Non ti riguarda

Questa è un’opinione che -forse-  è un po’ forte, ma me ne assumo la responsabilità.

La facilità di ottenere notizie e la possibilità di comunicare in tempo reale (o addirittura stringere rapporti, amicizie, fare affari…) con persone molto lontane che ci ha dato internet ci sta facendo perdere il senso del lutto.

Siccome abbiamo una tastiera in mano o uno smartphone, sentiamo che dobbiamo condividere la nostra emozione, il nostro dolore, i nostri pensieri.

(Lo so che si potrebbe dire che il blog, in fondo,  la stessa cosa. E infatti.)

Nell’ultimo anno sono successi (o ne abbiamo avuto notizia in modo più diretto e costante?) vari avvenimenti che ci toccano, in quanto europei, e che ci fanno sentire insicuri.

Perché?

“Perché potrebbe essere capitato a me”.

Sì, potrebbe, ma non è capitato a te.

Perché all’aeroporto avrei potuto esserci io.

Sì, avresti potuto, ma non c’eri.

Perché ai concerti ci vado sempre e sarebbe potuto succedere a me.

Sì, sarebbe potuto succedere a te, ma non ti è successo.

 

Perché tu non c’eri.

Ci vuole un attimo di consapevolezza per formulare questo pensiero e discernere l’emozione dal momento da quello che è legittimo mostrare in pubblico.

Se muore un familiare di un amico io sarò addolorata, soprattutto per il mio amico che vive la perdita.

Ma non come sarei per la perdita di un mio familiare.

E non andrò a casa dell’amico a piangere disperata, perché lui deve già convivere con il proprio dolore per venire a consolare me.

 

Se a morire invece è uno sconosciuto, in un incidente stradale in una strada che io percorro tutti i giorni ne sarò scossa. Sarò sconvolta, magari, e mi chiederò il perché e il percome. Ma non andrò a casa dei suoi familiari a piangere disperata perché “sarebbe potuto succedere a me”.

 

Con questo non sto dicendo che bisogna diventare delle stalattiti insensibili ai mali del mondo, ma che se non si riporta il lutto al suo naturale contesto personale e familiare (e nell’espressione pubblica solo al momento del funerale/celebrazione funebre) rischiamo di annegare nelle nostre stesse (autoprodotte e autoindotte) lacrime.

 

Perché sentiamo questo bisogno di esternare il nostro racconto personale nei casi degli attentati, avvenuti a chilometri da noi a sconosciuti?

Perché “avrebbe potuto succedere a me” o per (l’ennesima) dimostrazione di esibito “guardami”?

 

Ho abitato in Francia, ho un’amica che abita a Nizza, una che abita a Parigi, nell’ultimo anno sono passata per l’aeroporto di Bruxelles, ho calpestato parecchie volte le strade, gli aeroporti e le metropolitane di Istanbul, ho un’amica che ci abita. Dovrei scrivere resoconti dettagliati di come questo mi colpisca? No, non devo. Non devo affatto.

Perché non dobbiamo esibire né il dolore né la paura.

Anche dopo il peggiore dei lutti, i sopravvissuti si guardano e si dicono l’un l’altro: “Bisogna andare avanti”.

Dobbiamo smetterla di pensare che perché siamo passati una volta per un luogo o perché abbiamo intravisto una volta un film o ascoltato una canzone di un interprete, quello ci appartenga.

Nulla ci appartiene, e piangere della caducità su Facebook o sui blog non ci aiuterà.

Finding your way through grief. I had a retired minister to tell me this at the very beginning of my grief. You can't get around it, you have to go through it!:

Inoltre, a volte veramente non c’entriamo niente.

Esibiamo un lutto che non proviamo pur di conformarci a quello che – riteniamo- ci si debba aspettare da noi.

Qualche settimana fa mi trovavo dai genitori dell’Orso. La connessione non funzionava, il mio cellulare non prendeva, e la tv era sintonizzata su una rete locale di televendite e pubblicità di ristoranti della zona.

Il giorno dopo, solo perché mi trovavo in un negozio con la radiodiffusione, ho sentito che si parlava di un camion…

Naturalmente tra me e me sono rimasta shockata, e ho voluto accertarmi che la mia amica e la sua famiglia stessero bene, per fortuna era così.

E se io non avessi mai sentito quella notizia alla radio?

Perché ci convinciamo che ogni cosa che succede “potrebbe essere successa a noi”?

Perché abbiamo così voglia di sentirci partecipi anche quando è qualcosa che non c’entra niente con noi e che palesemente non cambia la nostra vita?

 

Autore: virginiamanda

Arrivata per ultima in una famiglia dove il regalo più frequente è una valigia, si ritrova con tutti i difetti della figlia minore (ehi! Guardatemi! Sono qui! Sono divertente anche! Sto su un piede solo! Guardatemi!) più tutti i difetti della vagabonda (ma in quale casa avrò lasciato quella valigia/quei libri/quei vestiti/questi stivali). Pur essendo veneta non è leghista, pur avendo fatto il classico non sa il greco, pur avendo fatto l'università non sa ancora scrivere correttamente, pur avendo un papà che legge il Giornale non è berlusconiana, pur avendo lavorato al check-in di un aeroporto non ha ancora imparato a non farsi sgamare con i kg di troppo in valigia, pur avendo preso parecchi treni ed aerei non ha ancora imparato a non perderli, pur avendo traslocato almeno trenta volte non ha ancora imparato a farsi una valigia essenziale, pur amando viaggiare non ha ancora imparato a guidare, pur avendo avuto "varie" storie sentimentali continua a dire: è la prima volta che sono così cotta/perduta/innamorata. Spera di re-incarnarsi un giorno in Amanda Lear e/o in Shakira

8 thoughts on “Non ti riguarda”

  1. Riflessione interessante. Io credo che sia piu’ che altro la paura: non riesci a spiegarti perche’ succeda, e sai che se anche non c’eri si, ci saresti potuto essere. Sai che succedera’ ancora e forse a quel concerto, su quella strada, in quella stazione, ci sarai tu, la prossima volta. E’ la paura della morte amplificata perche’ diventa un pochino piu’ concreta, e apparentemente i social network sono adatti per esorcizzare.

    Liked by 1 persona

    1. Sì, tutto giusto.
      A parte una cosa: veramente i social network sono adatti per esorcizzare? Io pochi giorni dopo ho visto foto di corpi martoriati a terra, con le scritte più disparate dal “mai più” a quelle di violenza razzista.
      Non so quanto il dolore venga esorcizzato da immagini o riflessioni del genere…

      La mia domanda è: perché non riusciamo più a tenercelo dentro?

      Mi piace

      1. Non so cosa serve per esorcizzare perche’ questa risposta la lascio agli psicologi, da persona che studia media dico solo che la gente usa i social anche per questo motivo… e se li usa e’ perche’ evidentemente ha un bisogno di farlo, che ci piaccia o no. E poi oh, io posso sempre scriverci sopra degli articolo quindi ben venga eh😄

        Liked by 1 persona

  2. se posso fare un po’ di psicologia spicciola, penso che le persone si sentano coinvolte perché si sentono minacciate. non perché sarebbero potute passare da Nizza proprio in quel preciso momento, ma perché la stessa cosa potrebbe succedere a loro a Forte dei Marmi (località a caso). perché si sentono/ci sentiamo un po’ tutti nel mirino. e siccome noi comuni cittadini non possiamo fare niente, ma non riusciamo ad accettare che non è possibile fare niente, allora facciamo dei gesti. c’è chi accende una candela dietro la finestra, c’è chi scrive sui social network. forse vogliono convincersi che sia utile. o forse offrire solidarietà (“je suis…”) è l’unica cosa che si può fare. certo, colorare il proprio stato su facebook non è che cambi le cose. è che ognuno reagisce come può alle cose che spaventano.

    Liked by 1 persona

    1. Già. E’ che mi spaventa questo modo per cui quando non sappiamo cosa fare finiamo su un social network. Certo, anche prima ricorrevamo all’aiuto dei nostri cari, ma la cosa non diventava immediatamente pubblica e rintracciabile.
      Mi dispiace che non sappiamo più applicare il filtro tra il personale e il pubblico.
      E così diventiamo ancora più vulnerabili.
      No?

      Mi piace

  3. Quando ho sentito di Instanbul ti ho pensato, perché sei l’unica persona che conosco e che abbia vissuto lì. Avrei voluto leggere il tuo commento all’evento, invece ho capito che non ci sarà. Il mio interesse era dato dal fatto che un racconto proveniente da te è sicuro più vicino a quello che potrei vivere io che una cronaca su un giornale. Facebook è un bar virtuale dove tutti sparano cazzate, con la sfiga che restano scolpite nell’etere perché tutte le sentano. Per fortuna, come al bar, anche su FB uno può scegliere di non andarci.

    Liked by 1 persona

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...