Dai, próxima estación…

Scrivere questo post mi sta costando più fatica e pensieri del previsto e non dovrebbe.

Ne avevo già parlato qui e recentemente la mia “latenza” (come dice una mia amica, convinta che sia la parola giusta per “latitanza“) è stata dovuta a questa cosa grande grande grande che mi è scoppiata tra le mani all’improvviso e che ancora mi devo pulire tutta la faccia per bene per riuscire a vedere o anche solo aprire gli occhi di nuovo, respirare, riprendere il ritmo.

Ci sono così tanti aspetti da considerare, così tanti fattori da calcolare, che la mia mente per niente matematica ha già fatto no no e si è ritirata, dichiarando sciopero bianco per le prossime settimane. (Non che prima invece, funzionasse una meraviglia, diciamolo!).

Da dove parto?

Potrei partire da lontano, e fare uno di quei racconti in cui tutto si interseca secondo un preciso ordine del Fato, che non si vede subito e nemmeno durante, ma alla fine c’è l’Epifania.

Un po’ come il Gorgonzola.

E che c’entra adesso il Gorgonzola, con tutta questa poesia?

A parte che per me il Gorgonzola E’ poesia, è una storia d’amore, che passa anche per il Gorgonzola.

Long story short, come dicono gli inglesi (ma saranno proprio gli inglesi? Sicuri? Non è che poi in realtà sono gli statunitensi? E se fossero quelli down under? Boh.) o bref, come dicono i francesi (ma saranno proprio, vabbé, ci siamo capiti, dai, andiamo al succo, come dicono gli italiani – e qua sono sicura del popolo!-) il gorgonzola è da sempre il mio formaggio preferito. Ma preferito nel senso che se mi mettono davanti una torta a mille strati con panna e cioccolato e mi dicono scegli o questa o il gorgonzola io scelgo il gorgonzola. E in realtà a casa mia non piace a nessuno. Cioè, in quanto famiglia contadina quello che c’è si mangia, e non è che uno si metta a far storie, però se si può, si evita. Non si compra perché è brutto da vedere (“ma c’ha la muffa? Bleah!” dicono gli ignari incolti) e puzza (“Ma cos’è che fa questo odore? Bleah!” dicono i palati fini abituati agli asettici supermercati). A me, però, piace tantissimo.

A nessuno dei miei fidanzati (non che ne abbia avuti molti, eh) piaceva perché “el olor“, perché la rava, perché la fava, perché “pitosto magno ea tera“.

Finché un giorno, in quel della campagna toscana, dove alloggiava l’Orso e mi aveva portato per passare il primo fine settimana assieme, andammo assieme all’Esselunga a far provviste (eh sì, i primi tempi, quelli in cui non si esce mai di casa! E pensare che ora lo butterei fuori dal balcone nove volte su dieci. Ah, l’Amore, dicevamo. I primi tempi). E davanti al banco formaggi lui mi disse, timidamente: “Io prenderei il Gorgonzola, ma non so se a te piaccia, perché ha un sapore un po’ forte“.

Ah, l’Amore.

Può sbocciare ovunque, può trovare conferme ovunque.

Ma dubito che a molti sia capitato di trovare conferme al banco latticini dell’Esselunga tra la Lunigiana e la Garfagnana.

(La prossima volta che andate a fare la spesa: fateci caso, a quelli che si baciano davanti al banco affettati o davanti alla focaccia. Potrebbe essere appena nato un amore destinato a durare. 

Finché una vecchina con il numero dopo il loro non li separi, naturalmente.)

Ecco, potrei raccontare questo grande cambiamento così, parlando di eventi tra loro apparentemente non collegati e invece alla fine con un colpo di teatro (sì, lo scrivo all’italiana, che dopo la scianfruglia dei popoli là sopra non mi fregate più) si scopre che erano legati.

Proviamo.

Questo racconto parte da molto lontano.

Inizia da quando ero una sedicenne (sì, ok, prometto di procedere rapidamente) con molta boria e poco senso pratico, e molto tempo da perdere davanti al computer.

Avevo deciso cosa mi sarebbe piaciuto fare nel futuro e, una volta individuato il lavoro (mio fratello sostiene di avermi trovata a quattro anni a correggere quaderni scritti apposta da me, che fingevo fossero quelli dei miei alunni, ovvero i miei pupazzi seduti a cerchio, ma è una cosa senza alcuna prova e potrebbe essersela inventata mio fratello. L’Orso, a cui l’ho riferita, ha risposto: “Conoscendoti, mi sembra del tutto credibile“) avevo iniziato a cercare informazioni.

L’università di Torino (va poi a capire perché) aveva una pagina che spiegava cosa bisognava fare.

Se partecipi a questo bando qua, puoi finire in Europa, tipo in Spagna o in Francia, se partecipi a questo qua, anche fuori Europa, in zone limitrofe, tipo in Turchia, se partecipi a questo qua, in Australia, se a questo negli Stati Uniti.

Mi invogliavano tutti.

Figurarsi, io a parte la Pianura Padana non avevo mai visto niente.

Poi mi sono iscritta all’università. Ho stretto amicizia in particolare con due ragazze, una di Torino e una lombarda. E non appena ho avuto i requisiti mi sono iscritta al primo bando, quello per l’Europa “cool”. Francia? Spagna? Per un cavillo non potevo fare domanda per la Spagna, l’ho fatta per la Francia.

Un pomeriggio di fine maggio di dieci anni fa, sono per la prima volta a Torino, a trovare la mia nuova amica. Entro in un internet point, leggo la mail e bum! Mi avevano presa.

Di ritorno dalla Francia, mi sento un po’ spaesata. La mia amica torinese mi dice: ti va di accompagnarmi in Spagna ad un matrimonio? Certo, dico io. E ci sono rimasta due anni.

Di ritorno dalla Spagna, rivedo la mia amica lombarda, che nel frattempo avevo perso di vista.

E decido di partecipare all’altro bando, quello per l’Europa aumentata. Faccio domanda per la Turchia.

Un pomeriggio di fine maggio, bum! Mamma mi chiama: ti hanno presa! Vai in Turchia!

Quella sera, conosco (ebbene sì) l’Orso.

Di ritorno dalla Turchia, vado a vivere a casa della mia amica lombarda. Con l’Orso le cose si stanno mettendo bene, ma io, impenitente, decido di partecipare al bando per l’Australia.

Ci incontriamo un pomeriggio di novembre a metà strada tra l’università dove sono andata a consegnare i moduli e il suo posto di lavoro, e decidiamo di passare il resto della giornata ad assaggiare i prodotti tipici. Uno dei nostri primi giri “fuori porta”.

Supero le selezioni, l’Orso mi confessa che lui avrebbe sempre voluto andare in Australia.

Io sono lì che mi arrabatto per finire la specialistica e risulto tra i finalisti.

Il colloquio sarà – però – fissato per il giorno di presentazione della tesi.

Rinuncio.

Passa qualche mese, io abito ancora dalla mia amica lombarda, ma in realtà solo di facciata, perché passo la maggior parte del tempo dall’Orso in mezzo alle colline (a mangiare Gorgonzola). (Sì, vabbè… e non solo).

Mi laureo, l’Orso conosce la mia ridente famiglia, sono mesi di sovreccitazione, che culminano in uno svenimento all’Esselunga (sempre lei, sempre la stessa Esselunga del gorgonzola). Avevo tenuto botta per mesi, il corpo, incassato il centodieci, decide di mettersi a riposo. Senza avvertirmi.

Siamo in un pomeriggio di maggio, e l’Orso decide di mollare tutto per andare in Australia. Figo, dico io, iniziamo a guardare percome e per cosa e perché e,  riceve una chiamata dalla Svezia.

Senza farci troppe illusioni, partiamo per la Svezia, dove (ma questa è storia recente) resteremo per quasi quattro anni.

Io in Svezia non mi sento troppo a mio agio (sì, nonostante ci arrivi pure il Gorgonzola), non mi convince.

La seconda estate, messi un po’ di soldini da parte andiamo a farci questa benedetta vacanza in Australia. Se sta mina mae, ciò.

Passa un altro anno, io inizio a scalpitare. Devo assolutamente prendere un altro certificato universitario (perché chiamarlo “titolo” mi sembra un articolo di giornale), insomma, non sono nessuno e non mi posso spendere come vorrei senza questo benedettissimo postlaurea.

Vaglio tutte le possibilità, divento quasi scema, l’Orso diventa consulente psicologico per starmi vicino, alla fine decido una strada. Quella più difficile.

Supero tutti gli esami di ammissione. Per farlo devo spostarmi in Inghilterra.

Vado al colloquio, faccio altri esami, presentazioni, temi.

Un pomeriggio di fine maggio (questo maggio) ricevo la lettera dell’università: mi ammettono al corso, quello più ristretto, quello più esclusivo, quello più meglio. 

Lo stesso giorno, sempre un pomeriggio di fine maggio, l’Orso riceve un’offerta di lavoro irrinunciabile. Bum!

Per l’Australia.

Il mese prossimo ci trasferiamo.

Poi a settembre io andrò nel Regno Unto per fare questo percorso postlaurea, staremo a long distance, ci vedremo ogni due mesi. Poi a giugno prossimo mi trasferirò là definitivamente.

Un’amica oggi mi ha scritto: “Ma ci hai pensato bene?”.

E ho dovuto ammettere di no, che non ci ho pensato bene.

Perché se ci pensi bene non accetti una cosa del genere.

Però…

Perché no?

Ogni tanto in questi giorni mi viene da ridere, guardo gli scatoloni ammucchiati nel nostro appartamento svedese (quanto mi mancherai, cabina armadio, quanto!!!), penso al trasloco, poi penso agli ultimi documenti per l’Inghilterra, mi viene il batticuore, penso al visto come de facto, e mi sale la rabbia (tutti questi anni assieme, io che ti seguo prima al Polo Nord e poi al Polo Sud e manco un matrimonio!), poi mi giro, mi viene in mente una cosa da segnare nella lista di commissioni da sbrigare prima della partenza, poi suona il telefono ed è qualcos’altro di cui mi ero dimenticata, mi giro e c’è un cassetto con tutte le sue carte che chiede attenzione (E questo? Da dove spunta?), mi perdo tra riviste del 2007 che ho conservato chissà come e chissà perché e poi ops, sono le tre e non ho ancora mangiato, e poi mi giro e inciampo su uno scatolone confezionato dall’Orso (mai mettersi a fare un trasloco con un ingegnere. E teron, par zonta! – Ha aggiunto la sempre ficcante Mammavirgh -)  e impreco (ma porca vacca, ma non te si bon sistemare un fià) contro l’Orso, che però non c’è, quindi aspetto che torni, gli tengo il broncio e poi non ho tempo neanche per quello che ci sono mille altre cose da fare, da pensare, da sistemare… mi viene da ridere (✓), da piangere (✓), da urlare (✓), da sbattere la porta (✓), da piantarlo qui, da piantarlo là, da piantarla.

 

I miei genitori ed i miei amici sono stati travolti e sconvolti dalla notizia come mai mi sarei aspettata. Pensavo che dieci anni di vita fuori dal suolo patrio li avessero abituati alla mia assenza. E invece.

Eppure, con tutte le cose che devo fare, ho preso sottogamba la cosa. E ci siamo ritrovati nella situazione surreale in cui io consolo loro con leggerezza perché devo correre a fare le mille altre incombenze che questo doppio/triplo trasloco richiede.

E forse, distrarsi e fare finta che sia tutto normale, è la strategia migliore per non impazzire.

Che morale c’è per questo lunghissimo racconto?

Forse che bisogna stare attenti a quello che si desidera?

Mah.

Io direi piuttosto…

Non aprire mai le mail in un pomeriggio di fine maggio!

(Io intanto, mi esercito con Miranda).

 

 

Autore: virginiamanda

Arrivata per ultima in una famiglia dove il regalo più frequente è una valigia, si ritrova con tutti i difetti della figlia minore (ehi! Guardatemi! Sono qui! Sono divertente anche! Sto su un piede solo! Guardatemi!) più tutti i difetti della vagabonda (ma in quale casa avrò lasciato quella valigia/quei libri/quei vestiti/questi stivali). Pur essendo veneta non è leghista, pur avendo fatto il classico non sa il greco, pur avendo fatto l'università non sa ancora scrivere correttamente, pur avendo un papà che legge il Giornale non è berlusconiana, pur avendo lavorato al check-in di un aeroporto non ha ancora imparato a non farsi sgamare con i kg di troppo in valigia, pur avendo preso parecchi treni ed aerei non ha ancora imparato a non perderli, pur avendo traslocato almeno trenta volte non ha ancora imparato a farsi una valigia essenziale, pur amando viaggiare non ha ancora imparato a guidare, pur avendo avuto "varie" storie sentimentali continua a dire: è la prima volta che sono così cotta/perduta/innamorata. Spera di re-incarnarsi un giorno in Amanda Lear e/o in Shakira

19 thoughts on “Dai, próxima estación…”

  1. Congratulazioni, auguri, *applausi* o qualunque altra sia la frase che va detta.
    Nella pratica sono molto contenta per voi perché vi siete sbattuti a destra e manca per ottenere una cosa e finalmente ce l’avete fatta… è bellissimo leggere una storia a lieto inizio (perché fine qui non è)

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  2. Andare dall’altra parte del mondo è diverso. Non c’è il low cost che ti “regala” un giro inaspettato in Italia per il matrimonio di un’amica o per rinnovare un documento. Il volo è lungo, forse i tuoi parenti non si sentiranno di passare tutte quelle ore in aereo, specie se non ne hanno mai preso uno. Il biglietto costa. Tanto. E ti ritroverai a dire “se posso aspettare, aspetto, perché con quei soldi mi ci faccio una vacanza”, “e se vado adesso per sfizio e poi devo tornare per necessità come si fa?”. Arrivi a considerare “offerte” i biglietti intorno ai €1000 anziché €1500, che sarà pure un 30% di differenza ma son tanti danè. Però se gliela vendi che è solo per un po’… magari la digeriscono meglio.🙂

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  3. Ma quanti viaggi, quanti salti nel vuoto e quanto formaggio. Mi piace questo post, e mi fanno ridere le storie di vita quotidiana intervallate da ‘spagna, svezia, inghilterra, australia’… Mi fa ridere che in Australia io ci sono veramente, ma prima 300 giorni di inghilterra. Come il titolo del mio blog!
    PS: ieri ho scritto qualcosa sul darsi tempo quando ci si trasferisce all’estero, anche se a volte non funziona e in realta’ non c’e’ un motivo ma solo un sentire. Mi farebbe piacere sentire cosa ne pensi🙂 ti lascio il LINK

    Barbs

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