In incognito (“Don’t be that guy!”)

Dritta al punto: mi sembra di essere in incognito.

Ogni volta che conosco qualcuno di nuovo, temo sempre di fare la figura della saccente, dell’arrogante, della presuntuosa, di quella che ha visto-ha fatto- ha capito tutto dalla vita.

Tempo fa avevo letto un decalogo per i ragazzi che viaggiano con lo zaino in spalla e cercano di stringere nuove amicizie strada facendo.

Uno dei consigli era “don’t be that guy”: cioè quello che sa già cosa stai per dire, ti interrompe a metà frase perché quel posto che tu hai tanta voglia di vedere lui c’è già stato, lui quella vacanza che tu sognavi da una vita l’ha già fatta nel 2011, e poi l’ha rifatta nel 2013,  che conosce già quell’aneddoto etc etc…

Io temo di diventare, anzi di essere già “that guy”. E devo risultare antipatica da morire a chi mi conosce per la prima volta.

Un paio di anni fa avevo una collega che parlava sempre. Molto gentile e molto sorridente ma non perdeva mai un appiglio per poterti raccontare la sua fantasmagorica vita e un aneddoto qualsiasi che la vedeva protagonista.

Sulle prime mi è sembrato un atteggiamento molto solare, poi sempre meno. Ad un certo punto ha iniziato a darmi proprio sui nervi! Ma fà finire di parlare una buona volta! Stai in silenzio più di quaranta secondi, eccheccavolo!

(Lo so che la stavate tutti canticchiando…)

Ho iniziato a pensare che mi infastidisse così tanto perché vedevo in lei parti di me, difetti che erano anche i miei.

Per molto tempo le mie amiche mi hanno permesso di “tenere banco”, mio fratello si è nascosto dietro di me mandandomi avanti perché ho sempre (beh, diciamo spesso) la battuta pronta, la storia da raccontare, l’aggancio per dire qualcosa.

Una delle prime volte in cui tornavo dalla Svezia in Italia, una delle mie amiche più di vecchia data mi ha chiesto, stupita: “Comea che non te bacaj più?” (Come mai non urli più?).

Io, di questa metamorfosi, non mi ero neanche resa conto.

Credo che da lì, da quel periodo, sia iniziata un po’ alla volta l’operazione di sottrazione per non diventare “that guy”.

E così mi vergogno, mi vergogno di dire che ho fatto l’università, che ero di ruolo e che mi sono licenziata, che dopo un mese di lavoro mi avevano già promossa a coordinatrice didattica in un Paese di cui non parlavo neanche la lingua ufficiale, che ho abitato all’estero per dieci anni, che questo lavoro mi è capitato all’improvviso quando neanche lo stavo cercando, che ho viaggiato tanto e che ancora viaggerò, che ho un fidanzato innamorato (così sostiene), che mi è capitato di arrivare qui in Australia, senza praticamente fare fatica, che ho una bella famiglia, normale, senza divorzi né padri assenti, che vengo da un Paese che non è in guerra, che so cucinare… insomma non dico più niente.

(Qualche giorno fa il capo stava iniziando un discorso del tipo:”Tu che sei insegnante…” e io l’ho bloccato, fredda: “Io non sono un’insegnante, io faccio i caffé”. Una freddezza che ha stupito prima di tutti me stessa, ma anche lui, che è rimasto un po’ spiazzato.)

Qui nel blog è diverso: qui mi sfogo un po’. E’ come se parlassi davanti allo specchio con la possibilità di ricevere risposte. (Sì, questa metafora sembra quella di una sotto acidi, ma non mi drogo, davvero!). Qui posso anche fare la figura di quella che se la tira, o di quella che rimugina troppo, o di quella fortunata, o della saccente arrogante pretenziosa.

Ma fuori devo cercare di non essere “that guy”. E così un po’ alla volta è aumentata la consapevolezza di come potevo venire percepita dagli altri, a scapito di una naturalezza nel comunicare e conversare con gli altri.

Mi sembra di essere stata me stessa in incognito. Baffi finti, occhialoni e impermeabile, a far finta di non capire, a chiedere dettagli di viaggi che ho già fatto,a chiedere sempre “come stai? Cosa hai fatto? Che mi racconti” senza più pretendere che lo chiedessero anche a me, senza più volere “tener banco”, intrattenere, raccontare.

Più o meno così.

E ora forse non sono diventata “that guy”, che antipaticissimo, racconta le proprie avventure mentre gli altri mal lo sopportano.

Ok, ma allora: cosa sono diventata?

Autore: virginiamanda

Arrivata per ultima in una famiglia dove il regalo più frequente è una valigia, si ritrova con tutti i difetti della figlia minore (ehi! Guardatemi! Sono qui! Sono divertente anche! Sto su un piede solo! Guardatemi!) più tutti i difetti della vagabonda (ma in quale casa avrò lasciato quella valigia/quei libri/quei vestiti/questi stivali). Pur essendo veneta non è leghista, pur avendo fatto il classico non sa il greco, pur avendo fatto l'università non sa ancora scrivere correttamente, pur avendo un papà che legge il Giornale non è berlusconiana, pur avendo lavorato al check-in di un aeroporto non ha ancora imparato a non farsi sgamare con i kg di troppo in valigia, pur avendo preso parecchi treni ed aerei non ha ancora imparato a non perderli, pur avendo traslocato almeno trenta volte non ha ancora imparato a farsi una valigia essenziale, pur amando viaggiare non ha ancora imparato a guidare, pur avendo avuto "varie" storie sentimentali continua a dire: è la prima volta che sono così cotta/perduta/innamorata. Spera di re-incarnarsi un giorno in Amanda Lear e/o in Shakira

2 thoughts on “In incognito (“Don’t be that guy!”)”

  1. A volte anche io ho la sensazione di essere ‘that guy’, forse perché – da prof che siamo – siamo abituate a dover trovare sempre nuovi stimoli di conversazione, a raccontare affinché raccontino, a dare esempi affinché si sciolgano … diventa poi un modo d’essere. A me aveva fatto benone una settimana senza voce per lasciare spazio agli altri …

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  2. Magari io sono una saccente odiosa, ma a me non importa se sono “that guy”. Questa e’ la mia vita e non mi vergogno a raccontarla. Ho scelto questa vita perche’ per anni, da piccola, ascoltavo mio padre e amici di famiglia raccontare esperienze simili, e ho fatto di tutto per essere una persona che ha sempre un aneddoto da raccontare. Magari poi alla gente non piaccio, ma non e’ che si possa neanche nascondersi… (senza ovviamente essere sgarbati o interrompere o maltrattare gli altri, ma queste sono le basi)

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