Meraviglia: fragilità immaginata che fa trattenere il fiato e si trasforma in applauso

Qualche giorno fa sono andata al circo.

E, come sempre, mi sono commossa, emozionata e ho applaudito con tantissimo (sì, venire al circo con me è più imbarazzante che andarci con una bambinetta di cinque anni, regredisco completamente) entusiasmo.

Da bambina mi affascinavano i colori, mi colpiva l’odore, rimanevo imbambolata a fissare dettagli inutili come quella macchietta sulla tenda del sipario, o il trucco delle sopracciglia della danzatrice… poi mi perdevo ad osservare le uscite dei vari personaggi, volevo sapere se dal sipario che si chiudeva si riusciva ad intravedere quanto ci mettevano a trasformarsi di nuovo in persone comuni, quanto mantenessero la parte e quanto non vedessero l’ora di togliersi il costume di scena.

Adesso sono più grande (sì, una bambina di cinque anni imprigionata nel corpo di un’adulta, povero Orso) ma al circo ci vado lo stesso.

A luglio, pochi giorni dopo esserci trasferiti in Australia, avevo notato una pubblicità molto ammiccante…

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E così, sono andata a vedere Kooza, del Cirque du Soleil.

Kooza racconta la storia di un piccolo clown che sta crescendo e vuole imparare come fare i grandi numeri circensi.

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Lui è il piccolo clown che deve crescere. (Non è adorabile? Tra l’altro ho scoperto che a volte  a interpretarlo è un’italiana, tale Alessandra Gonzales, unica italiana di tutto l’ambaradan, che generalmente nello spettacolo fa la cantante [Qui una sua intervista].

Voce incredibile, viaggia per tutto il mondo, vive con il circo. Da uno a dieci la invidio duecentoquaranta. – E curiosando sul suo profilo instagram scopro pure un bel pezzettone di fidanzato australiano jazzista- Invidia a mille!)

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Lo spettacolo è tutto composto da numeri di equilibrismo, in varie forme.

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Io guardavo questi artisti eccezionali e rimanevo a bocca aperta.

E non è una frase fatta: ero come paralizzata dallo stupore, le labbra si distanziavano da sole, il fiato si bloccava.

Ho avuto la fortuna di vedere a teatro Mariangela Melato, quando ero già abbastanza matura da poterla apprezzare.

Ma non solo lei, sono stata a teatro e a vedere spettacoli dal vivo altre volte, ma ogni volta, ogni messinscena, rimango sospesa in un preciso momento, che è quando mi chiedo: “Ce la farà?”.

Gli attori sono davanti a te, su quel palco e tu sai che sono bravissimi perché ti hanno fatto immedesimare e ora stai vivendo quella storia assieme a loro.

Poi arriva un momento in cui ti scolli da quel coinvolgimento perché percepisci -o ti sembra di percepire- la voce che si incrina, una pausa dove non dovrebbe essercene una, un movimento strano o un’assenza di movimento dove te l’aspettavi.

Eccolo, il dubbio allarmato che si insinua: “Si sarà dimenticato la battuta? Ce la farà?“.

Rimango in allerta, perché per un attimo mi metto nei panni di quell’attore, famoso, acclamato, che si trova in un teatro gremito e non si ricorda più la battuta. E magari i colleghi non se ne accorgono, presi ed emozionati come sono dal proprio ruolo e dai mille pensieri che hai (il vestito, non si deve vedere che è strappato, aspetta mi devo spostare che nella prossima scena deve entrare quell’altro, questa luce mi disturba, nelle prove non era così intensa, ora devo camminare, fare il pensieroso, mi sposto, questa è la scena del monologo, devo solo camminare, e in quella dopo devo dire, magari stasera lo faccio più sofferto e meno sarcastico, no?) quando sei in piedi du quelle assi e tanta gente pende dalla tua bocca.

E l’attore sembra essersi dimenticato, tu ti rendi conto che ormai non devi più essere l’unico ad essersene accorto, e ti giri verso il vicino per provare a verificare dalla sua espressione se anche lui è incredulo o se non è vero e ti sei immaginato tutto tu.

E nell’attimo in cui ti giri, Zac! L’attore riprende a parlare, perfettamente nella parte e tu senti che il respiro teso della platea si distende in un sospiro di sollievo.

Di attimi così, di momenti di sospensione passati a chiederti: “Ce la farà?” lo spettacolo Kooza è pieno.

Mi sono chiesta se fosse un caso o se tutti gli acrobati avessero dei piccoli momenti di perplessità durante i loro numeri in cielo attaccati ad una fune, ad un braccio, ad una bici, ad una sedia, ad un nastro…

(No, non è un caso, lo spettacolo è pensato e voluto così, ho scoperto dopo).

Quel momento in cui tutto il pubblico smette di respirare (mozzafiato diciamo in italiano, e non c’è parola più azzeccata per quell’istante) e si chiede: “Ce la farà?” per me vale il prezzo del biglietto.

Io vado a vedere gli spettacoli circensi, quelli teatrali, in generale, quelli dal vivo per quel preciso istante.

In quell’attimo in cui mi sembra di riconoscere una sbavatura, un’imprecisione, un’incertezza dell’artista io vedo me, vedo tutti noi.

La nostra fragilità, nuda, davanti al numero che stiamo per affrontare, in equilibrio sospesi sul nulla.

E ci riusciamo.

Ce la facciamo, sempre.

E il tendone tira un sospiro di sollievo e parte un fragoroso applauso.

 

 

 

______________

(Foto da qui)

Autore: virginiamanda

Arrivata per ultima in una famiglia dove il regalo più frequente è una valigia, si ritrova con tutti i difetti della figlia minore (ehi! Guardatemi! Sono qui! Sono divertente anche! Sto su un piede solo! Guardatemi!) più tutti i difetti della vagabonda (ma in quale casa avrò lasciato quella valigia/quei libri/quei vestiti/questi stivali). Pur essendo veneta non è leghista, pur avendo fatto il classico non sa il greco, pur avendo fatto l'università non sa ancora scrivere correttamente, pur avendo un papà che legge il Giornale non è berlusconiana, pur avendo lavorato al check-in di un aeroporto non ha ancora imparato a non farsi sgamare con i kg di troppo in valigia, pur avendo preso parecchi treni ed aerei non ha ancora imparato a non perderli, pur avendo traslocato almeno trenta volte non ha ancora imparato a farsi una valigia essenziale, pur amando viaggiare non ha ancora imparato a guidare, pur avendo avuto "varie" storie sentimentali continua a dire: è la prima volta che sono così cotta/perduta/innamorata. Spera di re-incarnarsi un giorno in Amanda Lear e/o in Shakira

3 thoughts on “Meraviglia: fragilità immaginata che fa trattenere il fiato e si trasforma in applauso”

  1. ho preso i biglietti per la spettacolo che stanno portando in giro in UK, regalo di natale per il mio fidanzato, ci andremo a marzo! anche io amo il circo e lo spettacolo, non so se mi accorgo del momento di cui dici, ma rimango incantata come te.

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    1. Hai fatto benissimo! Se non sei già iscritta, ti consiglio di iscriverti al loro club, è gratuito e a me ha permesso di andarci pagando il 40% in meno. Praticamente eravamo poche file dietro la zona vip e davanti al palco, spendendo quello che avremmo speso in piccionaia.
      Come si chiama lo spettacolo che andrai a vedere?

      Mi piace

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