Un’estate al mareee…

E’ da cinque settimane che mi trovo qui. Nel frattempo voi (cioè tutta la gente di cui posso seguire le gesta perché generosamente condivise sul social) vi siete arrostiti di sole, vi siete stancati dell’afa, avete fatto gli aperitivi sventolandovi, siete andati al mare, vi siete rotti le scatole dei vicini d’ombrellone, siete rimasti a casa a fare yoga perché il mare è troppo mainstream, vi siete battuti il petto l’ultimo giorno delle ferie (mai capito perché non si possano semplicemente chiamare “vacanze“… “Ferie” fa così tanto impiegato statale. Categoria che ormai sappiamo non esistere più), siete tornati con la pelle abbronzata e la faccia imbronciata sul posto di lavoro.

Bene.

E ora parliamo di me. (No, perché avevate dubbi?) Come ho affrontato il mio sesto inverno consecutivo?

Sì, lo so, lo so. Me la sono cercata io.

Certo. Ma è andata così: Inverno 2013/2014 Svezia (gelo), estate 2014 Australia e quindi inverno australe (freschetto), inverno 2014/2015 Svezia (freddo), estate 2015 Argentina e quindi inverno australe (freschetto), inverno 2015/ 2016 Spagna- Italia (freddo), estate 2016 Australia quindi inverno australe (freschetto).

Ok, è pur sempre vero che è meglio sei inverni consecutivi di cui due in Australia e uno in Sudamerica piuttosto di quattro stagioni ben scandite da nebbia – freddo – sudore – afa- nebbia della Pianura Padana.

E che vissuti così sono sempre meglio di sei inverni consecutivi con neve costante in ogni emisfero, certamente.

 E infatti, chi si lamenta? Eh.

(Comunque sei inverni consecutivi per una freddolosa la dicono lunga sulla mia capacità di adattamento, spero di poterlo scrivere nel curriculum).

Dunque dicevamo: come ho passato il mio sesto inverno consecutivo?

Ecco, io…

ho abitato in Mongolia per un mese.

Cioè i miei coinquilini erano tutti mongoli di Mongolia, Gengis Khan.

( Conversazioni esilaranti con i miei a riguardo, non ne parliamo!

Faccia sgomenta di mamma: “Come sarebbe a dire che abiti con dei mongoli?”

– “Sì, mamma, sono mongoli.”

– “Ma tutti – tutti- tutti mongoli?”

– “Sì Mamma.”

– “Ma in che senso?”

– “Nel senso che vengono dalla Mongolia”)

E io ero tutta emozionata ed entusiasta: la Mongolia è da anni un mio pallino. Nella mia testa vedevo serate a parlare dei pascoli di montone e della nostalgia per le praterie della loro terra.

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A parlare.

Bene.

Nessuno di loro parlava inglese. Nè altra lingua di mutua comprensione.

Ci siamo capiti a gesti, per le poche cose che hanno voluto mostrarmi ed illustrarmi.

Per il resto è stato come abitare in un condominio svedese: io passo e tu fai finta di non vedermi, io sono qui ma cerco di darti il minor fastidio possibile e tu apprezzi e ricambi facendo finta di non percepire la mia presenza.

L’unica sera in cui siamo riusciti ad avere una parvenza di comunicazione è stata quando una delle ragazze (erano due coppie di ventenni) stava su Skype con una bambina. Io ho sentito la voce infantile che rideva e le ho chiesto se fosse un bambino. Naturalmente ad un certo punto elimini tutti gli articoli e la grammatica che hai faticato tanto ad imparare e passi a: indicare telefono, sorridere, dire “Baby?” (che – ho pensato- è parola abbastanza universale perché in mille e più canzoni). L’altra ragazza mi ha guardato interrogativa (come la maggior parte del tempo) e dopo lunghissimi cinque minuti (che ha passato a fissarmi) ha indicato l’amica che stava facendo la videochiamata dicendo “She baby!” e me l’hanno passato.

Era sua figlia ed era più o meno così:

(Ok, senza cavalli dietro e in una stanza, ma pacciocchissima così).

E io: “Oh, che bella! Ma che bea putina!” (tanto, per quanto ci capivamo in inglese, potevo pure giocarmi il veneto…) . Io l’ho salutata, la bambina ha riso, le ho ripassato sua madre.

Fine.

Questa è stata l’interazione in inglese più lunga di tutto il soggiorno del mese. Altro che pascoli di montoni. Altro che scambio. E vabbè.

Ho quindi tralasciato i sogni di montoni e ho guardato il mio animale di riferimento (l’Orso). E ci siamo dati da fare per cercare casa.

Ed è così che adesso scrivo il primo post seduta comodamente su questa sedia, nella cucina della nostra nuova casetta!

E dove?

In riva al mare! Sulla spiaggia!

(Sììììì!) (Si percepisce contentezza?)

(Sotto il sole la pelle brucc…)

Ed è una spiaggia vera, non come in Scandinavia che quando dicevo “Abito a due minuti a piedi dalla spiaggia” (cosa vera, tra l’altro) mi ridevano tutti dietro e dicevano “Si sì, e quando ci vai?”. Mai, effettivamente.

E, a dirla tutta, non era neanche una spiaggia vera, era un prato che ad un certo punto lasciava posto al mare. Ha il suo fascino, senza dubbio, ma per me la spiaggia è sabbia, sudore e puzza di fritto.  (Come so essere poetica io…)

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(Questa è la spiaggia swedish, in doppia versione: estiva e invernale. Ovvero: Questo è quello che pensa uno svedese quando gli nominano la “spiaggia”)

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(Questo è quello che invece penso io quando qualcuno dice: “Spiaggia!”)

(E so che da qualche parte nel mondo pure Babbo Natale la pensa come me, ma lui – si sa- è finlandese).

Insomma, sto in una spiaggia vera. Con la sabbia, il bagnino (ehm…) e – ebbene sì!– il fritto.

(Ok, qui non si chiama fritto misto, si chiama “Fish & Chips” e te lo devi litigare con gabbiani dall’aria famelica – e tucani, pellicani, cacatoa etc etc- ma non sottilizziamo!)

 

Bene, quindi ho tutto: spiaggia, sabbia, mare azzurro, gabbiani, bagnino e fritto.

 

Adesso devo solo aspettare l’estate.

 

(Il titolo è, come sempre, una citazione).

Autore: virginiamanda

Arrivata per ultima in una famiglia dove il regalo più frequente è una valigia, si ritrova con tutti i difetti della figlia minore (ehi! Guardatemi! Sono qui! Sono divertente anche! Sto su un piede solo! Guardatemi!) più tutti i difetti della vagabonda (ma in quale casa avrò lasciato quella valigia/quei libri/quei vestiti/questi stivali). Pur essendo veneta non è leghista, pur avendo fatto il classico non sa il greco, pur avendo fatto l'università non sa ancora scrivere correttamente, pur avendo un papà che legge il Giornale non è berlusconiana, pur avendo lavorato al check-in di un aeroporto non ha ancora imparato a non farsi sgamare con i kg di troppo in valigia, pur avendo preso parecchi treni ed aerei non ha ancora imparato a non perderli, pur avendo traslocato almeno trenta volte non ha ancora imparato a farsi una valigia essenziale, pur amando viaggiare non ha ancora imparato a guidare, pur avendo avuto "varie" storie sentimentali continua a dire: è la prima volta che sono così cotta/perduta/innamorata. Spera di re-incarnarsi un giorno in Amanda Lear e/o in Shakira

3 thoughts on “Un’estate al mareee…”

  1. Beh non male dai. Anche io mi sono fatta due inverni filati è ancora mi viene il terrore di ripetere. Qui sta finendo ora l’inverno e l’idea di venire in Italia da qui a maggio mi terrorizza. Tornerò a svernare!

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