La ragazza con il pianoforte

Ieri.
Mi trovavo un po’ strattonata tra mille diverse sensazioni: avevo dovuto partire presto alla mattina, per cui mi ero dovuta svegliare alle sette (sonno) (svegliarsi prima delle nove dovrebbe essere considerato criminale. ), e prendere il treno (familiarità) per andare nella direzione opposta a quella verso cui vado sempre (familiarità perplessa).
E’ la città da cui ho cercato di emanciparmi presto, che però “ha l’università più prestigiosa d’Italia” (o magari è solo una tra le più prestigiose, molto più probabile), “come ti viene in mente di andare a studiare da un’altra parte!?”, e tutti o quasi i miei conoscenti si sono laureati lì.
A pochi chilometri da casa, con il treno presto alla mattina e il ritorno nel pomeriggio, mai troppo tardi, mai troppo buio, mai vero ed effettivo bisogno di trovarsi un alloggio indipendente.
Era presto, e anche se non me ne voglio accorgere, siamo a Marzo, Natale è passato da un pezzo ed è normale che la gente la mattina presto si alzi, prenda il treno e vada a lavorare oppure si alzi, prenda il treno e vada in aula o in biblioteca a studiare.
Io però mi sentivo un’estranea, non so se privilegiata o semplicemente aliena a tutto questo.
Io non lavoro più, io non studio più.
Passo le giornate in una bolla di vetro, dentro ritmi ormai rituali che ho appreso solo due mesi fa.
Sono di nuovo “figlia”, sono di nuovo “mantenuta”, sono di nuovo “single” senza essere nessuna di queste etichette veramente.
(A parte “figlia”, naturalmente, ma in questo senso qui, di vivere con mamma e papà veramente, non l’ho mai fatto, ho smesso di farlo a diciotto anni, farlo ora è straniante e loro mi trattano con i guanti e la partecipata apprensione affettuosa e condiscendente che non hanno mai avuto verso la me diciottenne che voleva andarsene il prima possibile, l’università, via, vivere da sola, all’estero, il Mondo, conoscere , studiare, esplorare, via.)
Mi sono accodata a quella fiumana, giubbotti grigi e verdastri, sciarpone nere o grigie, scarpe grosse, capelli ben pettinati, lunghi, lisci e sciolti per le ragazze, ciuffo curato per i ragazzi, occhiali larghi e con le stesse montature da nerd che ora vanno di moda per tutti.
Mi sentivo un po’ osservata, un po’ a disagio. Ma chi mi osserva? Sono io che mi credo che gli altri abbiano sempre voglia di guardare me e giudicarmi in base a come sono vestita, pettinata, mi muovo, che borsa ho.
In realtà a nessuno interessa, vanno per la loro strada, verso le facoltà dell’Università più prestigiosa d’Italia, o almeno così credono (e gli fanno credere).
Mentre camminavo, mi accorgevo di provare curiosità e fastidio, per quel loro essere così ordinati e ben vestiti, segno per me visibile che uscivano da casa di mamma e papà (quale fuorisede gira con scarpe pulitissime ed è in facoltà alle prime luci dell’alba?), per quell’accento così simile al mio, così simile a quello che mi portava ad essere presa in giro il primo anno dell’università, a sentirmi chiedere sempre “Ma tu di dove sei?” dai compagni e “Signorina, Lei di dov’è?” dai professori.
Quell’accento, da loro mi sembrava esibito, come se fosse segno di un’appartenenza più alta, segno di provenienza e quasi possesso di quell’università più prestigiosa d’Italia.
A volte ho pensato a come sarebbe stata la mia vita se fossi stata meno rompiscatole, meno cocciuta e meno risoluta il mio ultimo anno di superiori.
Se non avessi fatto qualsiasi cosa per far accettare ai miei che potevo frequentare un’università diversa dalle solite (“Ma come!? Nel raggio di cinquanta km ci sono cinque tra le università migliori AL MONDO e tu vuoi andare da un’altra parte!?”).
E se alla fine avessi ceduto e avessi detto, ok, avete ragione voi, è uno spreco di soldi, mi iscrivo qui e torno con il treno delle 16:10 tutti i giorni?
Sarei partita lo stesso? Sarei andata lo stesso all’estero il terzo anno? Avrei conosciuto lo stesso quelle persone che ora mi sembra siano nella mia vita da sempre e in realtà sono lì solo da una decina d’anni? Avrei avuto le stesse possibilità, opportunità nella vita se fossi rimasta? Se avessi fatto l’università sotto casa? Se fossi rimasta a vivere con mamma e papà fino alla laurea e oltre?

Forse non avrei conosciuto le mie amiche.
Se non avessi conosciuto le mie amiche, non mi sarei mai presentata come accompagnatrice ad un matrimonio in Spagna dove una di loro era invitata. E a quel matrimonio non avrei conosciuto una delle mie più care amiche di oggi.
Quindi non ci sarebbe stata la Spagna (da quel matrimonio partirono i miei due anni spagnoli).
Di certo non avrei conosciuto l’Orso, che viene da una città lontana e che si trovava lì solo di passaggio e conosceva una di quelle amiche, che me lo presentò.
Quindi neanche la Svezia ci sarebbe stata nella mia storia.

Camminavo, e osservavo, sentivo quelle battute collaudate dal dialetto storpiate nell’italiano regionale che gli studenti usavano tra di loro.
Mi sono chiesta se mi vedessero, se mi considerassero vecchia, con quella spocchia di chi ha vent’anni che dice “Massì, è vecchia, avrà trent’anni!“.

Poi sono arrivata alla segreteria, dovevo prendere dei documenti per mia sorella, che lei qui ha studiato veramente.

In tutti questi anni, ogni tanto mi chiedevo come sarebbe stato studiare qui.

Come tutti gli studenti universitari ho avuto le mie beghe nelle segreterie dell’università che ho deciso di frequentare. Ma, forse perché è passato il tempo, ho un ricordo vago delle code (a parte una volta, di pomeriggio, in cui nell’attesa che aprissero le porte, venne fatto circolare un fiaschetto di Chianti tra gli studenti). Inoltre, non sono mai stata sicura che le lungaggini dipendessero del tutto dal sistema, visto che ero (sono) una regina in rimandare e scarso rispetto delle scadenze. Quindi quanto dipendeva dalla burocrazia e quanto da me? Non lo so, ma alla fine l’avevo sempre sfangata: ho fatto tutti gli esami che mi piacevano, (pure quelli che non mi piacevano) e sono riuscita a laurearmi due volte, una delle due neanche abitandoci più in quella città.

Ogni tanto mi era capitato di pensare: chissà se avrei avuto gli stessi inconvenienti nell’Università più prestigiosa d’Italia? Ma và, mi rispondevo, saranno organizzatissimi. E i ragazzi nei cortili di cemento, con i loro giubbotti firmati e il loro accento da imborghesito del Nord me lo stavano confermando.

Io, abituata al cortile con il prato, i cani e la gente trasandata.

Sicuramente troverò cortesia e professionalità, pensavo.

E’ stato invece esattamente come nella mia università, burocratico, lungo, ottusamente pieno di ostacoli, in un modo pure peggiore rispetto alla mia università.

La sensazione di straniamento (non è la mia università, ma in teoria dovrei sentire “questa” come la mia città, invece sento più “quell’altra” come la mia città, dovrebbe essere la mia gente, ma il loro accento mi irrita, dovrebbe essere tutto oliato e funzionante invece il dipendente che mi sta parlando mi sta mandando in prefettura a fare una cosa che dovrebbe fare lui, dovrebbe esserci ordine ed armonia invece c’è caos e anarchia, dovrei sentirmi felice perché sono in Italia che a me piace tanto e invece la burocrazia è ancora come dieci anni fa, dovrei smettere di pensare queste cose, sennò finisco a dire le cose che sento di solito dagli arroganti italiani all’estero strafottenti…) si è acuito dal non saper riconoscere le strade, dover cercare una cartina per orientarmi.

Poi sono tornata alla stazione, ho preso un caffè.

E fuori ho sentito qualcosa di strano, inaspettato ma familiare, appena al di là della vetrata del bar.

Una ragazza stava suonando questa.

Il barista, di solito scorbutico, mi ha sorriso.

Io ho sorriso.

E sono uscita ad ascoltarla.

Una ragazza bionda di vent’anni aveva appoggiato il casco, lo zaino e una borsa per terra e si era seduta al pianoforte a suonare.

Ci siamo messi tutti a guardarla e ad ascoltare.

Che stupida io, ho quasi meccanicamente preso il telefono. Mi sono sentita goffa e stupida, chissà cosa volevo fare? Fotografare la musica? Registrare un video?

Ma perché?

Mi sono bloccata, ho ascoltato guardandola e basta.

E ho pensato che a volte la bellezza ti si manifesta così all’improvviso.

Altri viaggiatori si sono fermati ad ascoltarla.

Lei ha suonato tutto il pezzo, sorridente.

Poi ha finito, ha alzato gli occhi dai tasti e sembrava imbarazzata ma contenta. Si è guardata intorno un po’ impacciata.

Noi abbiamo applaudito.

 

Grazie ragazza col pianoforte.

 

Autore: virginiamanda

Arrivata per ultima in una famiglia dove il regalo più frequente è una valigia, si ritrova con tutti i difetti della figlia minore (ehi! Guardatemi! Sono qui! Sono divertente anche! Sto su un piede solo! Guardatemi!) più tutti i difetti della vagabonda (ma in quale casa avrò lasciato quella valigia/quei libri/quei vestiti/questi stivali). Pur essendo veneta non è leghista, pur avendo fatto il classico non sa il greco, pur avendo fatto l'università non sa ancora scrivere correttamente, pur avendo un papà che legge il Giornale non è berlusconiana, pur avendo lavorato al check-in di un aeroporto non ha ancora imparato a non farsi sgamare con i kg di troppo in valigia, pur avendo preso parecchi treni ed aerei non ha ancora imparato a non perderli, pur avendo traslocato almeno trenta volte non ha ancora imparato a farsi una valigia essenziale, pur amando viaggiare non ha ancora imparato a guidare, pur avendo avuto "varie" storie sentimentali continua a dire: è la prima volta che sono così cotta/perduta/innamorata. Spera di re-incarnarsi un giorno in Amanda Lear e/o in Shakira

8 thoughts on “La ragazza con il pianoforte”

  1. L’anno scorso lì ci trovai una suora a suonare!
    Ma soprattutto, detto da una che “l’università più prestigiosa d’Italia” (ma veramente?!) l’ha fatta, sai che mi ci sono voluti anni per riuscire ad amarla? Si vede che io sono una che carbura lenta sulle città

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    1. Ma io credo di volerle bene, a questa città. Sull’università non mi pronuncio, non ne ho le competenze né l’esperienza, le mie sono considerazioni superficiali.
      Però credo che ad un certo punto uno debba fare pace con quello che è e con quello che ha fatto: io da qui vengo, ho scelto di studiare da un’altra parte, ora sono fatta così anche grazie a quello.
      Tu hai fatto pace con l’università più prestigiosa d’Italia, tutto si chiude, no?😉

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  2. Ho una situazione molto simile alla tua. Sono di Vicenza (provincia), quindi avrei potuto e dovuto scegliere tra Padova e Verona, al massimo Venezia se avessi voluto qualcosa di più “esotico”. Della mia classe del liceo, una è andata a Trieste e una a Trento. Io sono stata l’unica testarda a voler scendere sotto il Po e sono andata a Siena. La trasformazione che ho vissuto lì credo che non sarebbe mai stata possibile rimanendo vicino a casa per cui sono ancora molto contenta di averlo fatto. Come te, provo fastidio quando ho a che fare con le università venete. In particolare, a causa del dottorato ultimamente ho molto a che fare con una prof di Padova/Venezia e soffro a sentire i suoi commenti ottusi su quanto sia tutto migliore al nord rispetto al sud, ecc.
    Ironia della sorte: al mio ragazzo (del centro) il Veneto piace e pensa che se un giorno dovessimo/potessimo/volessimo tornare in Italia si potrebbe puntare a quelle zone. Io non credo, dopo aver faticato tanto per uscirne.

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    1. Beh io non lo escludo! Il fatto è che essendo entrambe nate in provincia, la fatica per uscirne è stata doppia: dalla provincia (che in generale in Italia è chiusa e senza grandi possibilità) e dal Veneto (che almeno quando eravamo piccoline era ancora più bigotto e razzista).
      Capisco quello che dici e posso ben immaginare il fastidio che si prova di avere a che fare con chi si considera superiore “per provenienza” unito alla spocchia di chi si sente superiore “per mestiere” (i professori universitari sono il top in questo…).
      Io però non scarterei l’opzione di tornare. Però magari non nella provincia rimasta uguale a se stessa e ora pure impoverita ed inacidita.

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  3. Ciao, scusa se mi permetto di farti un cazziatone ma, avendo un po’ di anni in più sento di doverti dare delle indicazioni. Pure io ho vissuto la crisi dei 30. Sei giovane ancora ma non più una ragazza – ed è dura da accettare. Ci si sente di dover fare questo e quello, invece la vita va come vuole e mai come l’hai pianificata.

    Detto questo, penso che I tuoi abbiano fatto malissimo a riprenderti in casa.
    Ecco perché ti puoi permettere di farti le seghe mentali, di sentirti così e cosà, blablabla…
    Sei fuori di casa? Bene, ci rimani. Che fai torni da mamma e papà, non ti vergogni?
    Una persona adulta che si prende il lusso di bambineggiare… ma per favore!

    Puoi partire per chissà dove ma senza un programma non vai da nessuna parte.
    Soprattutto, da te stessa non parti mai. In Uk poi… che scelta originale, è pieno così di italiani… Eh, ma andare a Londra fa fico…

    Oltretutto si viene a scoprire che hai solo una 3+2 ovvero una laurea normalissima (la triennale non è manco da considerare una laurea). Voglio dire, che specializzazione hai?
    Sai quanto studia la gente anche dopo la laurea, con immensa umiltà, per reinserirsi nel mondo del lavoro o per reinventarsene uno nuovo? Anche a 40 anni e oltre sai…
    Voglio dire, sei stata qua a raccontarla su per anni e alla fine avevi un titolo comunissimo.

    Pare che sei l’unica ad aver viaggiato ma alla fine non hai capito molto.
    Secondo me qui il problema non è partire per gli UK ma partire da ‘sto blog.
    Quando la finirai di raccontare i fatti tuoi sul web e sentirti al centro del mondo, vedrai che inizierai a capire quello che vuoi e, magari (ma non è detto, eh), anche chi sei.

    Spero di non essere stata troppo stronza. Mandami affanculo se vuoi ma avevi proprio bisogno di una bella tirata d’orecchi.

    In bocca al lupo!😉

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    1. Temo che ci siano delle cose che non ti sono chiare:
      – I miei titoli: ho aperto il blog che non avevo ancora finito la triennale, e sul blog ho raccontato l’università e i titoli che ho preso. Quindi non credo di aver ingannato nessuno (su cosa precisamente poi? Non uso il blog per trovarmi un lavoro…). Ho avuto una vita semplice e banale. Ma fortunatamente non ho nulla da nascondere. Precisamente: cos’è che ti dà fastidio?
      – I miei? Ma che ne sai su come ci siamo accordati io e i miei? E se magari io avessi pagato l’affitto? E se avessi continuato a lavorare da casa? Io ho un bel rapporto con loro. E fortunatamente, anche qui, non ho nulla da nascondere.
      – I miei programmi: chi ti dice che io non li abbia?
      – Non uso parolacce nel blog, e non le approvo quando sono tra i commenti. Ho approvato il tuo perché ti volevo rispondere. (Ho anche la tua mail, naturalmente, come quella di tutti i commentatori).
      – Nella vita (e nel blog) cerco di evitare le risse, le alzate di voce e i sentimenti negativi. Quindi, nessun rancore da parte mia, ma non mi fa piacere trovare nel mio blog toni maleducati, insulti e offese.
      – Qualche mese fa avevi lasciato un altro commento pieno di insulti e brutte parole. Concludendo dicevi che non saresti più tornata.

      Ti inviterei per il futuro a mantenere il proposito.

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