Oh, you look so young!*

(Baby, I am young!)

Così mi ha detto Gegia [come sempre, in questo blog, i nomi di luoghi e persone sono cammuffati, ma lei sembra veramente Gegia], la ragazza dal Taiwan con cui lavoro, quando ha saputo che il mese prossimo farò 32 anni.

Com’è questo lavoro?

Non so neanche se lo posso definire lavoro, a dire la verità. Faccio caffé. Vendo gelati.

Come quando avevo sedici anni.

Lavoro in un chiosco e faccio caffé e gelati, come quando avevo sedici anni.

 

Ok, non è esattamente così, ma per rendere l’idea.

 

Ci sono giorni blu di Prussia.

Sono giorni di sconforto completo, in cui mi ripeto la frase (aspé che forse era sfuggito) “Faccio caffé e gelati, come quando avevo sedici anni”, e penso che oltre all’attività e al sedere di quell’epoca mi è rimasto ben poco. Non ho l’entusiasmo di allora, non ho manco più voglia.

Sono stata quasi un anno senza lavorare.

E uno potrebbe dire: “Beh, quindi ora avrai ripreso con grinta! Chissà che voglia di tornare al lavoro! Fare qualcosa, dare un senso alle giornate!!!”.

Ma io stavo benissimo a non lavorare.

E nel frattempo il lavoro non è cambiato, non è diventato più piacevole, non mi è mancato.

Svegliarsi alla mattina, vestirsi e andare in un posto dove ti pagano il tempo non è diventato più piacevole. E’ sempre la stessa schifezza che mi ricordavo.

 

E poi ci sono giorni gialli.

Sono giorni di ottimismo e fiducia.

Guardo la saracinesca abbassata, mi giro verso il mare (anche questo è cambiato rispetto ai sedici anni, all’orizzonte ho l’Oceano Pacifico,  ed effettivamente non so quanti possano dire di vantare una vista simile dai loro posti di lavoro) e tiro un sospiro di sollievo. Quel giorno è finito e io non mi porterò a casa nessuna preoccupazione, nessuno stress, nessun motivo di panico, nessun compito da correggere, nessun sito da aggiornare, nessun genitore da chiamare, nessuna mail a cui rispondere con urgenza e gentilezza, nessuna riunione da fissare, nessun verbale da compilare, nessun collega da consolare. Niente.

Torno a casa, guardo l’Orso e dico: usciamo a fare una passeggiata. L’Orso generalmente scodinzola e andiamo a… passeggiare.

Da quanto tempo non capitava?

Forse non è mai davvero capitato. Forse è la prima volta che non ci vomitiamo addosso i dispiaceri della giornata cucinando in fretta il cibo più calorico e rassicurante che ci venga in mente ma che andiamo a passeggiare senza l’urgenza e l’apprensione per la giornata successiva.

Certo, non è che la spensieratezza me l’abbiano venduta a chili. Anzi.

Rimangono un sacco di problemi che questa nuova situazione comporta e ai quali non avevo mai dato peso prima: il visto, l’assicurazione sanitaria, la macchina. Tre cose di cui non mi era mai passato per l’anticamera del cervello di avere bisogno.

E poi ci sono giorni verde acqua.

Sono giorni in cui mi sale la tristezza. Ho paura di aver rincorso un sogno sbagliato e di dover cambiare completamente percorso professionale.

Potrei fare il master qui, ma ci vuole il visto, e ci vogliono un sacco di soldi.

Io credo di non essere una persona veniale e se mi guardo attorno ed indietro credo di aver vissuto anche parecchio bene. Mi sembra un privilegio poter “scegliere” se lavorare o no. Sto facendo caffè e vendendo gelati perché voglio fare qualcosa, muovermi, parlare con la gente. Potrei passare la giornata al computer e il mio tenore di vita non cambierebbe di molto. Ma ecco, tutto questo considerato, non so se me la sentirò di spendere il corrispettivo dell’acquisto  di un monolocale per un master (no, non è un MBA, magari, è moooolto più caro di un MBA) che, forse, un giorno, mi aprirà le porte dell’insegnamento.

E allora, in quei giorni verde acqua ci penso e dico: ma se mi fossi concentrata sul percorso sbagliato? Magari non devo fare l’insegnante. Certo, è quello che faccio da dieci anni e l’ho sudato. Ho fatto tanti sacrifici e mi sono coltivata la professionalità, guadagnandomi centimetro a centimetro tutta questa strada con le unghie, i denti, i gomiti e la tenacia.

Ma se questo fosse un modo per dirmi che ho sbagliato strada?

Quanto voglio ancora investire (e ormai è chiaro che non sto più parlando di soldi) in questo progetto?

Nei giorni di amarezza penso alle storie di conoscenti che “ce l’hanno fatta”: un ricorso qui, un esame comprato là, l’amico sindacalista, l’amico avvocato, una telefonata arrabbiata ogni tanto… e appena possibile malattie, congedi, etc.

Oppure altre storie, gente che ha molti più anni di me, che sta ancora studiando per passare un ipotetico improbabile concorso e che a questo ha sacrificato anni di vita, progetti, figli, famiglia.

Mi chiedo se ne vale la pena, se sono così brava come mi hanno detto, se non sia in realtà vanagloria o spreco di tempo.

Mi chiedo quanto sia giusto, se ci sia una misura di fino a che punto è lecito spingersi per avere un risultato continuativo.

Non ci sono risposte, credo. Ma magari qualcuno che passa di qua mi vuole dare la sua opinione.

[Per favore: niente cattiveria. “Potevi stare dov’eri, chi te l’ha fatto fare” è mancanza di tatto. E commenti di questo genere li trovo un po’ inopportuni.]

 

 

 

 

*I am not that young anymore… è invece quello che ho risposto.

Autore: virginiamanda

Arrivata per ultima in una famiglia dove il regalo più frequente è una valigia, si ritrova con tutti i difetti della figlia minore (ehi! Guardatemi! Sono qui! Sono divertente anche! Sto su un piede solo! Guardatemi!) più tutti i difetti della vagabonda (ma in quale casa avrò lasciato quella valigia/quei libri/quei vestiti/questi stivali). Pur essendo veneta non è leghista, pur avendo fatto il classico non sa il greco, pur avendo fatto l'università non sa ancora scrivere correttamente, pur avendo un papà che legge il Giornale non è berlusconiana, pur avendo lavorato al check-in di un aeroporto non ha ancora imparato a non farsi sgamare con i kg di troppo in valigia, pur avendo preso parecchi treni ed aerei non ha ancora imparato a non perderli, pur avendo traslocato almeno trenta volte non ha ancora imparato a farsi una valigia essenziale, pur amando viaggiare non ha ancora imparato a guidare, pur avendo avuto "varie" storie sentimentali continua a dire: è la prima volta che sono così cotta/perduta/innamorata. Spera di re-incarnarsi un giorno in Amanda Lear e/o in Shakira

19 thoughts on “Oh, you look so young!*”

  1. I giorni blu di prussia e gialli e verde acqua ci sono sempre… ma vedrai che presto saranno sempre piu’ gialli🙂 Forza e coraggio! (Ma davvero la gente lascia i commenti cattivi? Ma che gente c’e’?)

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  2. eh, tu lo sai come sono presa io al momento, quindi hai tutta la mia comprensione e perdonami se straparlo. Anche io a volte mi chiedo se ho davvero capito dove voglio andare, se questa strada che sto cercando di prendere sia quella giusta, se voglio (e se ho le capacità per) arrivare lì. Non lo so, guarda, l’unica cosa che al momento mi sento di dire è che non lo sapremo forse mai, e che comunque nella fatica è importante anche godersi il cammino (senti chi parla).
    Ma il master è in UK? Mi sono un po’ persa.

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    1. Il master *sarebbe stato* in UK. Ero già stata ammessa e avrei dovuto iniziare un mese fa. Costa, perché costa, diciamo pure parecchio. Tra tutto e tutto forse quarantamila euro.
      Ma dura circa due anni e non me la sono sentita di stare due anni ad un emisfero di distanza dall’Orso. Con un fuso orario variabile di otto-nove-dieci ore. E ho rinunciato.
      Qui c’è lo stesso master, ma per essere ammessa dovrei prima di tutto avere il visto. E in quanto studentessa non australiana dovrei pagare sette volte quello che paga uno studente residente.
      Vuoi la cifra? Solo di iscrizione universitaria all’incirca sessantamila euro. Aggiungici il vivere durante due anni. E ci siamo capite…

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      1. tra tutto e tutto significa tutto cosa? Tasse + affitto + cost-of-living? Giusto per farmi un po’ i fatti tuoi🙂 E che master era, giusto per curiosità?
        Spiego il perché di queste domande. Ci stavo pensando anche io, ad un Master (l’amicomio mi disse “no, tu hai bisogno di un lavoro!” e forse c’ha pure ragione) e questo costava un botto di soldi di iscrizione e quindi sto facendo i miei calcoli.

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        1. Beh, io a dire tutta ma proprio tutta la verità, fosse stato per me, mi sarei iscritta in Italia. Il poco che ho visto dell’istruzione all’estero me l’ha fatta rivalutare alla grande, anzi, alla grandissima.
          Il discorso “soldi” NON è esattamente il punto, mi ero praticamente già iscritta ed avevo già fatto i miei conti. Tra l’altro ho una parte di famiglia in Regno Unito, quindi non sarebbe neanche stato un periodo abbandonata a me stessa. Ma nello stesso periodo c’è stata questa cosa dell’Australia e non ci ho pensato due minuti.
          Ho fatto bene? Ho fatto male? Non lo so, ma credo che la pancia mi dicesse questo: non ero convinta fino in fondo (e sapevo che avrei potuto farlo qui).

          Parlando di te: mi sa che il tuo amico ha ragione.
          In questo momento, dopo tutto quello che ti sei sciroppata per mettere un punto al tuo percorso di ricerca, hai ancora voglia di studiare? Wow😉
          Io ti consiglierei (da esterna, eh! Prendi tutto con le pinze) di lasciare stare l’università per un po’. Nel frattempo capisci cosa vuoi fare e a che master -eventualmente- ti vuoi iscrivere. No?😉

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  3. Io ammiro quelli che hanno dei curriculum che sono un quadro di Picasso. Di sicuro dimostra la loro intelligenza perché si sanno adattare a nuovi scenari senza battere ciglio. Poi parlandone con questi Picasso viene fuori che raramente c’era un progetto dietro. Molto più spesso è capitato. Segui l’onda e vedi dove va🙂

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    1. Posso dirti la verità? Io quelli che hanno i curriculum a quadro di Picasso non li ammiro affatto. Si sono trovati, hanno fatto, si sono adattati. Ma ammirazione, proprio no.
      Non so l’onda dove mi porterà. Quando è iniziato questo 2016 pieno di sorprese ho comprato un’agendina. In copertina dice “You can’t stop the waves, but you can learn to surf”: ti dirò che lo vedo molto adatto!
      Ps: Ma tu come stai?

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  4. I sogni non devono essere per forza gli stessi per tutta la vita … non esiste la via giusta e quella sbagliata. Io pure guardo indientro e penso: se non avessi rinunciato a quel lavoro in ambasciata (per seguire un amore fasullo, poi finito malaccio)? Ma poi penso: non sarei io, sarebbe un’altra persona. Io sono qui e adesso, e per esempio, dopo 18 anni a insegnare non mi va più, voglio fare altro. Me ne starei volentieri a vendere gelati (vegani) per esempio. Ci sono giorni di tutti i colori per tutti, però mi sa che sotto sotto e in fondo in fondo tutti lo sappiamo cosa vogliamo o perlomeno cosa non vogliamo. Ho scritto un post (ancora non pubblicato) su quelli che ‘ce l’hanno fatta’ (concorso, post fisso ecc). Io mi chiedo sempre: sono felici? E tu saresti felice a fare il Master se non costasse tutti quei soldi? Perché se la risposta è sì e il problema sono i soldi, la tua voglia e motivazione vincerebbe e troveresti un modo, ma forse, FORSE, non è quello che vuoi fare (nonostante tu lo abbia fatto e pure bene per 10 anni).

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    1. Ciao Cecilia, grazie per aver scritto questo commento pieno di saggezza.
      Stare “lontana” dalla scuola (nel senso di liceo, che è dove insegnavo e dove vorrei insegnare, nel frattempo ho continuato con gli adulti) per un anno mi ha portato a vedere le cose con più distacco e credo di non essere “solo” un’insegnante.
      Forse è la stessa cosa che capita anche a te?
      Credo sia un lavoro così totalizzante che quando lo osservi con un po’ di distanza ti rendi conto che la tua vita è fatta anche di altre cose, no? Ecco, io queste “altre cose” le ho apprezzate durante quest’anno e le apprezzo continuamente.
      Ho anche cambiato scenario (in meglio) e in generale credo che la mia qualità di vita sia migliorata.
      Non ne sto facendo un discorso solo di soldi (certo che una cifra del genere è notevole) ma anche di direzione del mio futuro lavorativo. Ero convinta fosse questo, ma i continui sacrifici portano frustrazione e alla lunga stancano.

      Credo anche che per noi, abituate a girare, che abbiamo sperimentato vari contesti lavorativi e di vita, venga molto facile fare confronti e chiederci DOVE, COME, COSA possiamo cambiare. Chi è rimasto (almeno per le storie che conosco io) si è trovato in un contesto dove c’era questo e basta: concorso, buona scuola, fase a, fase b, fase q, ricorso, master farlocco in una università che regalava crediti, sindacati compiacenti e provveditorati incompetenti… sono più felici loro o noi? Mah, non credo sia una domanda corretta. Ognuno ha fatto secondo coscienza nel contesto in cui si trovava.

      Detto questo, ma perché non ci provi a cambiare ed aprirti una bella gelateria vegana? A Murcia di sicuro i mesi estivi non mancano🙂

      Ps: mi piacerebbe proprio leggerlo quel post in bozza. Un abbraccio e grazie di aver commentato.

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      1. A volte si è talmente dentro il ‘circolo’ dell’insegnamento che non ci si rende conto che si può essere anche altro. Io ora quando dico che non voglio piu insegnare è come se stessi dicendo qualcosa di sacrilego. MA TU SEI UN’INSEGNANTE – mi rispondono. La categoria mi sta però un po’ stretta, non per l’insegnamento in sé, ma per tutti gli annessi e connessi (burocrazia, capi, scartoffie). Forse sì, sono un’insegnante, per questo soffro per il tempo che mi fanno perdere a fare altro. Io pure circa 10 anni fa, quando della gentaglia metteva a repentaglio il mio futuro come prof. pensavo: mi stanno togliendo l’anima. Dopo tutti i sacrifici che ho fatto. Forse perché appunto a 30 anni avevo ancora una grandissima passione unidirezionale. Ora invece ho una passione globale, quindi (più o meno) potrei fare qualsiasi cosa (ecco, magari il macellaio no) e starei bene comunque, soprattuto se non ci fossero inutili perdite di tempo. Infatti bollono in pentola cambiamenti …:-)

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  5. ma come, il mondo è pieno di gente che butterebbe all’aria lavoro, casa, famiglia e sicurezze per andare a fare caffè in un chioschetto sull’oceano!😀
    seriamente, io non credo tanto ai sogni, al fatto che c’è un percorso “giusto” per noi, per cui siamo tagliati ecc. è un bel discorso alla Steve Jobs, ma per me è no. nella vita, nella maggior parte dei casi, ci troviamo a fare delle scelte sulla base delle circostanze che ci circondano (del resto pure Steve Jobs ha fatto un sacco di cose molto diverse, non aveva un unico sogno). mi sembra che finora tu abbia fatto ciò in cui hai creduto e non mi sembra neanche poco, visto che non penso che sia quello che si trova a fare la maggior parte della gente. se ora pensi che non sia più la strada giusta per te, questo non significa necessariamente rinnegare tutto il tuo percorso fino a qui, che tra l’altro ti ha portata a essere la persona che sei (e anche questo, visto da qui, non mi sembra affatto poco).
    ora ti dico questo: io faccio il lavoro dei miei sogni. quando anni fa mi chiedevano cos’avrei voluto fare, descrivevo proprio questo lavoro qui. e ci sono arrivata esclusivamente per pura fortuna, non ho fatto un bel niente per esserci. io pure ho giorni blu, gialli e verdini e anche un sacco di giornate banalmente nere, giornate in cui mi sento sbagliata e penso che forse dovrei farmi mandare all’ufficio timbri.
    è la natura umana, credo. e comunque pure io starei meglio a non lavorare🙂
    un’ultima cosa: non so se i “furbetti” che hanno ottenuto il lavoro dei tuoi sogni imbrogliando e poi si permettono anche di tradirlo siano felici, ma se tu ti fossi comportata così secondo me non saresti granché felice. credo.

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  6. Ma esiste qualcuno che non percorre l’intero arcobaleno di colori ed umori pensando al proprio percorso di vita / professionale (che poi è pure un po’ la stessa cosa, considerando quanto tempo si dedica allo studio ed al lavoro)? Talvolta ci si trova a dover accettare il fatto che la strada non è dritta, o lo è solo raramente. Mi sono fatta anche io domande simili alle tue in questi anni e non ho risposte certe, però mi dico: l’obiettivo è fisso al termine del viaggio o viaggia con noi? Se deviare parzialmente (o totalmente, chissà) ci rende più felici e asseconda il moto ondoso, perché non farlo? La coerenza su che cosa si misura? Io leggendoti trovo un filo conduttore coerente, mai ho avuto l’impressione che – anche servendo gelati in un chioschetto – tu abbia abbandonato la rotta. Forse è la mia esperienza personale a rendermi accomodante (io il cv alla Picasso un po’ ce l’ho), però la mia convinzione è che siamo esseri in divenire, qui e ora, e che l’unica cosa che accettabilmente non muta è la nostra natura. Ad essa sì che dobbiamo coerenza, pena una certa dose di sofferenza. Non so dirti quanto abbia senso ostinarsi su un progetto, però forse l’insegnamento è qualcosa che fa parte di te e se è così allora per forza di cose ci sono giorni verde acqua (il mio colore preferito, guarda un po’), in cui hai paura di aver sbagliato tutto. Ma non è certo così! Non si arriva mai, per come la vedo io. Che poi quando si arriva che cosa si fa? Ci si siede?🙂 Quando (e se) deciderai che non sei disposta ad investire così tanto in un master, troverai anche la chiave di lettura giusta per riformulare il percorso in base a quello che oggi è il tuo piccolo universo. Io ne sono certa! Ti mando un abbraccio.

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    1. Grazie per questo commento, pieno di verità ed introspezione.
      Credo che questo momento di riflessione sia anche dovuto al tempo a disposizione. Se fossi arrivata e avessi avuto il visto subito e la scadenza per l’iscrizione imminente non ci avrei pensato su: mi sarei iscritta e punto.
      Il fatto che qui i semestri siano all’incontrario mi porta ad avere molti mesi di stallo, e li impiego meditandoci su!
      Hai ragione quando dici che si deve una certa dose di sofferenza e di coerenza alla nostra natura. Ma anche quella, non è immutabile e si spera di adoperarci per migliorarla sempre!
      Un abbraccio!

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