempo sia tutto relativo: se sai che hai poco tempo fai tutto quello che riesci a fare, e’ un continuo organizzare e buttarsi a capofitto nelle cose. Se ci stai di piu’ la prospettiva cambia, perche’ non sei piu’ solo un turista, e fai un pochino di piu’ una vita vera.

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    • virginiamanda ha detto:

      Già, sono d’accordo con te: se hai poco tempo cerchi di usarlo al meglio.
      Ma sai che (anche se mi scoccia ammetterlo!) credo conti anche l’età. A ventun anni ero tutto un uscire la sera, organizzare i fine settimana ovunque… ora non così tanto.
      Forse c’entra anche il fatto che in Australia ero già venuta da “turista” e tanti posti “assolutamente da vedere” li ho già visti…

      Uhm.
      Naaah, mi sa solo che sono troppo vecchia per alzarmi alle sette e andare a fare surf coi pischelli francesi diciottenni! 😀

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  2. giuliacalli ha detto:

    E anche io 🙂
    Ci sono stati dei momenti che non ho potuto condividere con nessuno se non con il Guerriero, e le voci amiche con cui provavo a farlo non potevano arrivarci. Certi problemi rimangono pur sempre lontani a chi non li vive sulla propria pelle. Non avendo controllo diretto sulla soluzione del problema, mi sentivo impotente e stanchissima. Parte del mio corpo si era letteralmente bloccata per quasi un mese, fino a che non la situazione si è districata seguendo il suo corso. Succede molto più alle donne? Non lo so, ma non mi stupisce 🙂

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    • virginiamanda ha detto:

      Non stupisce neanche me!
      C’è bisogno anche di questi momenti di incertezza, di fragilità, secondo me, anche se quando accadono non ci piacciono per niente.
      Ma ogni tanto ricordarsi di essere umani e fragili aiuta a mettersi nel giusto contesto e a fare azioni più ponderate in futuro.
      Che ne dici tu?

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