Turisti

No, questo post non parla delle vostre prossime vacanze. (E manco delle mie, uffa).

Solo di un concetto che faccio fatica ad esprimere.

In sostanza: non capisco come sia sostenibile sul lungo periodo avere tutti questi turisti “alternativi” (e non).

Siccome ogni volta che formulo questo pensiero mi sento in colpa subito dopo, vorrei metterlo giù per iscritto, per vedere se ne vengo a capo, se c’è davvero da sentirsi in colpa o se c’è qualcun altro che la pensa come me e può darmi il suo punto di vista.

Insomma: temo di apparire spocchiosa, snob, vecchia. Ho paura di passare per quella “che finché lo faceva lei allora andava bene, ora che lo fanno gli altri non va più bene“. Come quelli che i gruppi musicali sono eccezionali finché non diventano mainstream.

VISAVIS-mainstream

(Moderna de Pueblo – Grupos que se vuelven mainstream)

Premessa:

  • C’è della gente (giornalisti? Scrittori?) come Gramellini che viene pagata per scrivere pezzi del genere:

(Via il Laureato Pentito)

Alcuni fatti, che per me sono collegati e che mi portano a trarre conclusioni azzardate e un filino di destra (Ci vuole più ordine! Più disciplina! Cribbio!):

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  • Alex e Lisa sono partiti cinque anni fa e hanno girato il mondo facendo finta di sposarsi, provando tutti i riti nunziali.

 

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  • Kate è andata sei mesi nel Sud-Est asiatico e ci è rimasta cinque anni, viaggiando
  • Iris fa l’autostop in giro per il mondo

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  • Kriesten (una nostra vecchia conoscenza, ricordate il post su Pinterest in cui si menzionava una che spiegava come farsi dei bei selfies di coppia in viaggio? Eh.) ha lasciato il lavoro per diventare una world traveler
  • Robert dal 2009 si occupa di… viaggiare.

  • Marek ha viaggiato per più di due anni in lungo e in largo per la Thailandia
  • Sara sembra asiatica ma è canadese. Ha fatto l’autostop per più di 35 Paesi
  • Stefan nella vita fa… l’autostop

Itse me.

  • Jessica ha lasciato gli Stati Uniti e ha viaggiato per quattro anni
  • Nelson viaggia come “viaggiatore esperto” dal 2005

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  • …devo continuare?

 

Altri fatti, che assomigliano a possibili conclusioni:

  • Gringo Trails: un film-documentario che mostra l’impatto che questo tipo di turismo avrà sulla Terra nelle prossime decadi

  • In una delle prime puntate della scorsa edizione del programma televisivo Pechino Express in Sudamerica, la coppia degli “Espatriati” entrava in un ristorante cinese a chiedere ospitalità per la notte. Contando sul fatto che uno dei due risiedeva in Cina e parlava cinese, si aspettavano una certa empatia e accoglienza. Invece la signora cinese, in cinese ha risposto: “Eh sì, bea vita ea vostra! Anche a me piacerebbe tanto girare il Mondo e dormire per terra a casa della gente. E invece nella vita bisogna lavorare e io devo mandare avanti il mio ristorante. E se ora vi volete levare da… gli involtini primavera… io dovrei lavorare”
    (Gli #Espatriati durante le riprese dell’ultimo Pechino Express)
  • Infine(o in ultima analisi, come ti insegnano a dire agli esami all’università per fare la figura di quello che veramente ha studiato, soppesato e analizzato), credo che la conclusione definitiva, l’abbia tratta lui:

(Qui il video completo, dura un minuto e ne vale la pena).

Ecco.

 

Autore: virginiamanda

Arrivata per ultima in una famiglia dove il regalo più frequente è una valigia, si ritrova con tutti i difetti della figlia minore (ehi! Guardatemi! Sono qui! Sono divertente anche! Sto su un piede solo! Guardatemi!) più tutti i difetti della vagabonda (ma in quale casa avrò lasciato quella valigia/quei libri/quei vestiti/questi stivali). Pur essendo veneta non è leghista, pur avendo fatto il classico non sa il greco, pur avendo fatto l'università non sa ancora scrivere correttamente, pur avendo un papà che legge il Giornale non è berlusconiana, pur avendo lavorato al check-in di un aeroporto non ha ancora imparato a non farsi sgamare con i kg di troppo in valigia, pur avendo preso parecchi treni ed aerei non ha ancora imparato a non perderli, pur avendo traslocato almeno trenta volte non ha ancora imparato a farsi una valigia essenziale, pur amando viaggiare non ha ancora imparato a guidare, pur avendo avuto "varie" storie sentimentali continua a dire: è la prima volta che sono così cotta/perduta/innamorata. Spera di re-incarnarsi un giorno in Amanda Lear e/o in Shakira

18 thoughts on “Turisti”

  1. Non sei la sola a formulare questi pensieri. A volte leggo queste storie e mi chiedo se il fastidio che provo non sia dettato semplicemente dall’invidia. Però poi mi dico.. ma anche no. Per carità, bellissimo viaggiare, ma quanti di questi viaggiatori di mestiere lo fanno con coscienza, genuina partecipazione e profondità? Mi dico da sola che sono pesante a fare ‘sti discorsi ma oh, è quello che penso: siamo di fronte al consumismo esperienziale. E vale soprattutto per chi avverte la necessità di trasferire subito al mondo la propria esperienza, senza avere il tempo di masticarla e digerirla, come fanno molti travel blogger, i cui post peraltro sono spesso parecchio inconsistenti (non voglio generalizzare, ma mediamente li trovo noiosi ed autoreferenziali). Probabilmente sono poco obiettiva, ma mi sembra che sia tutto concentrato sul giochetto postare immagine accattivante+banner pubblicità+contenuto superficiale e potenzialmente virale, il tutto secondo l’oliato meccanismo per cui se generi invidia ci guadagni in traffico web. Quando viaggio a volte tengo un diario, ma trovo difficile trasferire fuori da quelle pagine l’essenza del vissuto… ci sono tante pagine vuote perché in viaggio di solito sono impegnata a vivermele, le giornate, e non a pensare a come condividerle. Il viaggio cosiddetto “alternativo”, quello da “non turista” (concetto vago assai in voga, gioco di parole), è semmai il viaggio in cui ti prendi il tuo tempo per capire, non necessariamente quello in cui fai esperienze diverse da chi sceglie di percorrere percorsi già battuti. Lo stesso sentiero puoi percorrerlo in mille modi in fin dei conti, e se troverai la strada alternativa non sarà certo perché te l’ha indicata un travel blogger nel post “cinque cose che non sai su xxx”. Mi rendo conto che questo commento trasuda una certa ranzidità, come si dice qui dalle mie parti.. sarà mica che sto invecchiando? Mah. So solo che non ho viaggiato tantissimo, ma con il turismo ci lavoro e ho comunque viaggiato abbastanza per capire che quando il viaggio si riduce al mero movimento delle persone rischia di trasformarci tutti in cittadini del mondo sì, ma di un mondo sempre più piatto.

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      1. Sì, in effetti suona bene.
        Comunque adesso ho riletto il mio commento e ho capito che a forza di andare a fondo nelle cose e di giudicare perdo quella leggerezza che mi farebbe vivere bene… ci vorrebbe un po’ di giusto mezzo.

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    1. Hai espresso benissimo il mio pensiero, per fortuna ci sei tu, che metti in discorso logico i miei input!
      Vivo esattamente questa contraddizione: sarà che a parlare è la mia invidia, o sarà che ho a cuore veramente le sorti del Pianeta (e degli abitanti), sempre più eroso da questo “turismo” usa e getta travestito da turismo eco-alternativo?
      Inoltre mi chiedo: se davvero seguissimo tutti il loro esempio (hai centrato il punto, detesto anch’io i travel blogger che formulano in mille modi lo stesso contenuto rendendolo accattivante per diventare virale, e spesso questo contenuto si riduce a “lavoravo otto ore al giorno, ora viaggio, io sì che ho capito tutto, fatelo anche voi”. Come se invece i tassisti che ti portano in giro per due rupie, o gli albergatori che ti preparano la stanza non fossero gente che lavora otto -o più- ore al giorno, per permettere a te di dire “non abbiamo bisogno di questi lavori da otto ore al giorno!”) cosa diventerebbe questo mondo?
      Questi da zaino in spalla sono davvero parte di una società consumista che ha più benessere e più soldi e quindi si possono permettere di andare dove la vita costa meno.
      Evitassero però poi di fare i filosofi…

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      1. Sono sollevata, già mi stavo dicendo “Ma Sandra che pesantezza stai sempre a sentenziare..”
        Vorrei guardare alle cose con più leggerezza, ma certe contraddizioni proprio non riesco a non vederle, è più forte di me!
        Grazie.

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  2. Io certe volte ho dei momenti “Papa Francesco” in cui credo che l’unica cosa da dire sia “Who am I to judge?”. Ovvero: vuoi startene a casa tua? Bene, stacci. Vuoi fare la vacanza alle Maldive 5 stelle tutto incluso con lo schiavo che ti porta il Mohito? Bene, vacci. Vuoi fare l’Asia in autostop? Bene, fallo.
    Non e’ che la modalita’ di vacanza della gente mi interessi poi cosi’ tanto, se sono felici loro, chi sono io per giudicare?
    (fermo restante che dei blog della gente che va in autostop in Burundi di solito mi interessa pochino e quindi non li leggo, mi interessassero molto li leggerei…)

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    1. Ammiro il tuo approccio zen e/o franciscano, dico sul serio.
      Quello che io mi chiedo è: non stiamo forse sfruttando altre popolazioni per permetterci di fare il turismo?
      Il turista che si infervora perché vuole essere considerato viaggiatore, che in realtà sfrutta popoli dove il costo della vita è minore vive questa ipocrisia in maniera ancora più gretta.
      Ma come dici tu, chi sono io per giudicare?

      Detto questo, io non seguo questi blog perché mi annoiano.
      E tu non li segui perché non ti interessano.
      Ma mi sembra di capire siano seguitissimi tra chi fa un lavoro monotono, nella propria città.
      Presso chi non ha avuto i mezzi o le possibilità di viaggiare, tutto questo “follow your dreams! Io l’ho fatto!” andrebbe calibrato un po’. Perché non è tutto rose e fiori neanche vivere guardando i fiori in Thailandia.
      E, soprattutto, non tutti possono permetterselo.
      Però, cercherò di seguire il tuo consiglio.

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      1. D’accordissimo sullo sfruttamento delle popolazioni, pero’ non so bene come questa cosa possa essere pienamente quantificata/combattuta. E per i blog che la fanno sembrare tutta “rose e fiori” non vedo sinceramente un gran problema. E’ un po’ l’accusa che io mi becco da sempre del “la fai come se fosse facile prendere e andare all’estero”. Forse per me lo e’, come per loro e’ facile mantenersi girando il mondo in autistop. Poi se tu molli casa e famiglia e lavoro fisso e finisci a fare il poraccio in una bettola di Santorini perche’ l’hai letto su un blog, senza offera, ma sei un po’ pirla.

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  3. Allora, a me piace girare il mondo andando in vacanza. Vorrei girarlo tutto, ma mi considero una turista, vado a vedere i templi, le spiagge, i monumenti, non ho l’ambizione di aver capito la Tailandia perché ci sono stata tre settimane, di cui una di mare. Questa estate ho letto “Un indovino mi disse” di Terzani e mi ha irritata moltissimo nei punti in cui diceva cose tipo: “che bello essere qui tutto solo davanti a questa meraviglia, tra poco arriveranno i turisti che rovineranno tutto, dovrebbero impedirlo”, che trovavo un ragionamento bieco ed egoista. Perché lui si sentiva in diritto di godere che ne so di una foresta ma voleva vietarlo ad altri? Da dove derivava la sua superiorità?
    Alcuni blog di viaggi li leggo (ne ho aperto uno anch’io, avrà 5 post tipo, nessuno di questi è minimamente utile, anche se mi fa piacere averli scritti, ma almeno non contengono filosofia da due soldi), come guardo le puntate di Marco Polo in TV, perché mi piace sognare di posti, guardando le foto e leggendo i resoconti di chi ci è stato. La filosofia del “segui i tuoi sogni” (moooolto americana!) è detestabile, io non la posso soffrire, ma vorrei ricordare che le magliette “stay hungry stay foolish” esistevano da molto prima che nascesse la moda dei travel blog…

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    1. Brava, anche io ho trovato irritante Terzani in molti punti.
      E’ proprio la contraddizione di cui parlavo: da una parte uno si sente benedetto di godere di un panorama inestimabile, lontano da casa propria, dall’altra viene spontaneo pensare “E se tutti gli otto miliardi vogliono venire qui a visitare questo panorama?”.
      Sono particolarmente sensibile al tema, forse perché vedo i risultati del turismo di massa da “esperienza” su Venezia e Barcellona, ma non so come ne usciremo.
      Chi è più in diritto di altri di dire cosa bisogna fare?
      Anche a me piace sognare e pensare ai posti che potrò visitare.
      Però mi mette un po’ a disagio come anche godere delle meraviglie sia diventato una merce in più e a portata di sempre più persone che se ne vogliono appropriare, sia con la pretesa di spiegartele (“da quando sono stata davanti a quel tempio ho capito che, tu non puoi capire”), sia con la voglia di ricavarci sempre più soldi, facendo leva sul desiderio di “sentirsi alternativi”.
      Un post a parte meriterebbero quelli che PAGANO per andare a vendemmiare nel sud della Francia, o PAGANO per andare ad insegnare in un orfanotrofio in India.
      Vabbè, ma sto divagando.

      Passiamo alle cose serie:

      e il link al tuo blog di viaggi dov’è?😉

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  4. Scusate, mi intrometto un’ultima volta solo perché l’altra sera ho letto gli ultimi due commenti e poi ci ho ripensato tanto.
    Non ho mai digerito i proclami da “viaggiatore non turista”, per me siamo tutti turisti che viaggiano (fatta eccezione per chi in un paese ci vive da tempo e che quindi entra nella cerchia degli expat, con tutta un’altra prospettiva). Qualcuno viaggia per canali stra-battuti, qualcuno in modo più alternativo (sempre meno alternativo, comunque). Il problema semmai è come viaggiamo, e se da un lato il problema turismo non tocca per forza l’individuo (in parte giustamente), dall’altro tocca però la società globale ed in tal senso andrebbe affrontato. Le problematiche cambiano di luogo in luogo, è ovvio, ma il problema di fondo è lo stesso.
    Una volta lavoravo in Scandinavia in un paesino di trecento anime in cui quotidianamente si riversavano più di cinquemila croceristi, un numero spaventoso ed insostenibile. Io scarrozzavo la gente in giro a gruppi di cinquanta: giri in autobus e poi dieci minuti qui a fare le foto, dieci minuti foto lì, pausa merenda, rientro, negozio di souvenir e ciao. Se si trattava di tedeschi magari ogni tanto capitava il trekking tour, che se non altro aveva una parvenza di esplorazione del territorio. Ogni tanto qualcuno mi chiedeva “ma lei che cosa ne pensa di questo tipo di turismo?” e io che cosa potevo dire? A chi me lo chiedeva (evidentemente per qualche ragione) ho sempre risposto che mi sembrava aberrante, per varie ragioni: perché inquinava, perché snaturava l’economia del luogo, perché era mordi e fuggi e come tale privo di approfondimento (se non altro temporale), perché in ultima analisi non arricchiva né i turisti, né gli abitanti del luogo (se non in termini meramente monetari, nell’immediato). Non nego che talvolta di sera, guardando le navi partire, ho pensato che questo tipo di turismo andrebbe fermato. Ma non ne faccio una questione egoistica di godimento esclusivo, si tratta di una dolorosa consapevolezza dell’usura (del consumo, appunto) dei luoghi, intesi come luoghi fisici e come comunità. Visitare un luogo è un diritto? O implica anche un qualche tipo di dovere (se non individuale, collettivo)?
    Adesso lavoro come guida nella mia regione e mi rendo conto del gran limite ed insieme del gran potenziale di questo mestiere. Potrei aprire un immenso capitolo a parte su questo tema. Mi limito a dire che da quando sono una guida capisco quanto sia importante conoscere il territorio per farlo conoscere e mi irritano enormemente i travel blogger o le guide improvvisate che lo descrivono come se fosse una semplice merce al servizio dei tour operator. D’altra parte mi rendo conto di essere una figura un po’ “fuori tempo” in questo mondo che va così di fretta, basato sulla condivisione online e sull’accessibilità a pagamento, su couchsurfing et similia e sull’esperienza prima di tutto. Lo dico con cognizione di causa, visto che ho fatto couchsurfing per anni, con enorme entusiasmo, e solo dopo molto tempo mi sono resa conto di aver “surfato” molto in superficie.
    Che dire di Venezia, visto che è stata citata? Il luogo che incarna il turismo di consumo, la città museo, centro senza abitanti, tutta hotel, bed and breakfast, ostelli americani, gondole di plastica, navi da crociera e negozi con prezzi inaccessibili per chiunque a Venezia voglia viverci davvero.
    O che dire di quei villaggi in estremo oriente che diventano dei veri e propri luoghi cult del turismo “alternativo”, paradossalmente più globalizzati di tante mete “classiche”?
    Questo turismo non andrebbe normato intelligentemente? Io dico di sì. Il problema è: come?
    Anche io sono una turista e quando posso mi muovo, viaggio e vorrei ancora visitare tanti posti.. quindi sono anche io parte del problema, mi dico. Quindi qual è la risposta, considerando che alla stragrande maggioranza delle persone piace viaggiare? A costo di sembrare retorica dirò una cosa dal sapore utopico: la soluzione non può che essere culturale. Il turismo ignorante (quello che è turismo-movimento e non turismo-curiosità-conoscenza) è deleterio, e anche se sembra democratico in realtà non costituisce un passo avanti, bensì un passo indietro, perché si basa sull’acquisto di una merce e non sulla comprensione del luogo (intesa non necessariamente come conoscenza, bensì come partecipazione, come “sentire”, passatemi il termine).
    Scusami Virginia per la lunghezza del commento, questo è un tema a me molto caro e devo dire che fare queste riflessioni mi turba e fa emergere un sacco di sensi di colpa. Certo non posso né voglio dire che il godimento di un luogo, di una bellezza debba essere negato, anzi. Però non riesco nemmeno a concepirlo come un diritto tout court, e questa contraddizione di fondo accompagna molte mie riflessioni anche ben al di là del ristretto ambito del turismo. Chissà se un giorno riuscirò a metter ordine in questa capoccia.
    Buona giornata!

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    1. I tuoi commenti sono sempre carichi di spunti, e ci ho messo un po’ a pensare ad una risposta valida (spoiler: non ce l’ho!).
      Credo che vadano (almeno per me) divisi due aspetti del turismo: personale e globale.
      A me, personalmente, danno fastidio i “wannabe giovani per sempre” che passano la vita in autostop e con lo zaino in spalla pensando di essere eco-compatibili e non lo sono. Li trovo ipocriti. Per me (ripeto: opinione personale) nella vita bisogna avere una direzione e lì non la vedo. Inoltre, ma questa è una critica che coinvolge vari settori, il blogger che di lavoro fa il blogger lo trovo una utopia dei nostri giorni, destinata a scoppiare lasciando quelli che ci avevano creduto più poveri e frustrati di prima. Pensare di essere un prodotto è aberrante, pensare di vendere quel prodotto per farci soldi è una prostituzione di cui non tutti sono consapevoli. Per essere sulla cresta, nel mondo consumista e veloce di oggi, bisogna rinnovare il proprio prodotto continuamente, e se il tuo prodotto sei tu, diventa difficile. Questo porterà schiere di persone ad essere sempre più schizofreniche e “utenti” a sentirsi sempre più pirla (come diceva Giupy nei commenti).
      Nel caso specifico dei “travel blogger”: per vendere se stessi a un pubblico sempre maggiore devono abbassare il livello e diventare sempre più superficiali (le 5 viste imperdibili di Firenze, i 3 templi da vedere della Cambogia, i 7 ristoranti migliori di Trastevere) o provare esperienze sempre più diverse dalla media (il mio viaggio in tenda da Gallarate a Capo Nord, il mio cammino a piedi da Taranto a Mosca, come sono sopravvissuto a cinque giorni in ospedale a Cuba). Io li trovo degli sciocchezzai immondi, ma vedo che hanno tantissimo seguito, quindi: buon per loro, che devo dire? Niente, naturalmente, liberi di fare come credono.
      Sempre a livello personale, non mi piacciono i viaggi organizzati in ogni virgola, ma capisco che ci siano tante persone che preferiscono essere guidate in ogni momento della giornata e fare come facevano i tuoi croceristi in Scandinavia: foto, giro, spiegazione, sosta, giro, souvenir, arrivederci. Capisco che tanta gente abbia poco tempo per fare le vacanze e in quelle vacanze voglia metterci dentro tante più “esperienze” o posti possibili e per farlo abbiano bisogno di un’organizzazione millimetrica. Chi sono io per giudicare? Nessuno, infatti questa è un’opinione mia, la gente è libera di fare come crede con il suo tempo, i suoi soldi e i suoi desideri.
      A livello globale invece, io credo che ci sia una responsabilità collettiva, umana verso il mondo che ci accoglie.
      Questo non può essere sottovalutato. Allo stesso tempo non trovo giusto imputare a singoli turisti la colpa di aver calpestato culture millenarie o aver svuotato città d’arte dai loro residenti abituali.
      I singoli votano i politici, e i politici si devono occupare di amministrare la cosa pubblica. Se i politici se ne disinteressano, non mettendo misure adeguate, il territorio sarà in mano di chi può e vuole farci soldi.
      Se un proprietario immobiliare di Venezia vuole fare un boutique hotel nelle sue cinque stanze di palazzo affacciato in laguna a cinquecento euro a notte, e solo ricchi sceicchi o trafficanti d’armi se lo possono permettere, chi gli dice che non può farlo? Se non ci sono leggi che vietino la barbarie o tutelino il territorio, che responsabilità ne ha il singolo?
      La rivoluzione tu dici debba essere culturale, sono d’accordo, ma fino ad un certo punto. Per me la rivoluzione deve essere politica.
      Io, da privata, posso fare scelte più eco-sostenibili e meno inquinanti, secondo il mio parere e le informazioni che posso ottenere, ma non posso sapere tutto e posso sbagliarmi.
      Il politico invece, quando fa le leggi, ha il dovere di farle per il bene del territorio e di circondarsi di analisi e di esperti.
      Se da domani mettono un esame di ammissione da superare per visitare Firenze o Venezia più cento euro da versare nelle casse del comune come biglietto d’entrata, io sarò la prima ad esserne felice. Anche se per molti sarà sbagliato, anche se sembrerà classista, ma almeno sarà una presa di coscienza politica che con il solo sfruttamento ignorante non si avanza.
      E magari così anche i singoli turisti/viaggiatori saranno invogliati ad essere più selettivi ed informati prima di visitare un luogo.
      Ecco, questo è il mio parere.

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      1. Grazie mille per aver voluto rispondere! Tutto quello che sto leggendo nei commenti è molto interessante. Sono d’accordo con te sul fatto che esistano due piani; come in tutte le cose da un lato esiste la nostra dimensione individuale e dall’altro la somma delle nostre dimensioni individuali. Nessuno di noi da solo può farsi carico di “salvare il mondo” e nessuno può ergersi da solo a paladino della giustizia così come individualmente la concepisce… ovviamente nei limiti del consentito ognuno è libero di fare come desidera, e io non posso che tenermi i miei fastidi e le mie perplessità (e anche i miei dubbi, ovvio).
        E come dici giustamente tu, non si può imputare ai singoli le colpe collettive. Al tempo stesso però è quella somma a fare la differenza. Sono d’accordo quindi con te quando dici che la rivoluzione deve essere politica, nel senso che deve essere guidata da chi ha il dovere di farlo; il mio unico dubbio – e da qui l’idea che comunque il passaggio debba essere culturale – riguarda la possibilità per la politica di fare scelte lungimiranti senza le premesse culturali, appunto. Teoricamente dovrebbe funzionare proprio come dici tu, ma la realtà ci restituisce un’evidenza opposta: spesso e volentieri nei decisori non vi è progettualità a lungo termine, né vi sono buon senso o capacità di amministrare la “cosa comune”. Per quale motivo? Forse perché abbiamo rappresentanti sempre più ignoranti, sempre meno attenti al significato profondo del ruolo che ricoprono, pur con alcune positive eccezioni. Di fronte a questa evidenza mi sono ormai convinta che il cambiamento non avverrà mai se individualmente (in un modo o nell’altro) non recuperiamo un certo senso di appartenenza, se non ridiamo valore alla cura delle cose e se non riusciamo ad usare un po’ d’umiltà. Per cultura intendo prima di tutto questo “sentire”, non solo un ampio bagaglio di esperienze e di saperi specialistici: non è in fin dei conti questa l’essenza della politica, la partecipazione?
        Per questo motivo, nella speranza che sempre più a livello squisitamente politico si prendano decisioni lungimiranti, nel mio piccolo tento di accantonare la saccenza che purtroppo un po’ mi contraddistingue e di dare un contributo concreto portando il mio personale punto di vista, adattando per quanto possibile il mio lavoro a questa idea e cercando un confronto costruttivo con chiunque abbia voglia di farlo… dai conoscenti agli amici, dai croceristi ai viaggiatori solitari. Ed è sempre interessante, ci guadagno sempre nuovi punti di vista, nuovi spunti, e forse a volte regalo anche io qualcosa al mio interlocutore. Un po’ come hai fatto tu con questo post, quindi grazie!
        Chiudo dicendo che trovo super calzante la tua descrizione del blogger-prodotto e che anche io – come te – penso che nella vita si debba avere una direzione… che fatica però mantenerla!
        Adesso la smetto🙂. La capacità di sintesi non è tra le mie qualità.. Ciao, buona giornata!

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  5. mi pare una discussione molto interessante alla quale sento di poter aggiungere poco.
    Sono una che se ne è andata all’estero per scelta e parte di questa scelta era dettata dalla volontà di trovarmi in un paese altro, dove tutto è simile forse ma diverso. Non serve andare in India per trovare se stessi, a volte basta un paesino sperduto della campagna belga per capire cose di sé che magari l’isola sperduta del pacifico non riuscirebbe a far emergere. Mi piace viaggiare anche se non lo faccio molto spesso, o almeno non tanto spesso quanto vorrei, forse, presa anche io dal desiderio di essere eco-compatibile.
    La mia coinquilina ha appeso in camera un planisfero di quelli dove si attaccano sticker colorati sopra i paesi che si sono visitati. Bello, no? Forse non poi così tanto, ecco. Il mondo come se fosse una lista della spesa.

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    1. Già, il mondo come fosse una lista della spesa.
      Chissà che frustrazione poi se ti manca un Paese che avevi in lista e nel frattempo ha cambiato nome o è iniziata una guerra civile…
      Mah!
      L’ideologia del: “solo quando viaggi capisci te stesso” non l’ho mai compresa fino in fondo. Ho conosciuto gente molto cretina che aveva girato il mondo, e persone molto sagge che non si erano mai mosse dal proprio paesino in provincia.
      Ri- mah!
      Ps: come stai?

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      1. “Ho conosciuto gente molto cretina che aveva girato il mondo, e persone molto sagge che non si erano mai mosse dal proprio paesino in provincia.”

        *applausi*
        Sottoscrivo.
        E’ talmente ovvio che anche io mi sento ridicola a ripeterlo, ma è così.
        Un paio d’anni fa conobbi una ragazza italiana che lavorava dove lavoravo io. Una di quelle che i mille viaggi (forse) che avrei voluto fare io li ha fatti davvero, ma una persona di una impermeabilità culturale pazzesca: lamentosa di tutto, sempre a sparlare di chiunque, seminava commenti velenosi su ogni posto dove fosse stata salvo poi su facebook celebrare ogni cosa come wonderful e fantastic. Ha una mentalità e un approccio alla vita arrogante, presuntuoso e offensivo, anche se gira ogni angolo del pianeta per postarne le foto con commenti estasiati. Per come lo intendo io, il viaggio è fatto di rispetto, osservazione ed empatia.
        PS: seguirà post…

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