Ci siamo.

Ciao casa.

Finirò per dire frasi banali e malinconiche.

Va così.

Tra due ore chiuderò la porta.

Sono rimaste nell’aria le risate della serata per un po’.

Le amiche se ne erano andate, avevo già spento le luci della cucina e iniziato a pulire.

Le risate rimanevano nell’aria.

Questa casa.

La mia prima casa vera dopo casa dei miei genitori.

Durante questo mese, mi ero stupita del mio autocontrollo mentre inscatolavo con il criterio dell’utilità e buttavo cianfrusaglie (che però significavano qualcosa e mi avevano tenuto compagnia e la loro utilità l’avevano pure avuta) senza girarci intorno.

E questa sera.

Da sola in questa casa.

La valigia è vuota.

L’armadio è ancora pieno.

Tante cose sono già in viaggio verso l’Italia (si potrà dire “verso casa“? Non so neanche a che indirizzo arriveranno, me ne sono disinteressata completamente). Manco solo io.

Sono contenta di aver avuto la possibilità di passare questa notte da sola qui.

Ormai non è rimasto quasi più niente di mio, di nostro.

Già, la nostra casa.

Scelta con cura tra tante pretendenti, poi diventata porto sicuro. Quello che è successo in questi anni è successo soprattutto qui: tra queste mura.

Nell’angolo tra il corridoio e il bagno mi sono accartocciata come una foglia un giorno di fine agosto.

Sul tavolo della cucina ho trovato dei mazzi di rose ad aspettarmi, alcuni degli studenti, alcuni per il mio “ritorno a casa” di questo mese, uno, in particolare, il più bello, un giorno che non me l’aspettavo.

Sul pavimento ho trovato un percorso di cioccolatini, un giorno ispirato in cui ho dovuto fare una caccia al tesoro per scoprire dei regali che non pensavo neanche di meritare.

Sul divano sono stata sveglia notti a scrivere, quando non mi scendeva quel nodo in gola, ma non voleva neanche saperne di uscire sotto forma di parole a voce.

Un giorno di maggio mi sono chiusa in camera.

Un paio di volte ho sbattuto la porta e me ne sono andata.

Ogni volta, non è stato per sempre.

Dal terrazzo ho visto il sole di mezzanotte, dal forno ho visto crescere le focacce e le torte che ho imparato a preparare. Ho anche bruciato una pentola.

E iniziato almeno quindici diete.

Quanto ho pianto qui dentro.

Quanto sto lasciando qui, in questo Paese che non ha mai fatto niente per piacermi e neanche per non piacermi, che si è limitato ad osservarmi in questi anni.

Sono contenta di aver avuto la possibilità di salutarti, Paese del Nord che non mi volevi troppo bene ma mi sopportavi pazientemente.

Ho dovuto chiudere e buttare così tante scatole, così tante valigie, che non riesco ad essere malinconica per un oggetto in particolare. Tutto mi sembra rimpiazzabile.

Anche la nostra libreria fatta su misura con le nostre iniziali.

Mi mancherà questa casa, perché è stata una casa vera: accogliente, con la stanza “per litigare”, con noi due adulti che ci assegnavamo degli spazi individuali e passavamo il tempo a cucirli insieme.

Mi mancherà la sensazione di stabilità data dal sapere i miei libri nello stesso posto del mio cuore.

Mi mancherà ascoltare la radio mentre impasto, inforno, mescolo, scolo.

Saremo in grado di costruirci una nuova stabilità altrove?

Ci pentiremo?

Vorremo tornare qui tra qualche anno?

Sarò in grado di andare in un Paese da sola, e iniziare tutto da capo a questa età? Ce la faremo a stare lontani in due continenti diversi con orari diversi?

Ce la farò a rimettermi in gioco nel mio lavoro, dopo dieci anni in cui lo svolgo, come l’ultimo dei neolaureati? Riuscirò a non essere supponente, saccente, arrogante?

Riuscirò a non far pesare sugli altri il peso delle mie scelte?

Riuscirò ad essere adulta anche fuori da queste mura? In un contesto dove non sarò solo pazientemente sopportata ma anche criticata?

Ce la farò a preparare quella valigia in tempo per l’aereo?

Tra un’ora chiuderò la porta.

Secondo me tu lo sai che ho passato la notte sveglia, a scrivere sul nostro divano perché il nodo non va né su né giù.

Promettimi che ce la faremo, anche fuori da qui.

 

 

 

Autore: virginiamanda

Arrivata per ultima in una famiglia dove il regalo più frequente è una valigia, si ritrova con tutti i difetti della figlia minore (ehi! Guardatemi! Sono qui! Sono divertente anche! Sto su un piede solo! Guardatemi!) più tutti i difetti della vagabonda (ma in quale casa avrò lasciato quella valigia/quei libri/quei vestiti/questi stivali). Pur essendo veneta non è leghista, pur avendo fatto il classico non sa il greco, pur avendo fatto l'università non sa ancora scrivere correttamente, pur avendo un papà che legge il Giornale non è berlusconiana, pur avendo lavorato al check-in di un aeroporto non ha ancora imparato a non farsi sgamare con i kg di troppo in valigia, pur avendo preso parecchi treni ed aerei non ha ancora imparato a non perderli, pur avendo traslocato almeno trenta volte non ha ancora imparato a farsi una valigia essenziale, pur amando viaggiare non ha ancora imparato a guidare, pur avendo avuto "varie" storie sentimentali continua a dire: è la prima volta che sono così cotta/perduta/innamorata. Spera di re-incarnarsi un giorno in Amanda Lear e/o in Shakira

6 thoughts on “Ci siamo.”

  1. Mi è partito il commento prima che avessi finito di scrivere. Ti fai tutte queste domande e questo già suggerisce che andrà tutto come deve andare🙂. Un nuovo capitolo si apre e sarà tutto un trovare nuovi spazi, nuove dimensioni per voi e per te stessa. Sarà una meravigliosa avventura, e come tutte le avventure spaventa un po’ forse.. Ma cavolo se merita di essere vissuta! Un abbraccio!

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  2. Credimi il nodo alla gola ora ce l’ho io. Il tuo sentirti mi è scivolato dentro,quelle tue domande, quella sospensione. Sono andata via da un anno ormai, e so cosa vuol dire quella tua accezione di casa, ho almeno ho ritrovato questa mia sensazione nelle tue parole. Penso che questi sono i momenti in cui la vita si arricchisce quando siamo in grado di stabilire quel valore aggiunto alle cose che abbiamo vissuto. buona fortuna, grazie per il tuo bellissimo post!!

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