La sottile arte della procrastinazione

Ricordate quando (poco) tempo fa mi bullavo della mia abilità organizzativa?

Dimenticatelo.

Oggi sono qui per parlare di un altro talento che mi contraddistingue: la procrastinazione.

Durante gli ultimi anni del liceo e tutto il percorso universitario non mi sono fatta mancare nulla come esperta agonistica di corsa all’ultimo momento.

Ho consegnato la domanda che mi avrebbe portato in Francia alle 17:58, quando la scadenza era alle 18, ho preso treni per portare di persona il nulla osta perché spedendolo avrei rischiato di non laurearmi, sono stata il pomeriggio prima della discussione della tesi a piangere dentro la segreteria perché tre esami erano stati inghiottiti nel mare magnum dell’archivio e si era scoperto poche ore prima, ho preso aerei e treni correndo più di Bolt, sono diventata campionessa mondiale di lancio della valigia e sgambetto col trolley.

Risultati immagini per running late at the airport

Signoraaaa si levi da mezzooooooo

Questo era un tempo.

Poi sono diventata una personcina pacata che non ha più voglia di sudare né di vivere al cardiopalma e ho iniziato a programmare, ad uscire due ore in anticipo, ad andare all’aeroporto con tre ore di anticipo invece di una e mezza (“Eeeeeh, tanto c’è tempo!”), a fare la spesa prevedendo tutta la settimana invece di prevedere solo le successive due ore (e confesso che non è facile, avendo un cervello che  al supermercato entra in modalità stadio e intona il coro ultrà: “Patatine fritte! Patatine fritte! Patatine fritte!”), a prepararmi il pranzo a casa invece di correre a mezzogiorno ad arraffare qualcosa  di pronto al supermercato, a svegliarmi due ore prima invece di mezz’ora per prendere con calma il caffè, fare colazione, organizzare la giornata e dirigermi al lavoro camminando, non correndo.

Mentre il cervello ripeteva Namasté.

Tutto questo fino alla settimana scorsa.

La settimana scorsa una cliente a cui tengo molto mi ha commissionato un documento.

Una bazzecola che con il cervello in modalità-Namasté e un’organizzazione prussiana del tempo sarei riuscita a fare in tre o quattro ore.

Ecco la lista di cose che ho fatto invece:

  • visto tutta la prima serie di Suits

    

Vogliamo parlare dello stile di Jessica Pearson (Gina Torres)? Una donna di colore che dirige lo studio legale più prestigioso di New York mi ha subito conquistata. (E c’è un sito dove si possono comprare i suoi vestiti -si vabbè, come se ce li potessimo permettere-)

  • Guardare la puntata di Caro Marziano sulla scuola del circo di Torino e decidere di diventare trapezista
  • Uscire a cena con gente a caso
  • Guardare le barche a vela sul mare
  • Partecipare all’evento di una cliente che ci teneva tanto e poi c’erano un sacco di spagnoli e di argentini e tapas a volontà
  • Tornare a casa stordita
  • Misurarmi la febbre e scoprire di avere 35 gradi corporei
  • Andare a fare shopping dopo un lungo anno di atarassia (sì, lo so, avevo promesso che non avrei più comprato niente, e per un anno ho mantenuto il proposito, ma qui fa freddo e mamma si è rifiutata di spedirmi i miei bellissimi cappotti che giacciono tristi e sconsolati dentro l’armadio in Italia)
  • Guardare la seconda stagione di Suits

C’è da dire che pure i protagonisti maschili hanno il loro perché

  • Cercare su internet “35 gradi di febbre possibilità di morte”
  • Iniziare a leggere L’altro di Kapuscinski
  • Caricare la lavastoviglie
  • Cantare a squarciagolaShe fell in love with an Englishman nanananannananà
  • Cercare i voli per il viaggio di nozze
  • Pulire il bagno
  • Andare al pub con un’amica
  • Litigare su Skype con l’Orso per le destinazioni del viaggio di nozze (“Ma uffa Orso, che palle Bali, ci possiamo andare sempre, perché non andiamo in Costa Rica?” “Dai amò, andiamo più vicino, andiamo in Vietnam” “Uffa, ma non abbiamo abbastanza giorni, perché non andiamo in Canada?” “Guarda che in Canada poi ti lamenti che fa freddo” “Vabbè allora se non vuoi fare il viaggio di nozze basta dirlo. Suriname?” “Tesò, deciditi” “Ok, va bene, Uzbekistan?” )
  • Guardare la terza stagione di Suits

Brutto il protagonista maschile

  • Fare la lavatrice
  • Iniziare a leggere “Un indovino mi disse” di Terzani
  • Cercare posti dove fare una giornata di terme
  • Stendere la lavatrice
  • Guardare la quarta stagione di Suits

Brutto pure il co-protagonista maschile

  • Prendere il té con un’amica
  • Pulire la cucina
  • Studiare per un corso on-line e fare pure gli esami
  • Pesarmi cinque volte al giorno per vedere se la dieta sta funzionando
  • Lamentarmi su Skype con i miei genitori del freddo (“Buahhh, mamma, fa freddo!” “Beata te, qui si muore dal caldo!” “Mamma non sei di supporto”)
  • Farmi una maschera per i capelli
  • Guardare la quinta stagione di Suits

E la mia proattività?

E la mia organizzazione?

E la mia puntualità?

Ma soprattutto… e il documento?

Niente. Non è ancora pronto.

 

In compenso la casa è pulita e io posso usare come risposta quella che danno sempre in Suits: “I was busy saving you ass!” (anche se non è vero, come in Suits).

O anche…

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3 pensieri su “La sottile arte della procrastinazione

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