“Evitamento”

Nel lungo volo dell’andata verso l’Italia…

(un sentito grazie ad Air China per essere dei grandissimi fetentoni!

Breve storia triste del mio volo Air China-

Al check in mi dicono che a Shanghai dovrò prendere la valigia al nastro di consegna e rifare il check in. Ma scusi, è un volo in transito… Sì, ma con Air China funziona così. Ah, ok. A Shanghai mi dicono che devo passare il controllo passaporti per prendere la valigia. Dico che ho un volo in transito. Non mi credono. Mi dicono di mostrare la prenotazione. Che non posso mostrare per due motivi: uno è che il wifi dell’aeroporto non funziona, e il secondo è che la mia prenotazione si trova su Gmail.

E Google in Cina è bloccato.

Mandando maledizioni a tutte le dinastie dei Ming, l’impiegata si fa stampare la lista passeggeri del volo per Milano, e controlla uno per uno i nomi. Io giuro e spergiuro che non ho nessuna intenzione di rimanere in Cina, e che se mi lascia passare in sette ore nessuno si ricorderà di me in tutto il suolo cinese, mandarino e cantonese. Mi trova in fondo alla lista e mi stampa un visto di ventiquattr’ore.

O almeno, questo è quello che intuisco ci sia scritto… (Foto presa da Google. Ne approfitto per ricordare a Google quanto gli voglio bene)

Prendo la valigia, vado al banco del check in e un’altra svogliata dipendente aeroportuale mi dice che i banchi aprono solo due ore prima del volo. Aspetto paziente, annoiandomi (ho cinque ore da passare a Shanghai, ho pure il visto e non posso uscire perché ho un valigione con me che pesa come un ragazzino di dieci anni, che ingombra quanto due ragazzini di dieci anni e che rompe le scatole come una classe di ragazzini di dieci anni.

Più o meno così. Solo che il mio è blu.

Apro a casaccio pagine sul telefono, cercando di evitare qualsiasi pagina associata a Google. Praticamente posso leggere solo le notizie dell’Ansa. Vado finalmente al check in e un’altra svogliatissima dipendente mi dice che la mia valigia non è a norma e che devo riprendermela e farla controllare da un poliziotto cinese – l’unico arzillo di tutta la baracca- , che con i suoi guanti blu ravana dentro al mio valigione e sostiene che i braccialetti di plastica trasparente – che molto probabilmente sono stati prodotti in Cina- (e chissà perché sono finiti lì) non passano. Gli dico che li butti pure. Cinere sei e cinere ritornerai. A Cina quel che è di Cina. Mi posso imbarcare adesso? Torno al banco del check in, la sempre più svogliata addetta al check in mi stampa il biglietto e corro felice verso l’imbarco. E finalmente salirò a bordo. E lo schermo del mio sedile non funzionerà. Atterrerò a Malpensa e la valigia ci metterà un’ora ad arrivare. Uscirò dagli arrivi con un’aria derelitta e l’Orso sarà -come da copione- in ritardo di un’ora. Balbetterà davanti alla mia faccia blu parole a caso come “la sveglia, il traffico”, e cercherà di blandirmi con un caffè e un pasticcino al primo autogrill. Lo perdonerò solo alla sera. A casa di una coppia di amici, davanti ad un’ecografia inaspettata e un calice molto generoso di prosecco.

-Fine della storia triste del volo Air China-.

Chissà come avete convinto Lufthansa ad associarsi con voi...)

… ho letto un libro diverso dal solito. Non era un romanzo, non era un libro di racconti (Munro, potevi dirmelo prima che era un libro di racconti, al secondo capitolo mi chiedevo come mai questa adesso abitasse da tutta un’altra parte del Canada rispetto al primo capitolo e al terzo mi chiedevo come mai fosse già divorziata visto che nel primo ancora si doveva sposare… e poi ho capito che erano racconti e queste erano donne diverse. Non farmelo mai più!) e non era proprio una storia.

Era un saggio.

Con un titolo ameno, per passare queste ventidue ore di volo in piacevole compagnia.

Eccolo:

 

Copertina Il panico

Un’ottima lettura da aereo.

Devo ammettere che era dai tempi dell’università che non leggevo un saggio.

E mi è pure piaciuto.

 

Avevo provato a leggerne alcuni, dai temi più svariati, ma non mi avevano mai appassionato.

Leggere “Il panico” invece mi ha coinvolto e mi ha insegnato tante cose che non sapevo (non è questo che si chiede ad un libro, forse?).

Ma andiamo per gradi.

Come mai mi ritrovavo con questo libro?

I più fedeli lettori ricorderanno (Se sì, bravi, a golden star for you!) che l’ultimo periodo in Svezia non mi sentivo troppo bene. Avevo deciso di lasciare il lavoro, ma una parte di me si sentiva in colpa sia nei confronti della preside – una tra le donne più illuminate che io abbia mai conosciuto – sia nei confronti dei ragazzi e dei colleghi. Sapevo che era la cosa giusta da fare, ma temevo il cambiamento. In quel momento avevo un lavoro che mi piaceva, una bella casa, un buono stipendio e una certa stabilità. Lasciare tutto mi avrebbe restituito la libertà di andarmene dalla Svezia – ormai soffocante per me-, ma anche dato molta instabilità su tutto il resto. Quindi passavo le giornate in silenzio, rispondendo a monosillabi a tutti, per paura che trapelassero sia il mio malessere che i miei progetti di fuga.

Una mia foto del periodo agosto/settembre 2015. (Più o meno così, solo che non ho i capelli blu).

Mi ero finalmente sfogata con la psicologa della scuola, l’unica tenuta al segreto professionale che poteva darmi una mano. Mi aveva aiutata molto farlo, io che ero sempre stata scettica sull’aiuto esterno (l’aiuto te lo devi dare da sola, è sempre stato un mio mantra). Ma il giorno dopo, al momento del ritorno dell’Orso in Svezia, quindi in teoria in un momento finalmente di ritrovata pace e tranquillità, mi sentii avvolta da sensazioni strane e indecifrabili: sudore, affanno, sensazione di svenire, freddo, caldo, tremito, paura di non respirare più, battito accelerato, gambe e braccia immobili, sensazione di morire. L’Orso rientrando a casa mi aveva trovata pallida a terra, incapace di alzarmi e di parlare, fissandolo sgomenta.

Un attacco di panico.

Avevo sentenziato, riprendendo in mano il corpo e la necessità di dare un nome alle cose.

E così, come per tutte le cose che non conosco, sono passata all’approccio che mi è più congeniale: studiarle.

In quel periodo mi informai un po’ on line, ma volevo qualcosa di carta che me le spiegasse. Così, dopo qualche giorno, trovandomi in Italia, avevo comprato questo libro.

Tanto sembrava utile in quel momento, tanto è stato dimenticato immediatamente.

Facendo le valigie per l’Australia a luglio me lo sono ritrovata tra le mani. Dai, è leggero, me lo porto.

E così, ecco spiegato il motivo del perché a distanza di più di un anno e mezzo da quell’episodio (fortunatamente per me, unico ed isolato) mi trovavo su un irripetibile volo Air China immersa nella lettura di un saggio sul panico.

Più o meno così, ma con dei vicini più brutti e i bicchieri di plastica.

Il libro è interessante e lo raccomando perché tratta, in modo semplice ed immediato, argomenti che tutti sentiamo menzionare quotidianamente come l’ansia ed il panico, ma con la cognizione di causa di due medici esperti in materia, e dei casi che hanno visto.

Al di là del libro in sé, che mi ha spiegato per filo e per segno molti aspetti che sarebbero rimasti dei punti di domanda, sto scrivendo questo lunghissimo post per una parola che vi ho trovato ripetuta quasi ad ogni pagina.

“Evitamento”.

Tutti i pazienti combattono o cercano di combattere l’ansia ed il panico con l'”evitamento”.

E’ una parola che io non pensavo neanche esistesse.

A pagina 90, si riporta una tabella che viene generalmente sottoposta ai pazienti.

  TAB. 9: Indicare i livelli di disagio percepiti su una scala da 0 a 100

  • Telefonare in pubblico
  • Mangiare in luoghi pubblici
  • Chiamare al telefono qualcuno che non si conosce molto bene
  • Parlare con persone in posizione di autorità
  • Parlare ad un pubblico
  • Andare ad una festa
  • Lavorare mentre si è osservati
  • Scrivere mentre si è osservati
  • Parlare con persone che non si conoscono bene
  • Usare un bagno pubblico
  • Entrare in una sala mentre gli altri sono già seduti
  • Prendere la parola in una riunione
  • Recitare, esibirsi o fare un discorso di fronte ad altre persone

(G. A. Fava, E. Tomba. Il Panico, Ed. Il Mulino. Pag. 90)

 

Dai, ditelo.

Chi di noi metterebbe zero ad una di queste?

Così, leggendo leggendo, ho scoperto che chi si rivolge ad uno specialista per disturbi dell’ansia o del panico la prima strategia che mette in atto è l‘ “evitamento” di queste situazioni.

Mi è venuto da pensare come un po’ alla volta tutti noi, agevolati dalla comodità di casa nostra e dei nostri dispositivi tecnologici che ci permettono di essere a contatto con tutti “senza doverci mettere la faccia”, siamo passati ad “evitare” le nostre cause di stress.

Per queste immagini non ringrazierò mai abbastanza Google.

Negli ultimi anni va molto di moda parlare di migliorare la “qualità della vita”, perseguire una “decrescita felice”, togliere le fonti di stress. Fioccano articoli su tizio e caio che mollano tutto e vanno a vivere in un posto a contatto con la natura, con un’economia più rozza, con meno sovrastrutture, dove “la vita è più semplice”.

Sono tutte cose bellissime, esperienze ammirevoli. Ma cosa solleticano in fondo? Il nostro desiderio di far meno fatica possibile.

Non mi sono mai spiegata perché i miei avessero attaccato questo adesivo alla porta della mia cameretta…

E nel desiderio di non essere mai messi a confronto con la parte più paurosa e timorosa di perdere la faccia di noi, ci chiudiamo sempre di più alle opportunità esterne.

D’altronde, non lo diceva anche lui? (Sì, ma in un film che parla dello scatafascio verso cui stiamo andando tutti)

Leggere questo libro mi ha fatto riflettere come spesso mi sono cullata tra la comodità delle mie mura, ovunque fossero, perché buttarmi a fare cose che non avevo fatto prima era difficile, mi faceva sudare, metteva a rischio l’immagine che avevo di me stessa.

 

 

Non sto dicendo che dobbiamo tutti correre a fare parapendio  (o prendere un volo Air China per provare tanti brividi di novità) ma solo che “evitare” le situazioni imbarazzanti è quello che fanno i malati.

 

Ci stiamo trasformando in persone che hanno paura della propria ombra (fatto vero, tornando a casa la sera una settimana fa ho avuto l’impressione che qualcuno mi stesse seguendo in parcheggio. Era la mia ombra). Perché la modernità e il progresso ci forniscono tantissime giustificazioni per non metterci in gioco.

In fondo, perché uscire?

Ma quello che si impara sul mondo (e su noi stessi) anche facendo cose che all’inizio ci imbarazzano è impagabile.

 

So che non era l’intenzione di questo libro, ma a me è servito soprattutto a questo: a capire che il silenzio, il non rispondere al telefono, il rifiutare le cene e gli aperitivi, alla lunga fanno di me una più simile ad un malato con attacchi di panico che non esce più di casa piuttosto di una persona con una vita sana che ha tanto spirito critico da fare scelte consapevoli e rifiutare le cose che non le piacciono.

 

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12 pensieri su ““Evitamento”

  1. lisecharmel ha detto:

    sai che non lo so? voglio dire, che valore dà alla propria vita il mettersi costantemente in gioco per sfidare l’ansia? io per esempio tra le situazioni elencate odio andare alle feste: mi annoio, mi imbarazzo, mi trasformo in tappezzeria, non parlo mai con nessuno e mi vengono i pensieri tetri. a volte lo devo fare per lavoro e quindi lo faccio, ma la situazione non cambia: sempre tappezzeria resto. quindi, quando me lo posso risparmiare perché dovrei sentirmi malata?

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    • virginiamanda ha detto:

      Beh, io sono perfettamente d’accordo con te. Io non mi metterei mai “costantemente in gioco”.
      Qui parlavo dell’abitudine ad evitare le situazioni sociali, che portata all’estremo porta a non uscire più di casa, di questo parlavo. Secondo me diventare grandi vuol dire anche saper e poter dire di no a quelle situazioni che ci mettono in imbarazzo, come per te possono essere le feste.
      Io intendevo solo dire che ogni tanto, provare a spingerci fuori dal guscio può essere salutare. Non intendevo dire che bisogna costantemente vivere sul filo dell’ansia per dimostrare a se stessi di non averne, ecco.
      Abbraccio

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  2. Phaedra ha detto:

    Ci sono passata, ho avuto un attacco di panico quattro anni fa, unico episodio, mentre ero da sola (si fa per dire) in un gigantesco centro commerciale ad Abu Dhabi.
    Ho avuto i tuoi stessi pensieri, ho affrontato alla radice i problemi che avevo all’epoca. Non sono sicura di averli risolti. Però mi ha fatto bene provarci e l’attacco di panico, almeno per adesso, non è più tornato.

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    • virginiamanda ha detto:

      Grazie Phaedra per averne parlato. Io mi sono stupita quando è successo, non tanto per il fatto in sé, quanto per la quantità di persone che mi diceva di averlo provato. E’ molto più comune di quanto si pensi. Nel nostro fortunatissimo caso (cioè uno isolato) è un campanello d’allarme che ci dice che ci siamo sottoposte a troppa tensione. In mezzo ad un centro commerciale deve essere dura, ma spero che tu non ti sia spaventata troppo.
      Abbracci

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  3. 1234se ha detto:

    Con i tuoi post io non ce la faccio a fare commenti lampo quindi vado per ordine.
    Innanzitutto non mi sorprende affatto che air china sia da “evitamento ” anzi grazie per il racconto che mi ha decisamente dissuaso dal provare questa compagnia che ha da poco aperto anche i voli qui da Adelaide e mi aveva tentato. Credo che resterò fedele alla mitica e perfetta Singapore per un altro volo e poi valuterò. L’anno scorso con la Qatar abbiamo fatto il volo peggiore degli ultimi 10 anni. L’aereo era stupendo, peccato che non funzionasse niente e il servizio è stato scarso ma si sa, ognuno ha la sua storia e a noi è andata male.
    Riguardo all’evitamento sono d’accordo soprattutto se si è giovani. Bisognerebbe riuscire a collezionare più esperienze possibili e ad aprirsi sempre più ma è vero anche che bisogna rispettare i nostri tempi e i nostri meccanismi di difesa. L’essere umano si sviluppa molto più lentamente di quanto faccia il mondo e certi freni esistono in natura per salvarci da situazioni che potrebbero essere pericolose. Ovviamente non lo sono ma la nostra mente le percepisce cosi e allora bisogna anche accompagnarci graduatamente e poi io sono per lo stare bene, ottenere il massimo risultato con il minore dispendio di energie credo sia umano. io non parlerei in pubblico, cioè davanti ad una platea ma il resto non mi fa paura perché mi sono allenata tantissimo negli anni di vita social e viaggi ma in fondo non mi serve parlare ad una platea quindi che differenza fa? Ciao 😉

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  4. Frou Svedese ha detto:

    D’accordo sì e no. Anche io ho avuto episodi simili, vissuti in prima persona e da persone vicine a me. È vero che mettersi in gioco aiuta a combattere le paure ma di quelle che sono elencate nel libro personalmente non mi mette ansia più o meno nulla (ok, un po’ di ansietta magari sì ma di quella positiva, che ti fa tirare fuori la grinta). Isolarsi non è la risposta è parlarne con le persone di cui ti fidi di questi episodi e sensazioni aiuta. Però mettersi di proposito nell’occhio del ciclone per farsi scuotere dalle situazioni penso sia controproducente se prima non hai trovato un tuo equilibrio.
    E tutto questo per dire che sono solidale con il personaggio di Servillo ora più che mai 🙂 uscire per stare bene, non uscire per dire che ho una vita sociale.

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    • virginiamanda ha detto:

      No, infatti anch’io penso che non sia la soluzione mettersi nell’occhio del ciclone o riempirsi la vita di attività solo per non sentirsi “inadeguato”.
      Dico solo che mi rendo conto che la vita di oggi, con tutta la tecnologia che abbiamo a disposizione ci giustifica molto nel non uscire dal nostro guscio. Avere amici sui social ci convince di averne nella vita reale, e magari quando ci chiedono di uscire diciamo di no perché ci sentiamo a disagio. Questo intendevo.
      Per quanto riguarda le attività della tabella, anch’io la vivo come “strizza” positiva, soprattutto sul lavoro. Parlare davanti a tanta gente non mi ha mai messo particolarmente a disagio (sennò avrei dovuto cambiare mestiere da mò 😀 ) però sento che negli ultimi anni mi sono sempre più chiusa alle opportunità di vita sociale, un po’ perché sto in coppia, un po’ perché mi sono cullata nel mio “sto bene da sola”, “e se poi non riesco ad essere brillante come una volta?” e il pensiero alla Servillo (“Ma perché devo fare una cosa che non ho voglia di fare?”).
      Voleva essere un invito a provare ad uscire di più dal proprio guscio, non un invito a fare bungee jumping tutti i giorni! 😉

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  5. giuliacalli ha detto:

    Post molto bello, anche per come sei riuscita a unire l’esperienza di Air China con il saggio sul panico e la riflessione sull’evitamento 🙂
    Non metto nessuno 0 alle voci della tabella, ma leggendole mi sono resa conto di aver superato moltissime paure nel corso degli anni (mai avuto paura dei bagni pubblici, ma di altre voci nella lista decisamente sì).
    Sono molto d’accordo con il tuo punto di vista, l’essere tanto “social” di fronte allo schermo rischia di portarci dalla parte opposta…a rinchiuderci nella vita facile.
    Non ti nego che spesso con il Guerriero fantastichiamo di andarci a cercare un posto isolato, con un bel wifi funzionante, dove vivere sereni e asociali: ma è la nostra parte orsa che prevarica. In realtà io ho proprio avuto bisogno di de-socializzarmi digitalmente per riprendere un po’ di spazi nella realtà.
    Quindi ben venga l’evitamento ponderato, quello positivo che ci fa ritagliare i nostri spazi, ma senza esagerare 😉

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