I colleghi. (Come resistere alla tentazione di rifilare delle cinquine a mano aperta)

Causa trasferimenti, ho cambiato spesso luogo di lavoro. Ma il lavoro che faccio da undici anni è più o meno sempre lo stesso. Siccome ho iniziato“presto” (metto presto tra virgolette, perché 21 anni sono considerati un’età precoce per avere uno stipendio dal Ministero dell’Istruzione, ma a me all’epoca sembrava fosse già tardi… ) mi sono quasi sempre ritrovata ad essere la più giovane.

Dopo poco ho scoperto che molto del mio lavoro era da sola. Non ho praticamente mai avuto dei colleghi, ho sempre avuto un rapporto diretto con il datore di lavoro. Quando ho lavorato nei licei, c’erano naturalmente altri insegnanti, ma io ero sempre: la più giovane (di almeno un decennio, ma più spesso di due o tre), quella straniera, quella che si vedeva poco…

Visto che sono estroversa solo nei giorni dispari della fase lunare crescente, questo tipo di non-confidenza reciproca mi è sempre andato benissimo.

Presente queste immagini che si vedono sempre sui siti aziendali? Mi hanno sempre fatto sentire un certo prurito…

Fino a quando non sono finita in una scuola dove erano tutti giovani e tutti stranieri e lì sì che ho dovuto aprire gli occhi e rendermi conto che fuori dal mio angolino esisteva un mondo con cui dovevo (per forza!) entrare in relazione. Porque vache.

La mia “diversità” non mi proteggeva più. E mò?

Sono passati alcuni anni e io sono sempre circondata – mio malgrado- da colleghi.

E ho imparato, a mie spese, varie strategie per mantenere dei rapporti con questa gente che non mi è stata assegnata dalla lotteria della cicogna (la mia famiglia) né mi sono scelta (i miei amici) ma che mi ritrovo tutti i giorni, nel modo più incruento possibile.

Ohm… respira. “Ambitions”, Pascal

Un po’ per carattere, un po’ gli anni di lavoro in autonomia, mi hanno portato a non “fidarmi” di nessuno. Ho bisogno di essere da sola, in silenzio, per fare le mie cose. Il “lavoro di gruppo” l’ho sempre visto come una perdita di tempo. Perché bisogna essere diplomatici con tutti (anche con gli incompetenti) e combattere la tentazione di dire “lasciate perdere, faccio io”.  Per molto tempo non sono stata in grado di delegare: so che se mi occupo di qualcosa l’unica responsabile sono io, se devo condividere con un altro che non è nella mia testa, non me la posso prendere con nessuno… uffa. Ecco, questi sono i motivi principali per cui trovo così difficile lavorare assieme ad altri.

Questo in generale.

Veniamo poi al particolare, che non è mica da ridere

Non so come sia negli altri settori lavorativi (credo non troppo diverso, in realtà) ma il mondo dell’istruzione catalizza spesso delle categorie speciali.

Eccole:

  • Eroe: io salverò il sistema! (Armi: volontà e immaginario dell’Attimo Fuggente)

Tutti a lamentarsi dei cartoni animati Disney, mai nessuno che dica quanti danni abbia fatto questa scena agli aspiranti insegnanti…

  • Pasionario: io lotterò contro il sistema! (Armi: eloquio e pugno chiuso)

Qui ritratto mentre ripassa la prossima lezione.

  • Marinalarosa: io mi struscerò sul sistema! (Armi: occhioni e complimenti)

Chi dimentica è complice. La gatta morta usa sempre la stessa tattica: ti fa sentire importante facendoti parlare ed ascoltandoti con attenzione, ti sfiora in modo casuale e poi per un po’ ti lascia stare. Calcola tutte le mosse e poi quando ci sei cascato, sbatte gli occhioni e ti dice che avevi frainteso. (Poi esce e va a fare un calendario su Max).

  • Portinaia: io saprò tutti i c*zzi del sistema! (Arma: pettegolezzo spinto)

Vi farà il terzo grado e voi non ve ne accorgerete. Con quell’aria materna e bonaria, in venti secondi saprà farvi confessare anche la taglia delle mutandine.

  • Guardiagiurata*: io f*tto il sistema! (Armi: nullafacenza e paraculaggine)

“Mentre il mare è una tavola bluuu…” “Scusi professore, cos’ha detto?” “Niente, continuate a leggere in silenzio fino a pagina 157” “Ma siamo a pagina 30” “Bene, così potrete continuare durante la prossima lezione!”

  • Ommèmerd’: io mi prenderò i meriti per le tue idee, ricevendo ricompense dal sistema! (Arma: faccia di tolla e pelo sullo stomaco)

E se ti beccano? Negare. Negare sempre.

  • Clara: io farò la vittima e avrò in pugno il sistema! (Armi: vittimismo e lagna continua)

Clara: quella che non si accontenta di venire a romperti le scatole a casa tua in montagna, ma – poverina, già vive tante difficoltà – si fa pure portare sulle spalle dal tuo ragazzo.

 

A queste si aggiungono naturalmente anche le tipologie non peculiari di questo settore ma abbastanza trasversali come:

  • “Sotuttoio” (Non c’è gara, qualsiasi cosa fai loro l’hanno già fatta, e se non l’hanno già fatta, la farebbero comunque meglio di quanto stia facendo tu)

 

  • Marpioni (Che ti seguono ogni volta che entri negli spazi comuni e trovano sempre il modo di essere in pausa quando lo sei tu. Nella mia esperienza, i peggiori sono quelli sposati, che sembrano innocui e quelli provenienti da aree del mondo in cui la donna non è ancora avanzata nella sua emancipazione -prego notare l’ardita circonlocuzione per non passare da razzista. Ma ci passerò comunque, e pazienza-. Rimarrà per me sempre un mistero come un “No, non sono interessata” si sia trasformato in uno che mi aspettava nascosto nell’ombra per sbattermi su una parete tenendomi per un polso. Tranquilli tutti. Non ho subito traumi, lui sì, per il calcione che gli ho rifilato. Stò str*nz.)

 

  • Marpioni livello pro: stalker (che dopo due giorni dalla prima stretta di mano ti chiedono l’amicizia su Facebook, il contatto Linkedin e soprattutto il numero di telefono. Rimarrà per me sempre un mistero come un “No, non sono interessata” si sia trasformato in uno che mi urlava te quiero davanti agli studenti…)
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E c’è ancora gente che mi chiede perché non posto mai niente…

 

  • Megafoni (quando fanno una minima cosa fatta bene, lo devono venire a sapere tutti);

 

  • Spie (Ti sei sfogata accidentalmente una volta con la persona sbagliata, e ta dà. Non lo sapevi ma ti sei automaticamente sfogata con tutti, e soprattutto con i piani alti);

 

  • Snob (“Mah, non so se posso venire alla riunione, parto per fare il week end a Dubai, ho già chiesto il permesso” è una frase che mi sono realmente sentita dire…);

 

  • Antipatici vari, dovuti a casi della vita esterni al lavoro.

 

Ma ora ecco finalmente la buona notizia: la maggioranza non è così.

La grande, stra-grandissima maggioranza dei vostri (e miei, per fortuna) colleghi sarà più o meno come voi: motivati il giusto (sì, anche il mutuo è una motivazione), riservati quanto basta, estroversi 5 giorni al mese, abbastanza (o addirittura molto)  competenti nel lavoro.

Bene, appurato ciò e tirato un bel sospirone di sollievo, ecco la domandona: come fare a sopportare i colleghi molesti?

Sono un’autodidatta: una lavoratrice autonoma buttata (per sbaglio) in mezzo ad aziende grandi, molto grandi. Ho dovuto imparare da sola (e dai maestri, una su tutti la mia meravigliosa e stupenda ultima preside svedese, a cui devo molto, no, moltissimo) a farcela.

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Da così

A così.

Ecco le mie strategie, spero servano anche a voi:

  • E’ uno sfogo o è una richiesta di consiglio? 

Saper riconoscere uno sfogo da una richiesta d’aiuto mi ha salvato da molti mal di testa. La situazione tipica è: piomba in classe un collega e inizia a dire “Tu non sai cos’è successo oggi con Kevin!”. No, non lo sai, e “veramente”, vorresti rispondergli “non credo mi interessi saperlo”. Questo è il momento di puro sfogo. Una volta riconosciuto, mettetevi il cuore in pace. Non siete voi il destinatario del messaggio, non viene richiesta la vostra competenza né la vostra conoscenza del mondo per aiutare il collega con Kevin. L’unica cosa richiesta è un orecchio. Mettetevi in posizione di ascolto e annuite. Se alla fine dello sfogo vi viene chiesto esplicitamente “Cosa mi consigli di fare?” allora potete snocciolare le vostre soluzioni. Altrimenti muti. Dare soluzioni a uno che si vuole solo sfogare vi farà apparire come saccenti, indelicati e presuntuosi.

(By the way, pure nella vita vera aver imparato a distinguere uno sfogo da una richiesta d’aiuto mi ha evitato parecchie litigate.)

  • L’aiuto solo laterale, mai centrale.

Un collega è in difficoltà. Magari è colpa sua (ha temporeggiato tutto il quadrimestre e ora badabam! ha tutti i compiti da correggere e poche ore per scrivere i giudizi per ogni studente). Vi chiede aiuto. E’ una situazione abbastanza paradossale, perché la categoria è formata da gente che “ne sa più di te” (sennò non si sarebbero scelto il ruolo di “insegnanti”) quindi difficilmente si abbasserà a chiederti una mano. Ma mettiamo il caso succeda (a me è successo). La questione è spinosa: naturalmente ti verrebbe da dire “Arrangiati!” (ma poi con quella persona devi starci tutti i giorni). Là fuori c’è una sfilza di gente che convive con il senso di colpa magnificamente, ma io purtroppo non rientro in questa schiera di fortunati. Ho imparato che si può uscirne con capra e cavoli: l’aiuto va dato solo in modo laterale, mai nel nocciolo del problema. Posso mettere in ordine i compiti per classe in modo che tu possa trovarli prima, posso scrivere già le generalità degli studenti su qualche pagella, ma il grosso, amico mio, resta a te.

“Non riesco a preparare questo per domani, me lo faresti tu?” (tipica domanda da Guardiagiurata o da Clara). La risposta è sempre “No, mi dispiace, anch’io devo ancora fare un sacco di cose per domani”. 

Chiedere è lecito, rispondere è cortesia.

E la formica, invece non ci cale mica…

  • Equità.

(Dovrebbe essere automatico tra adulti, ma ho visto di quelle scene…)

Se un collega ti sta simpatico  e uno ti sta antipatico, trattali allo stesso modo. Saluti entrambi quando arrivi, sorridi ad entrambi, aspetti entrambi prima di iniziare una riunione. Poi magari se devi prenderti un caffè te lo prendi con quello simpatico, ma non lasciare che le tue affinità influenzino i tuoi rapporti di lavoro.

La gattamorta cinematografica meglio riuscita degli ultimi anni, Ellen Page in “To Rome with Love”.

Anche il  collega molto carino va trattato come quello brutto. Pure il marpione, li devi trattare tutti educatamente.

Specialmente in luoghi dove ci sono tante persone, non è mai carino quando escono i pettegolezzi su Caia che era tutta buddy buddy con Tizio. Magari ci avete messo una vita a studiare, e a trovare il lavoro… e con una sciocchezza perdete professionalità. Non essere infantili né svenevoli nei rapporti di lavoro, è essere professionali.

  • C’è una legge? Ok.

Se c’è una legge c’è poco da fare: bisogna rispettarla. La legge di qui prevede che gli alunni non possano mai andare in bagno da soli senza supervisione di un adulto, perché qualcuno potrebbe essersi introdotto nei bagni di nascosto. A me sembra un’emerita cavolata (specialmente quando si tratta di adolescenti, che sanno benissimo andare in bagno da soli), ma la legge è questa e punto. Non si può discutere la legge.

Noi siamo abituati a dare sempre interpretazioni delle leggi. Se invece le accettassimo, ci libereremmo da tanti inutili piagnistei e chiacchiericci sul nulla tra colleghi.

Lo diceva Socrate, non io.

  • Non umiliare. 
(4) Twitter:

Ecco, frasi del genere suonano bene in un film. Non fate gli antipatici nella vita vera.

Una scena a cui mi è capitato di assistere:

“Ah, ma quest’anno ce li hai tu quelli di terza c? Come sono? L’anno scorso non si comportavano bene per niente…”

“Con me sono stati bravissimi, eccezionali.”

“Wow, che strano, l’anno scorso Gino e Domitilla erano proprio indomabili”.

“No no, guarda, con me sono stati bravissimi, anzi, me l’hanno detto loro che solo con me si comportano così bene”.

Ecco, magari voi vi sentite l’Eroe di Attimo Fuggente che rivoluzionerà l’intero sistema educativo globale… ma non ditelo, specialmente ad un collega che ha appena esposto una propria fragilità.

  • La consuetudine rassicura. (Ma non è una legge). 

In certi posti di lavoro ci sono delle routine da seguire, documenti da presentare a scadenza fissa, insomma, c’è una struttura che funziona in un certo modo, da molto tempo prima di voi. Perché mettersi a discutere di quanto non vada bene?

Questo è il tipico atteggiamento del Pasionario: bisogna fare la rivoluzione, cambiare tutto, tabula rasa, il nuovo è più bello.

In generale sì, ma prima va anche capito che certe consuetudini, specialmente se condivise da tutti, rassicurano. Mettersi a discuterne se proprio non è necessario, rovinerà solo l’ambiente e porterà tanti malumori inutili (Ecco, ora mi tocca fare anche questo! Tanto non serve a niente! L’ha detto pure Sempronio prima alla macchinetta del caffè che non serve a niente e che non capisce perché dobbiamo continuare a…). Se invece avete avuto l’idea del secolo che snellirà i processi e renderà molto lavoro più agevole e veloce, prego, parlatene pure. Ma direttamente ai vostri superiori.

La consuetudine non è una legge, si può cambiare.

  • Se va tutto benissimo, non va bene per niente. (Avere dubbi è salutare)

Soprattutto nell’insegnamento. Se qualcuno fa un sorrisone e dice “Va tutto bene” c’è qualcosa che non va. Se invece è sincero, stringetegli la mano, forse è la Montessori reincarnata.

Questi sorrisi, giusto nelle foto (e si vede benissimo che sono finti)

  • Ascolta. Se non sai cosa rispondere riformula.

Avete anche voi come me, ereditato la faccia da padre confessore? Ecco. E’ una condanna. La gente non vede l’ora di venirvi a raccontare le magagne e i successi delle loro giornate. Nonché le loro opinioni sul mondo e sull’ambiente di lavoro.

Questo è un terreno scivoloso, perché annuire e basta (come per lo sfogo) svilisce l’altro.

Una buona tecnica è quella di riformulare i concetti appena sentiti per chiedere conferma.

Non sbilanciatevi. Rilanciate parafrasando.

L’altro sarà contento di aggiungere dettagli.

  • Complimentati / Apprezza

Quando qualcuno ha fatto qualcosa di buono, vai a dirglielo apertamente. Basta un “bravo” ben piazzato per risollevare l’umore di qualcuno e stabilire un ponte positivo con un collega.

  • Leggi solo l’oggetto nelle “all staff” mail. 

Fanno solo perdere tempo. Al massimo chiedete dopo.

  • Parlare di soldi: mai.

Con i colleghi non si parla mai di soldi. In contesti in cui c’è la negoziazione dello stipendio, assolutamente vietato. Sapere che Guardiagiurata guadagna più di voi e non fa niente vi farà sentire amareggiati, tristi e offesi con lui. Il vostro rendimento ne risentirà e anche la relazione con i colleghi meglio retribuiti. Viceversa potreste scatenare voi invidie e gelosie.

Perché farsi il sangue amaro?

“Amore, dovresti averlo capito quando mi hai detto che facevi l’insegnante che non ti avevo scelta per i soldi”, ebbe a dire l’Orso.

  • Sii te stesso, nella versione più educata e silenziosa

Seguire mille regole di comportamento stanca. Cerca di essere il più possibile te stesso, magari nella versione più educata che riesci.

  • Pazienza. Con te stesso, soprattutto. 

Se qualcosa non ti riesce, non te la prendere. Prendertela con te stesso presto si trasformerà in prendersela anche con gli altri…

Inutile e dannoso.

  • Preparati

Temi i colleghi del genere “spia”, guardiagiurata e ommèmerd’? L’unico modo per annientarli è essere sempre preparato su quello che devi fare. Arriva prima, organizzati in modo da sapere con una buona approssimazione quello che devi fare e dove trovare le risorse per farlo.

Essere preparato ti aiuta a superare lo stress, la tensione, la pressione delle scadenze.

Inoltre, se sei sempre preparato e si nota, quando farai -inevitabilmente- qualche scivolone, tutti saranno più tendenti a perdonartelo.

Se invece vivacchi sulle spalle degli altri, arrivi sempre in ritardo, non sai mai come né perchè bisogna fare le cose… è più probabile che lo scivolone diventi casus belli.

  • Datti degli orari. 

Io ho imparato a non rispondere a mail o chiamate di lavoro prima delle sette di mattina né dopo le sette di sera. Perché a quell’ora io non posso fare niente. Se vuoi parlarmi e vuoi che lo sappia tra le prime cose del mattino, scrivimela. Staccare dal lavoro aiuta ad essere meno irritabili con i colleghi. C’è stato un periodo in cui l’Orso mi ha detto: “Abitiamo nella stessa casa eppure sono sette mesi che non ti vedo”. Praticamente arrivavo a casa e mi attaccavo al computer a rispondere, preparare, controllare… non alzavo mai la testa dallo schermo quando ero a casa. Anche il lavoro più bello del mondo, fatto così fa solo male alla salute.

  • Leggerezza.

E fatti una risata ogni tanto! Anche con il collega musone.

Domani sia io che te, che lui, saremo sotto ad un cipresso.

* Ho avuto un collega che di lavoro faceva proprio la guardia giurata prima di (non si attraverso quale potentissimo Santo in Paradiso) arrivare ad insegnare nella mia scuola. Passava la giornata a lamentarsi che le cose non andavano, poi entrava in classe e diceva ai ragazzi: “Oggi leggiamo da pagina 17 a pagina 37 del libro”. Su, bravi, mettetevi a leggere. Si sedeva sulla cattedra e vegetava fino allo squillo della campanella. Dopo un paio d’anni è tornato a fare la guardia giurata (“Si guadagna meglio, sai!”).

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7 pensieri su “I colleghi. (Come resistere alla tentazione di rifilare delle cinquine a mano aperta)

  1. fughetta ha detto:

    ahahah! Ben detto!
    Io ho molta meno esperienza di te, da insegnante, ma riconosco queste tipologie. Ti sono mai capitati i colleghi innamorati dell’Italia, che non vedono l’ora di parlare finalmente con una vera italiana? Di solito sono simpaticissimi e, nella mia esperienza, molto di aiuto e di supporto, anche per cose al di fuori della scuola. Poi ci sono anche quelli che tirano a campare e io onestamente li evitavo se potevo.Un’altra tipologia che ho incontrato è la collega poco organizzata a casinara che però ti supplisce. Quando feci l’incidente ed ero a casa in malattia, lei prese le mie classi e il passaggio di consegne e il monitoraggio furono fonte di stress tanto che a volte mi dicevo che avrei fatto prima a rientrare direttamente al lavoro. Però era simpatica.
    Una cosa assolutamente ho imparato: di fronte alla classe sono sempre dalla parte del(la) collega. Quando giurano sulla testa dei figlioli che no, i pronomi possessivi NON LI HANNO FATTI o quando dicono che “AH, LEI PARLA MOLTO PIU’ LENTAMENTE/VELOCEMENTE/CON UN ACCENTO STRANO” o altre cose estreme. Di solito io gliela giravo come “bene! Avete sentito un accento diverso dal mio, è utile!”.
    Ho smesso di chiedere “questo l’avete fatto?” e ho imparato a dire “ripetiamo questa cosa, che avete già fatto con *nome del collega*”.
    Di sicuro no, non abbiamo mai parlato di soldi! 🙂

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    • virginiamanda ha detto:

      Sì, sono d’accordo, anche se penso che sia ovvio (forse però come dici tu, non sempre è scontato!) mettersi dalla parte dei colleghi davanti agli studenti, famiglie, clienti…
      Ho dovuto prendere le difese di colleghi che non mi stavano per niente simpatici davanti alle famiglie e non è stato semplice, ma lo ritengo sempre doveroso. Dove c’è una crepa si fa presto ad entrare per trasformarla in una voragine, mentre davanti ad un muro compatto è più difficile.
      Poi però tu dentro di te lo sai che se i tuoi alunni hanno avuto una collega pasticciona e poco preparata prima di te, che livello di conoscenze possono avere… e anch’io condivido l’approccio positivo: “Bene, quindi ripassiamo!”. Con il tempo si impara che la lagna degli studenti è un modo come un altro per perdere tempo, specialità in cui sono tutti laureati! (Non parliamo degli adulti, poi… ad honorem! 😀 )
      Io personalmente non tollero proprio chi scarica il barile sui colleghi precedenti, sulle leggi, sulle risorse che non ci sono… mi viene sempre da dire: “MA TU, perché – intanto – non fai il tuo?”. Non risolverà i problemi del mondo, ma di sicuro è un impiego del tempo più produttivo della lamentela 🙂 .
      I colleghi innamorati dell’Italia… oh mon Dieu, che campionario! Sì, mi sono capitati, e la cosa peggiore è che mi sono capitati anche quelli innamorati della Francia e della Spagna quando insegnavo francese o spagnolo, e hai voglia a ripetergli che sono italiana, partivano in quinta con “Buenos Dias!” e non li fermavi più. 😀 😀 😀
      Per quanto riguarda i soldi, credo valga per tutti i settori ma magari è solo un problema mio: parlare di soldi mi rattrista. Se ho negoziato un determinato stipendio mi deve andare bene e non voglio sapere niente di quanto prendi tu. Quando ho saputo che la collega snob prendeva di più, ed in teoria lei rispondeva a me (cioè io ero il suo “capo”) mi ha buttato giù parecchio. Le volevo (voglio) molto bene, ma quella rivelazione per un attimo ha incrinato il rapporto… guardando indietro avrei preferito non saperlo proprio!
      Ma tu come stai? Ti stai ambientando?

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  2. lisecharmel ha detto:

    cosa mi sei andata a pescare nel dimenticatoio: Marina La Rosa! che vintage 🙂
    Per quanto riguarda i marpioni (in generale, non solo i colleghi), una volta in ufficio siamo arrivati alla conclusione che per loro una qualsiasi risposta, indipendentemente dal contenuto della stessa, è un sì. Quindi per loro anche un “non sono interessata” è un’apertura. L’unica soluzione sembra essere ignorarli del tutto, se si può.

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  3. Giupy ha detto:

    Oh i colleghi… una categoria che passo tutta la mia vita ad evitare (e per fortuna non ho davvero dei “colleghi”). Ricordo comunque prima di iniziare ad insegnare ad un teaching training un professore mi disse “Presente l’Attimo Fuggente? Bene. Dimenticatelo”

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  4. giuliacalli ha detto:

    Fantastico, ho la tentazione di condividere questo post con i miei genitori che sono entrambi insegnanti…innamorati del loro lavoro, ma da un trentennio alle prese con i problemi della scuola pubblica italiana e naturalmente dei colleghi! Pur non essendo mai stata insegnante ho riconosciuto alcuni dei tuoi personaggi nei loro racconti 😀
    E poi alcuni dei profili che descrivi sono veramente trasversali e si trovano in tanti altri contesti 🙂
    Comunque complimenti per l’aplomb, io non sono così brava a destreggiarmi tra i rapporti lavorativi che mi stanno antipatici.
    E ho spesso fatto l’errore di parlare di stipendi, grande grandissimo errore che mina la tranquillità lavorativa. Però lo vedo anche dal lato positivo: è stato un insegnamento anche quello. Sapere di non aver saputo contrattare abbastanza, o di essermi valutata meno di quanto fosse in realtà possibile per il budget del mio datore di lavoro, mi è servito per ricalibrare il mio valore lavorativo, secondo me è importante.

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