Parto

Ho rimandato per settimane che sono diventate mesi.

Mi sono rigirata nel letto, svegliata tardi, ho letto romanzi che volevo leggere da tempo, ho fatto visita ad amiche e città che mi mancavano.

Non ho affatto studiato.

(E non sono neanche dimagrita, ça va sans dire)

Come nelle migliori tradizioni: parto senza saperne una mazza, senza avere un posto dove stare, senza aver ripassato la lingua, senza aver studiato, senza essermi iscritta al corso che voglio fare, senza sapere se veramente mi prenderanno o no, senza aver la benché minima idea di come sia il mercato e cosa preveda.

Parto.

Senza un sacco di cose, senza neanche un fidanzato.

In Spagna avevo sentito una volta un’espressione che faceva più o meno: “avere un fidanzato ad Alcorcòn, è come non averlo”.

Uno dei primi mesi in Svezia avevo conosciuto una ragazza estone che mi piaceva tantissimo e mi ero convinta saremmo diventate bff. (Ovviamente non mi ricordo manco come si chiama). Lei mi aveva raccontato di essersi trasferita in Svezia perché il fidanzato abitava e lavorava lì. Non aveva frequentato l’università quando era ora, perché era persa dentro la sua testa in una specie di “depressione”, e ora (aveva forse venticinque anni) voleva recuperare. Si era iscritta ad un corso molto intensivo di svedese, perché così poi avrebbe avuto la conoscenza linguistica necessaria per essere ammessa alla laurea triennale all’università.

Dove prevedeva di studiare francese. Perché era innamorata della Francia e contava di trasferirsi là un giorno.

A me, precisa e rigorosa come sono sempre stata nell’ambito degli studi e del lavoro, mi sembrava un’immane stupida fatica e tempo sprecato.

Cioè: vuoi andare in Francia? E vacci subito, che ti metti a studiare svedese?

 

Ora mi rendo conto che sto finendo per fare qualcosa di simile anch’io.

Io, io che ho sempre visto la vita come una scala, in cui non si potevano saltare i gradini, in cui all’1 seguiva necessariamente 2, mi trovo ad andare incontro ad un 4, poi un 8, poi dover tornare ad un 5, poi un 6 e poi boh, chissà.

La vita ha smesso di seguire una logica omogenea e precisa quando ho finito i passi stabiliti: 1, scuola, 2, laurea, 3 laurea specialistica, 4, lavoro, 5, fidanzato.

E poi? Come funziona poi?

Per un po’ mi sono illusa che i seguenti fossero chiari: 6, matrimonio, 7, famiglia.

Oppure 6, master, oppure 6, dottorato, oppure 6, contratto a tempo indeterminato.

Invece non c’è questa rigida sequenza.

Un po’ perché quando nel tuo percorso personale entrano gli altri, devi anche sentire loro e assecondare i loro di passi – che potrebbero essere diversi dai tuoi-.

Un po’ perché il mondo cambia (in Italia la mia professione non segue più lo stesso codificato percorso che seguiva quando mi sono iscritta all’università), un po’ perché il mondo è grande (e in altri posti le consuetudini e i percorsi per arrivare alla professione potrebbero essere più stimolanti, o semplicemente diversi e allora varebbe la pena almeno aver imparato qualcosa di nuovo).

Ho cercato di trovarci un senso, di mettere le cose che mi succedono e mi succederanno in un ordine lineare.

E invece  “il magico potere del riordino” che va tanto di moda, sulla vita non sortisce l’effetto desiderato.

E’ inutile cercare di dare un ordine in questo ventaglio troppo ampio di possibilità.

Anni fa, mi trovavo in Italia per finire la specialistica. Ero tornata dopo due anni in Spagna in cui ero riuscita solo a dare cinque esami da non frequentante.

Ero contenta di me, della mia esperienza e anche abbastanza carica ed entusiasta… ma in poco tempo il tepore placido di casa, le amiche che andavano sempre negli stessi posti e parlavano sempre degli stessi argomenti (Perché non mi chiama? Gli piaccio o no?) mi avevano fatto lentamente riprendere il ritmo blando della vita in provincia e rientrare nelle dinamiche statiche e paludose dei rapporti qui.

Per qualche giorno tornò un’amica che vedendoci e vedendomi così rassegnata e ingrigita mi chiese preoccupata:” Ma cos’è successo? Come siete diventate?”.

Mi giustificai: “Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto con quello che avevamo”.

Come giustificazione mi é rimbombata in testa spesso in questi anni.

Ma non vale.

Sulla bacheca vicino al letto il secondo anno di università avevo appuntato una frase: “Solo l’amare, solo il conoscere conta. Non l’aver amato, non l’aver conosciuto” (*) .

E quindi basta stare a letto, basta cercare giustificazioni spente.

Non contano i passi, non conta il fatto che  non siano più quelli previsti.

Conta la direzione, e quella ce l’ho sempre avuta chiara in testa.

(Stavo giusto aspettando di digerire… – Liz Climo)

(In realtà come vignetta conclusiva volevo mettere questa, ma qualcosa mi dice che Hikmet con quella vita da dissidente innamorato non abbia mai pronunciato un consiglio del genere, quindi ho preferito concludere con un sorriso.)

Autore: virginiamanda

Arrivata per ultima in una famiglia dove il regalo più frequente è una valigia, si ritrova con tutti i difetti della figlia minore (ehi! Guardatemi! Sono qui! Sono divertente anche! Sto su un piede solo! Guardatemi!) più tutti i difetti della vagabonda (ma in quale casa avrò lasciato quella valigia/quei libri/quei vestiti/questi stivali). Pur essendo veneta non è leghista, pur avendo fatto il classico non sa il greco, pur avendo fatto l'università non sa ancora scrivere correttamente, pur avendo un papà che legge il Giornale non è berlusconiana, pur avendo lavorato al check-in di un aeroporto non ha ancora imparato a non farsi sgamare con i kg di troppo in valigia, pur avendo preso parecchi treni ed aerei non ha ancora imparato a non perderli, pur avendo traslocato almeno trenta volte non ha ancora imparato a farsi una valigia essenziale, pur amando viaggiare non ha ancora imparato a guidare, pur avendo avuto "varie" storie sentimentali continua a dire: è la prima volta che sono così cotta/perduta/innamorata. Spera di re-incarnarsi un giorno in Amanda Lear e/o in Shakira

5 thoughts on “Parto”

  1. Leggo i tuoi ultimi post e mi viene in mente Verga e il realismo: i racconti della vita di provincia, ben lontana dai modelli filo-consumistici e carrieristi che ci propinano i telefilm americani (dove è sei il più figo del mondo, o sei una comparsa), lo scollamento tra la vita in città e la vita in campagna, che oggi potrebbe essere “la vita nelle metropoli estere” vs. la vita della provincia italiana (tutta l’Italia è provincia). Forse dovresti scrivere un libro (opzione 6 quater).

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  2. Leggerti mi ha fatto pensare a un sacco di cose, tutte insieme.🙂 Dico solo, per semplicità, che è sempre bello ritrovarsi in quello che scrivono gli altri. Ci fa sentire meno soli, forse meno in colpa per il fatto che proviamo le stesse cose, che ci facciamo le stesse domande. Mi viene da dirti solo una cosa: vai e spacca! Sarà una splendida avventura e un po’ ti invidio🙂. Ma solo un po’, ed è un’invidia buona. Io sono in bilico in un momento che non è per niente decisivo da un punto di vista oggettivo, ma soggettivamente lo è… proprio perché mi sono resa conto che i passi sono stati molto diversi dal previsto, ma che nonostante tutto per me la direzione non è cambiata affatto. E’ ora di partire! Ti abbraccio!

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  3. “E poi? Come funziona poi?
    Per un po’ mi sono illusa che i seguenti fossero chiari: 6, matrimonio, 7, famiglia.”

    Bella fregatura quando ci si rende conto per la prima volta che no, l’ordine non verrà per forza rispettato. E che dopo essere passati per il punto 6 si può eccome tornare indietro e sentirsi come alla fine del punto 3. Una specie di monopoli, insomma, stai fermo un giro, avanzi di botto, poi un po’ di prigione…e mettici una carta imprevisti di tanto in tanto.
    Insomma, partiamo va`. Evitando le dinamiche statiche e paludose – l’hai descritto benissimo ed è uno dei motivi per cui torno sempre un po` amareggiata dall’Italia.

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