Gli altri siamo noi? (Italia sì, Italia no)

Da quando sono qui in Australia mi ritrovo circondata di italiani. La cosa non mi dispiace, ma mi crea qualche difficoltà.

Vivo una contraddizione.

Io sono italiana (e questo mi sembra palese), sono fidanzata con un italiano, la maggior parte delle mie amiche è in Italia o parla italiano. Io non mi sono mai sentita né un cervello in fuga (quale cervello?)  né una figlia ripudiata. Non parlo male dell’Italia e in generale non ho problemi con gli italiani. Sono nata al Nord, ho studiato al Centro e sono fidanzata con uno del Sud. Direi che mi sento abbastanza affine a parecchie zone d’Italia.

Eppure, da quando sono qui ho dei pensieri costanti di cui mi vergogno.

A dire la verità, avevo avuto delle sensazioni simili nei due mesi trascorsi a Londra. Ma lì ero con la mia famiglia, tanti posti erano conosciuti, stavo studiando, insomma, ero già un po’ inserita (due terzi della mia famiglia abita là da anni, io conosco i loro amici etc) e la città la conoscevo già.

Eppure non ho potuto fare a meno di constatare come le cose siano cambiate dalle prime volte, un decennio fa, che frequentavo quella città. A quanto pare, nei quattro anni che ho trascorso ibernata in Svezia gli italiani hanno iniziato a trasferirsi a Londra.

In massa.

Ok, mi sono detta, è normale, è sempre stato così. (Con sempre intendendo dagli anni Ottanta in poi, il mio sempre coincide con la mia nascita, naturalmente…)  Tanti italiani, soprattutto giovani, magari un po’ incerti sulla carriera da intraprendere “vanno a farsi l’esperienza a Londra”. Fanno i camerieri, i lavapiatti, i centralinisti quando va bene e dopo qualche mese tornano con qualche parola in più di inglese e magari qualche sterlina in tasca. Nei casi più fortunati anche qualche idea più chiara.

Lì per lì ho pensato: sarò io che ci faccio caso.

Poi, sentendo in continuazione parlare italiano ho pensato: sarà che frequento posti turistici, e allora oltre agli italiani- residenti incontro anche gli italiani-turisti. Sarà per quello che mi sembrano tanti.

Ma poi, passavano i giorni e io dovevo fare delle cose specifiche, andare per uffici, prendere treni che mi portassero fuori città, vedere delle persone, partecipare a seminari all’università, sostenere colloqui e esami. Ed ero sempre circondata da italiani.

Mi è sembrato molto strano. Ok, è una metropoli attraente. Ma possibile che ce ne siano così tanti? Ma prima ce n’erano di meno?

Eh sì, prima ce n’erano di meno e sono aumentati.Londra è la tredicesima città italiana.

Ok, ho pensato. Ma Londra è vicina. E poi è facile arrivarci, un volo Ryanair preso a pochissimi euro, una camera in affitto o prestata da qualcuno che conosci (perché tutti conoscono qualcuno che abita a Londra) e ti sistemi a Londra. Trovi un lavoretto, poi un lavoro, ti crei un giro di conoscenze, ogni tanto vai a fare il week end in Italia, e bam! E’ già passato un anno. Tiri le somme e se non ti va più bene torni in Italia. (Che comunque è stata ad un tiro di schioppo per tutto il tempo.)

Ok. Londra è vicina, andarci è facile. Tornare pure.

Ma qui?

“Guarda che venire in Australia è facile” mi aveva detto una milanese dopo pochi giorni che mi trovavo qui, un po’ spiazzata da tutti questi italiani.

Come facile? Ci sono almeno 24 ore di volo, è dall’altra parte del mondo, parlano inglese…

E’ facile, mi ha ripetuto paziente lei, se hai meno di 31 anni prendi il visto “vacanza e lavoro” e compri un biglietto aereo e ta-dà, sei in Australia.

Ok, va bene.

Ma tutti questi italiani!?

Mi sento un po’ in imbarazzo, lo ammetto.

Da una parte sento che dovrei sentirmi affine. Ho di sicuro molte più cose in comune con un italiano che non con un australiano. Vero?

Vero?

Mia sorella, che abita in Inghilterra da anni, un giorno mi aveva detto: “Sai che credo di avere molte più cose in comune con uno della Nuova Zelanda che non con uno di Caserta?”. Lì per lì mi aveva quasi dato fastidio. Ma forse non aveva tutti i torti.

Mi trovo a sentirmi a disagio a parlare con le persone.

Era da tanto tempo che non mi capitava.

Proprio perché non mi sono mai sentita “in fuga” dall’Italia mal tollero i discorsi:

  • In Italia non c’è lavoro (io in Italia lavoravo, pure l’Orso)
  • In Italia non ti fanno un contratto (da quando sono qui ho cambiato tre lavori e mi hanno fatto un regolare contratto solo in uno, in Spagna il nero era all’ordine del giorno, in Francia pure…).
  • in Italia se non vieni da un’università prestigiosa non prendono neanche in considerazione il tuo curriculum (io ho studiato all’università della Mela Verde in Frigo, eppure lavoro nel mio ambito l’ho sempre trovato)
  • in Italia se hai studiato al Sud non ti considerano neanche (nutro i miei dubbi, ma li tengo per me)
  • in Italia sono tutti raccomandati (…)

 

Siccome ho passato quasi quattro anni nella fredda, cordiale, carissima, praticamente disabitata e relativamente priva di storia Svezia mal tollero pure i discorsi:

  • gli australiani sono freddi, me li aspettavo più calorosi
  • in Australia è tutto carissimo
  • in Australia non esistono le città, ci sono solo quartieri con la posta, due bar e una strada
  • in Australia non c’è niente da fare.

 

Poiché sono dieci anni che abito fuori dall’Italia e almeno quindici da quando imparo, con risultati alterni, lingue straniere, mi imbarazzano i discorsi:

  • lo spagnolo lo parlo benissimo perché sono stata tre mesi in Erasmus a Valencia
  • l’inglese non è affatto un problema per me perché ho una triennale in lingue
  • io capisco tutto perché ho un ottimo inglese accademico ed ho studiato in una prestigiosa università italiana, mi manca solo un po’ di slang.

 

Insomma, mi sento in una contraddizione: dovrei sentirmi affine, vicina a questa gente e invece non riesco a far altro che un sorriso imbarazzato e cercare di cambiare discorso.

Non ho cercato io queste interazioni, ma mi sono presentate soprattutto per lavoro. Proprio perché, contrariamente a quanto pensavo io, ci sono tantissimi italiani, e il numero è aumentato.

Mi sento un po’ a disagio, lo ammetto.

E’ un problema mio?

Ero anch’io così una volta?

Avrò imbarazzato anch’io i miei interlocutori con frasi generiche piene di vuoto?

Gli altri siamo noi?

Moderna de Pueblo

 

 

 

* Dai che la state cantando tutti…

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25 thoughts on “Gli altri siamo noi? (Italia sì, Italia no)

  1. Bellissimo post Virginia, ho talmente tante cose da dire che ho paura di scrivere anche io un post invece che un commento 😛
    Io conosco tantissime persone che si sono trasferite a Londra, ma proprio tante e quando sono stata lì per tre mesi ero praticamente sempre circondata, mio malgrado, da italiani. Però ne conosco anche tantissime che si sono trasferite in Australia, in particolare a Melbourne. Non so se è un caso, ma davvero, per un periodo, chiunque si trasferiva laggiù.
    Per quanto riguarda le considerazioni sull’Italia: io ho frequentato un’università del sud per tre anni e una del nord per due, sono una povera stronza che non ha amicizie che possano trovarle un lavoro figo e tutti i lavori che ho fatto (sempre nello stesso settore, quello per cui ho studiato per altro) me li sono trovata da sola mandando curriculum a pioggia; ho un contratto a tempo indeterminato, idem il mio fidanzato e non abbiamo mai avuto problemi in Italia.
    A Londra, mi avevano assunta (sono durata poco per una serie di motivi) senza contratto, quindi…

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    1. Già! Io condivido tutto quello che dici, ho omesso di specificarlo ma manco io ho santi in Paradiso e in Italia, come negli altri Paesi i lavori me li sono sempre trovata con l’antico metodo bizantino: mandando curriculum a nastro!
      Quando sento questi discorsi mi chiedo: ma sarò io ad essere stata fortunata? Davvero ci sono lavori in cui la selezione te la fanno sulla base della zona da cui provieni o dell’università che hai frequentato?
      Per quanto riguarda la tua esperienza a Londra, ecco, mi rincuora sapere di non essere stata l’unica ad avere quel senso di straniamento…

      E’ chiaro che ognuno ha la sua storia personale, e ci può anche stare che uno che per un periodo decida di farsi un’esperienza all’estero per farsi un’idea o per migliorare la lingua. Sono l’ultima che si può permettere di sindacare sulle scelte individuali che portano oltre confine! Ma mi chiedo tutta sta sicumera sul “sistema Italia che non funziona” da dove derivi…
      Un abbraccio!

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      1. Certo, ci mancherebbe. Io ammiro chi si trasferisce all’estero perchè ci vuole comunque coraggio, molto coraggio, ma quando qualcuno dice che in Italia nulla funziona e che il lavoro si trova (raramente) solo a determinate condizioni e solo se hai determinati requisiti, sarà che non credo proprio di essere particolarmente fortunata e intelligente 😉

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    1. Non è facile avere dati certi, perché molti italiani all’estero si rifiutano di iscriversi all’AIRE, che invece potrebbe aiutare per la statistica.
      Qui però si possono avere alcuni dati (per difetto): https://en.wikipedia.org/wiki/Italian_Australians
      L’1,6% degli Australiani parla italiano a casa.
      E stiamo quindi parlando di persone immigrate anni fa (quindi residenti).
      http://www.abc.net.au/news/2014-11-28/economic-disaster-prompts-spike-in-italian-migration-to-australi/5927386 In questo articolo invece il Console Italiano a Sydney sostiene che il numero degli italiani arrivati qui nel bienno 2012/2013 sia superiore a quello del dopoguerra nel 1950/1951, storicamente uno dei periodi di maggiore affluenza.

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  2. che diamine sono le prestigiose università italiane?
    comunque se ti può consolare, lavoro in un’azienda che di origine è nata a milano e poi nel tempo ha acquistato altre aziende in Germania, Austria, Europa dell’Est e un’azienda identica con sede a Roma e grandi ramificazioni in Sicilia. onestamente per quanto sia difficile, spesso lo scontro culturale con i colleghi tedeschi è meno forte che coi colleghi romani.

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    1. Ahahah! Nella conversazione in questione, la tizia sosteneva che la sua prestigiosa università fosse Messina e le avesse insegnato perfettamente le lingue. (Che ci può anche stare, ma a meno che uno non abbia studiato interpretariato, una facoltà di lingua in Italia credo ti insegni lo stesso livello da Nord a Sud. Ovvero dopo una triennale sarai a malapena ad un C1 se la lingua è neolatina, B2 se è europea, B1 se è asiatica o africana, direi a spanne, eh!).
      Lo scontro culturale sai che io invece di sentirlo sulla provenienza lo sento sulla superficialità? Quando devo parlare con qualcuno che mi considera sua sorella solo perché sono italiana e infarcisce il discorso di luoghi comuni io sento tantissima distanza culturale, anche se è nato nel mio stesso ospedale lo stesso giorno.
      Ma capisco quello che vuoi dire, per molto tempo ho sentito grande affinità con colleghi svedesi e finlandesi.

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  3. Pure io spesso non mi sento affine agli Italiani, Purtroppo pero’ io ho in problema piu’ ampio: io tendo a sentirmi affine solo ad altri accademici. Che mi rendo conto sia molto snob, ma quando vado alle conferenze o sto con i colleghi sono piu’ o meno sempre sulla stessa lunghezza d’onda (magari mi stanno sul cavolo eh, ma sono comunque persone come me), mentre con persone che non sono nel mio ambito non faccio altro che ripetere quelle frasi che (giustamente) a te stanno sul cavolo, della serie “si sono qui perche’ in Italia non c’e’ lavoro”, e in verita’ e’ molto piu’ complessa ma non so bene come stare a spiegarlo. Credo sia il primo step della sociopatia XD.

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    1. Mi sa che hai detto la parola giusta: “snob”. Io ho paura di fare la figura della “snob” e quindi non dico esattamente quello che penso. Capisco anche che parlando con persone con cui non si ha confidenza uno non scenda molto nel dettaglio delle cose.
      Ma mi sai che hai centrato il punto: ci si sente affine solo a quelli che hanno fatto percorsi di vita simili, indipendentemente da dove vengono.

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  4. Scusa lo spam, ho ritrovato il papiro perso:

    Oddio Virginia, sfondi una porta aperta!
    Non trovo statistiche su Barcellona, così al volo, ma la comunità italiana è risaputamente la più grande delle comunità straniere di Bcn. E con grande abbondanza di sardi, ti dirò, visto che praticamente si tratta della città estera più vicina alla Sardegna. E sull’isola, malauguratamente, certi luoghi comuni sulle possibilità lavorative sono tristemente veri.
    Infatti mi chiedo: forse all’estero si accentua molto il concetto dell’”essere italiani”, mentre quando vaghiamo per il nostro stivale ci teniamo a precisare la nostra componente geografica. Questo potrebbe accentuare il fatto che le persone del Sud Italia che emigrano (in maggioranza rispetto agli italiani del Nord), si portino dietro anche tutta quella seria di tristi considerazioni sulla situazione nella loro regione d’Italia.
    Mi sembra, sempre così, a intuito, che ormai l’emigrazione da una regione all’altra si stia riducendo, e gli italiani che non trovano lavoro salgono sempre più direttamente su un Ryanair verso una capitale europea o si afferrano a un Working Holiday Australiano, piuttosto che tentare la “carta del no”. Non li biasimo, eh. Onestamente anche io avrei evitato i miei anni di espatrio a Milano: dove per la cronaca ho sempre lavorato, ho avuto contratti a tempo indeterminato (che io ho mollato perché non ero soddisfatta), dove non sono mai rimasta senza lavoro.

    E comunque, per rimanere, in tema: l’ho raccontato molte volte anche nel mio blog, ma nei miei espatri ho sempre cercato di evitare gli italiani. Poi naturalmente il caso (e il lavoro) me ne ha fatto conoscere tanti anche all’estero, ma mi sono tenuta stretti quelli che avevano una visione della vita più simile alla mia e meno…come dire, piagnona. Che certi luoghi comuni (sia positivi che negativi) mi mettono i brividi.
    No comment su chi si appropria di meriti linguistici e si pensa “viaggiato” quando non lo è [belle queste sardizzazioni dell’italiano]…quelli proprio non si meritano nemmeno il mio sorriso forzato.

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    1. Sì, hai ragione: quelli che emigrano all’estero hanno spesso evitato di emigrare ad un’altra regione italiana prima. Ma forse questo è anche il motivo di tanta superficialità e generalizzazione. La prima volta che sono venuta in Australia in vacanza ci siamo fermati a chiacchierare con una coppia di ragazzi che lavorava in un bar nel Queensland. Avevano forse ventidue anni a testa ed erano partiti subito dopo la maturità. Della provincia di Brescia ad un certo punto avevano infarcito il discorso con un bel “Eh, in Italia c’è la Mafia!”. Ora, io magari potrò non conoscere a fondo la realtà della provincia di Brescia ma credo di poter affermare con una certa sicurezza che la mafia questi due potevano al massimo averla vista in tv in una replica della Piovra…

      Su Barcellona non posso che darti ragione. Per il (troppo poco!) tempo che sono stata lì ho sentito parlare tantissimo italiano. Però forse succede la stessa cosa di Londra: essendoci molti voli economici, diventa indistinguibile il turista dal residente…
      Però che i Sardi fossero uber alles non l’avevo notato! 😉

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      1. Uber Alles non so, ma ho incontrato più vicini di paesello in 4 anni a Barcellona che non in 3 a Milano 😀

        …in Italia c’è la mafia, vero. Che la gente vada via dall’Italia perché c’è la mafia, a meno che non sia toccata veramente in modo diretto, secondo me è una gran scusa.
        No mamma mia i luoghicomunissimi non li posso proprio sentire, mi si arricciano i peli.

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  5. Non posso che essere d’accordo con te. Vivo da quasi 6 anni in Australia e il numero di italiani è sempre stato in aumento. E con la maggior parte di questi italiani io ho ben poco in comune: non sono una backpacker, non ho il working holiday (anche se lo ho avuto), ho scelto di fare un phd invece che un corso di un anno, ho comprato casa, etc. Insomma, due mondi completamente diversi e per questo cerco di mischiarmi il meno possibile….

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    1. Claudia, tu e il tuo blog siete per me un faro nella notte!
      Anch’io mi sento molto diversa, ma non per snobbismo, cerco proprio cose diverse. Non sarei mai venuta qui alla mia età (32 anni) se non avessi avuto la certezza del lavoro di uno dei due. Ci sono pochi posti al mondo dove andrei allo sbaraglio ora come ora (anche se in precedenza l’ho fatto, ma ero da sola, ora devo pensare per due). A bruciapelo direi solo Italia e Svezia, perché in entrambe ho casa o rete di contatti o conoscenza del sistema tale da permettermi di “sistemarmi” relativamente a breve. Non ho mai contemplato l’idea di un working holiday perché non faceva proprio parte dei miei progetti. Ma capisco che per molti l’Australia sia un “sogno” e per questo sogno siano disposti ad accettare lavori non qualificati, paghe basse, condivisioni in appartamenti affollati di altri italiani… semplicemente, come dici tu, non ho molte cose in comune con loro!

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  6. No, no gli altri sono loro…noi siamo noi, questo è certo! Quando siamo arrivati a Sydney dove abbiamo vissuto per più di due anni prima di approdare qui nel sud, sono stata invitata ad una festa a casa di italiani. Tutti adulti, professionisti, molto inseriti…cioè noi non c’entravamo un c…, reduci da mesi di giri in tenda, da anni vissuti a Londra ( il mio lui è british, anzi londoner, l’unico rimasto che poi ora se n’è pure andato), rilassati e contenti. In realtà dopo esserci sorbiti discorsi di ogni genere su come si dovrebbe vivere a Sydney, sugli utensili da cucina che dobbiamo avere tipo la ” kettle” ( cioè anni a Londra, compagno inglese e secondo te non so cos’è il bollitore??), su quanto tutta la frutta e verdura non ha sapore e via così, abbiamo deciso che si stava meglio quando si stava peggio e quindi preferisco saltare la trafila dell’italiana all’estero e frequentare persone simpatiche e intelligenti che se poi capita che sono pure italiane tanto meglio, se no indiani, australiani, inglesi, malesi…tutto mi va benissimo! Un tizio si era messo a parlare con me e il mio compagno in un inglese penosissimo per spiegare tutta la situazione delle miniere, infrastrutture etc..e poi dopo averci fracassato ogni cosa ci ha chiesto ma scusa da quanto siete qui in Australia? E io: pochi mesi, perché? Ah beh ma allora ditelo, io mi sono fatto un gran mazzo a capire tutte queste cose e te le ho regalate cosi, tu devi fare le tue considerazioni da sola….mi ha detto! Allora apparte che nessuno gli aveva mai chiesto niente e ci siamo sorbiti tutta la tiritera in un inglese penoso dopo 7 anni che viveva in Au e pure il cazziatone….vade retro…gli altri sono altri! E poi non mi diverte frequentare italiani all’estero, che gusto c’è? In fondo si viene via dall’Italia anche per avventura, per crearsi una vita diversa, per evolverci…non mi diverte se devo rientrare negli stessi meccanismi italiani, apparte te naturalmente che mi sei simpaticissima 😏

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    1. Uahahah! Altra categoria stupenda: quelli che ti fanno la morale! 😀 Mi fanno morire dalle risate!
      Quando sono venuta qui la prima volta (in vacanza) era già da due anni che abitavo in Svezia (e da otto fuori dall’Italia) e una italiana cercava di convincermi che SOLO in Australia si potesse usare il bancomat per pagare anche il caffé. (Come è noto, negli stati scandinavi il contante è nella pratica stato abolito e per esempio in Norvegia verrà presto dichiarato illegale…) quindi io la carta per pagare il caffè, la metro, il panino… era da anni che la usavo. Ma ci sta pure l’ingenuità di aver scoperto delle cose e presupporre che succedano SOLO lì. Chissà quante gaffes ho fatto io negli anni… però a trent’anni secondo me andare a fare la morale agli altri su quanto, come, dove, perché bisognerebbe vivere all’estero, se ci abitano già da anni, forse un po’ di senso del ridicolo dovrebbero darlo. A me una sera un paio di male in arnese (che poi con l’Orso abbiamo ribattezzato “I Commercialisti”) cercava di istruirci sui tipi di visto e su come avere uno “skilled visa”, senza mai lasciarci parlare. Quando alla fine siamo riusciti a dire che noi il visto ce l’avevamo già, con pieno diritto al lavoro e senza scadenza, ci sono rimasti malissimo… ma come dici tu: ma chi gli aveva mai chiesto niente? 😀 Di personaggi è pieno il mondo, davvero!

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  7. Condivido praticamente in toto il tuo post e quanto detto nei commenti. Non so che siamo noi, non so chi siano gli altri ma la vita è troppo breve per passarla con della gente con cui non hai nulla in comune se non la copertina del passaporto. E viene da una che in Svezia si è trovata il moroso Italiano (anzi Sardo!) quindi pregiudizi non ne ho.
    Per quanto riguarda la lamentaggine di dei nostri connazionali concordo: anche io sono figlia di nessuno, ho fatto un dottorato all’estero, poi lavoro altrove (vicino a Londra, ovviamente!). Non ho avuto mai esperienze lavorative in Italia, fondamentalmente perché gli eventi mi hanno naturalmente portato a cercare altrove, senza rancore per la madrepatria.
    Come da copione qui c’è pieno di Italiani, anche a lavoro. Il problema è quando questi Italiani che lavorano con me, gente che ha studiato e che ha fatto più o meno il mio stesso percorso, mi dice che l’unico ragazzo del sud che lavora con noi è un Terrone. Dover venire fino in Inghilterra per sentire usare la T-word preferivo evitarlo. Per questo evito le persone moleste, indipendentemente dalla loro provenienza.

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    1. Mi sembra un’ottima filosofia di vita. Io certe persone non le frequentavo in Italia, non le vorrei frequentare neanche fuori. Lo straniamento arriva quando “sulla carta” quelle persone sono affini a te per percorsi di vita: hanno viaggiato, hanno studiato, parlano le lingue straniere e… ragionano per luoghi comuni. Che spreco!

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  8. Università della Mela Verde in Frigo! ahahahaha ti voglio bene 🙂 anche tu ti sei fatta ibernare in svezia? dove di preciso? kiruna? 😉 comunque sì, vedo molti italiani che si trasferiscono in germania o uk per fare lavori che in italia non avrebbero mai fatto… la vedo una contraddizione… questo modo di ragionare “esterofilo”, dove l’estero è sempre meglio, è molto italiano e devo dire che anche io ho finito per fami condizionare dal modo di vedere dei miei amici/parenti italiani ma so essere obbiettiva almeno… ah, buona fortuna in australia! per quanto riguarda i troppi italiani dove abito io siamo in 3/4 in tutta la provincia e devo dire che una vita di mezzo tra il troppo o il poco sarebbe perfetta. 🙂 ti auguro una buona giornata!

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    1. Ciao! Guarda, se mi fossi fatta ibernare a Kiruna, ora qui ci sarebbero fiori ed opere di bene! Per fortuna ero in “the Capital of Scandinavia”, ma ti assicuro che la noia e il freddo arrivavano pure lì! Come cantava Jovanotti in una canzone di vari anni fa, mi sono dovuta allontanare dalla Svezia per vederla tutta intera, e adesso la detesto un po’ di meno. Buona esperienza a te che sei lì! Ti auguro inverni meno freddi e meno bui di quelli che ho avuto io 🙂

      Per quanto riguarda il modo di ragionare “esterofilo” e i luoghi comuni che si hanno sui Paesi che non si sono mai visti, ti posso assicurare che con il tempo inizi a passarci sopra e a fare un bel sorriso ogni volta che te li ri-propongono.
      Credo anch’io di aver guardato gli altri condizionata dal criterio “estero”, ma anche questa categoria alla fine lascia il tempo che trova perché in Italia ho ancora amiche validissime, sagge e illuminanti che non si trasferirebbero mai. I parametri sono molto personali e i vari motivi che spingono ad andarsene pure.

      Buona fortuna! Lycka till! 😉

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