#lecosedigiù e #lecosedisu: Prontuario per giovani donne del Nord che inconsapevolmente si mettono con un figliuolo del Sud. Guida alla comprensione reciproca dei popoli

Prendendo spunto da questo twit della Pina mi é venuto in mente quante incomprensioni si sono verificate negli anni (e ancora continuano), causate dal fatto che per me (nataaPadovaPD) il Mondo fosse fatto in un modo e per lui (natoaNapoliNA) in un altro.

Sono quasi tutti molto diffusi.

Ma non escludo alcuni siano propri dell’Orso. Che forse, sapendo di stare con una laureata in Italianistica, nonché potentissima puntac*zzista, si diverte a farmi diventare verde.

Vai di esempi, ad uso e consumo delle ingenue fanciulle che si sono trovate un fidanzato del Sud e hanno bisogno di un traduttore.

Linguistici:

  • vergogna (io) per “scuorno” (lui)
  • (lui) per adesso (io) oppure “da mò”(lui) per “da molto tempo” (io)
  • scendere in forma transitiva (lui) per portare giù (io). Stessa cosa per salire (esempio: ti salgo le chiavi?)

  • campare: per me significa sopravvivere o vivere però senza troppi mezzi, per lui è sinonimo di “mantenere”. Esempio: “Agg’ campat’ tre persone” (traduzione: ho mantenuto tre persone)
  • scambiare (lui)  per stingere (io)
  • uso del verbo tenere (lui) per avere (io). Esempio: “tengo ragione” (frase mai pronunciata nella realtà). Altro esempio “tenere paura”, come di seguito:

(Chiaro, no?)
  • Verbo stare (lui) per essere (io). Esempio: “Sto stanco”.
  •  Prendere (io). Accattare (lui). Esempio: “T’agg’ voluto accattà à bici? Mò pedali”
  • Sistemare (io). Apparare (lui).
  • Per me sapere si usa per i concetti, per lui per le persone. Esempio: “Chi lo sape à quello?“(Chi lo conosce?)

  • trattare: per me significa negoziare, per lui “fargliela pagare a qualcuno”. Esempio: Ciro di Gomorra-La Serie che quando arriva a Barcellona alla ricerca di un pericoloso camorrista con cui fare affari, viene lasciato in mezzo al mare d’inverno e quando si libera viene coinvolto in uno scontro a fuoco, per l’Orso “l’hanno trattato“.

(Ciro è quello piegato, pardon, “trattato”)
  • Parti anatomiche: testa per me, “à capa” per lui. Da usarsi in tutte le locuzioni in cui si preveda “testa”: per esempio “chillu sta fuori co’ à capa“.
  • Condizioni climatiche: nebbia per lui, foschia per me (se si vede a cinquanta metri è foschia, dai); “tempo è merd’!” per lui, “piove!” per me.
  • Preposizioni o avverbi di luogo: “sopra” (io), “‘ncoppa” (lui); quello che per me è davanti, per lui “sta innanzi”, per me “vicino” vuol dire collocato in prossimità, per lui “vicino” vuol dire “assieme” (esempio: “ci metti duecento euro vicino e te lo compri”); quello che io intendo come “assieme”, per lui  “appresso”. Insomma per lui Antonello Venditti avrebbe dovuto iniziare “Ci vorrebbe un amico” cantando: “Stare appresso a te è stata una partita…”
  • Esclamazioni di sorpresa o di stupore: “Wow” per me, “Uà! A mostr’!” per lui.
  • Espressioni di affetto: “Sto bene con te” (io); “Mannaggiatté” (lui).

Linguistici, speciale menzione genere dei sostantivi:

  • Asciugamano: maschile (io), femminile (lui). Esempio: “Passami le asciugamani”
  • Scatolo: per lui è il diminutivo di scatolone, quindi ha perfettamente senso che sia maschile. Per me è scatola.

Cortesia:

  • voi (lui) per Lei (io). Celebre la seconda volta che vedeva mia madre e le chiese “Voi come state?” e mia mamma rispose “NOIALTRI tutti ben“. Oppure di quando per scusarmi con i suoi genitori misi le mani avanti: “Mi dispiace, non vorrei passare per maleducata, ma da me la forma di cortesia è il Lei, e mi viene innaturale darvi del Voi”. E loro:”Certo.

Ma da noi si usa il Voi”.

Prendi e porta a casa.

Reparto cucina:

  • O’ caffé: ho smesso di fare il caffè dal giorno DUE di frequentazione. Quella che per me è una caffettiera “ben riempita” (cioè con il macinato fino all’orlo), per lui è “il solito caffé da polentona” (tono sconsolato). Quando vengono in visita i Signori Genitori di Orso, non mi fa avvicinare al fornello. Io continuo a non capacitarmi di come si possa buttare via una tale quantità di caffé tutte le mattine (perché bisogna farci il mucchietto, e pressare bene facendone uscire dai bordi). Ma accetto la mia ignoranza. E anche lui: mi ha comprato una macchina a cialde il primo Natale della convivenza.
  • scutuliare (lui) per scrollare (io) la tovaglia per togliere le briciole
  • Utensili della cucina: coppino per lui, mestolo per me.

 

Quantità cibo:

  • Per non entrare in triti luoghi comuni, dirò solo che dopo il cenone di Natale consumato a casa dei genitori dell’Orso, ho avuto la gastroenterite.

  • C’è da aggiungere però che in quanto veneta, lui è rimasto un po’ perplesso dalla nostra (ehm…) confidenza amichevole con l’alcol (“Ma tuo nonno ha veramente 86 anni?” “Sì…” “E si è appena bevuto alla goccia un bicchiere pieno di bianco per ora bersene uno di rosso?” “Sì…”)

Sex and the terrons:

  • La prima volta che gli ho sentito dire “sto arrivando” mi sono fermata e gli ho chiesto:”Dove? Ma se sei sempre stato qui?“; poi ho capito.

Consuetudini:

  • Lavorare non piace a nessuno. Ma se lo chiami “fatica” tanto più appealing non lo rendi…

  • Se ci dobbiamo trovare con qualcuno. Io chiamo o mando un messaggio. La persona risponde e ci diamo un luogo e un orario. Se e solo se c’è un imprevisto (ritardo o impossibilità di arrivare) ci ri-sentiamo.

Lui, invece, passa dalla mattina fino al secondo prima dell’incontro attaccato al telefono. Media di cinquantaquattro telefonate per -comunque- non essersi messi d’accordo, né sul luogo né sull’orario.

  • Venirmi a prendere: se io arrivo ad un orario preciso perché arrivo con il treno lo avviso dal giorno prima “Guarda che domani arrivo alle 12:25, non fare come il tuo solito che mi fai aspettare”. E lui promette, spergiura, chiama tutte le divinità a rapporto e mi dice di non preoccuparmi. “Non fare come le altre volte che arrivi mezz’ora dopo”. Puntualmente il giorno dopo, io scendo dal treno alle 12:25 e lui non c’è. Mi altero e mi guardo intorno. Ecco la chiamata: “Sto arrivando”.

E in quel momento so che deve ancora uscire di casa.

  • Uscire a fare i servizi: cioè quelli che io chiamo “commissioni”. Le prime volte non capivo se doveva andare in bagno, o fare qualche piacere losco a qualcuno
  • Matrimonio: cosa dire che non sia già brillantemente spiegato da questa serie? (E dalla didascalica sigla?) Dirò soltanto: cara fanciulla ingenua, abituata allo sfarzo pacchiano dei matrimoni al Nord, sappi che la parola chiave è DI PIU‘. E’ tutto di più: la cerimonia dura di più, tutta la festa dura di più, i balli durano di più, bisogna vestirsi ed addobbarsi di più (mi dicono dalla regia che si possa -come invitati- pure vestirsi di nero, io, *opinione personale* lo trovo aberrante, ma tant’è) ma soprattutto… bisogna pagare di più.

 

(Naturalmente parlo come ospite, l’Orso non ha alcuna intenzione di sposarmi)

  • Argomenti tabù: io ho avuto un’educazione conservatrice e un po’ rigida, ma con il tempo i miei si sono addolciti e ora posso parlare con loro più o meno di tutto. Quello che ho imparato nelle mie visite sotto il Po è che la parola chiave è positività. Mai parlare di insuccessi. Mai di sesso (siamo tutti vergini fino a prova provata contraria “di criaturi“). Mai intervenire con pareri contrari se parla il capofamiglia. Se si parla di altre persone mai fingersi interessati e chiedere ulteriori dettagli. Pena l’elenco di tutta la parentela del menzionato. Come farcela? Dal primo incontro con i genitori di lui in poi: mantenere un low profile,  sorridere molto, parlare poco, ringraziare sempre e soprattutto mangiare tutto. TUTTO.

 

 

In generale, io sono ancora viva. E se ce l’ho fatta io (a sopravvivere) che parlo sempre a sproposito, dò del Lei e non me ne pento, e dico a voce alta”NO; GRAZIE” quando mi offrono il sesto bis, ce la potete fare anche voi.

Almeno spero.

(Immagini da Gomorra – La Serie, Il Boss delle Cerimonie, Pagina Il Terrone Fuori Sede su Facebook.)

 

 

 

Autore: virginiamanda

Arrivata per ultima in una famiglia dove il regalo più frequente è una valigia, si ritrova con tutti i difetti della figlia minore (ehi! Guardatemi! Sono qui! Sono divertente anche! Sto su un piede solo! Guardatemi!) più tutti i difetti della vagabonda (ma in quale casa avrò lasciato quella valigia/quei libri/quei vestiti/questi stivali). Pur essendo veneta non è leghista, pur avendo fatto il classico non sa il greco, pur avendo fatto l'università non sa ancora scrivere correttamente, pur avendo un papà che legge il Giornale non è berlusconiana, pur avendo lavorato al check-in di un aeroporto non ha ancora imparato a non farsi sgamare con i kg di troppo in valigia, pur avendo preso parecchi treni ed aerei non ha ancora imparato a non perderli, pur avendo traslocato almeno trenta volte non ha ancora imparato a farsi una valigia essenziale, pur amando viaggiare non ha ancora imparato a guidare, pur avendo avuto "varie" storie sentimentali continua a dire: è la prima volta che sono così cotta/perduta/innamorata. Spera di re-incarnarsi un giorno in Amanda Lear e/o in Shakira

20 thoughts on “#lecosedigiù e #lecosedisu: Prontuario per giovani donne del Nord che inconsapevolmente si mettono con un figliuolo del Sud. Guida alla comprensione reciproca dei popoli”

  1. da polentona dico: tu parli italiano, lui usa termini in dialetto. niente di male in questo, ma che sia ben chiaro, perché sono sicura che se tu, da veneta, ti metti a parlare in dialetto, altroché se non vi capite.
    a proposito del verbo “stare”, mi ricordo un’incomprensione con un amico napoletano a cui spiegavo che dovevo cambiare la borsa perché in quella che avevo “il portafoglio non ci sta” e lui: “ma come non ci sta, è qui”. siamo andati avanti mezz’ora e non era un siparietto.

    Liked by 3 people

    1. Ahah, bellissima scena!
      Certo, infatti quando siamo tra veneti e parliamo tutti in dialetto lui non capisce… però quando siamo solo noi due parliamo in italiano e lui ci infila le sue espressioni, è da quello che si generano incomprensioni!

      Mi piace

  2. “Noialtri tutti ben” TOP!😀
    Con un napoletano ho avuto solo un breve flirt, in compenso potrei scrivere la Divina Commedia delle incomprensioni coi toscani, per esperienza diretta di vita sentimentale e lavorativa. Il mondo é bello perché vario!
    E comunque: scendi il cane che lo piscio!

    Liked by 1 persona

      1. 😀 vedo che ne sai!
        Ma comunque, imbattibili nel turpiloquio! Ancora oggi quando mi incazzo sul serio mi esce bene la calata tipica del maremmaimpestata o lamaialadituma’, soprattutto in auto😀
        Non ne vado fiera, ma devo ammettere che le parolacce in toscano sono molto piú liberatorie!

        Liked by 1 persona

  3. Post esilarante! Però invidio la ricchezza della lingua napoletana e il loro atteggiamento alla vita in generale (per non parlare della cucina… se ogni tanto ti serve un rimpiazzo per le cene di famiglie con i suoceri mi offro volontaria, solo dimmelo una settimana prima che mi devo preparare).

    Quando parlo spagnolo e ho dei dubbi su essere/stare e le preposizioni, penso a cosa direbbe un napoletano…e ci azzecco! Ad es. italiano standard: “sono felice”, napoletano “sto felice”, spagnolo “estoy feliz”; italiano standard: “chiamo Giovanni per sapere se viene”, napoletano “chiamo a Giovanni…”, spagnolo “llamo a Juan…”.

    Liked by 1 persona

  4. Uuuuuuu… Che tasto che hai pigiato.
    Incomprensioni linguistiche? Celo
    Incomprensioni climatiche? Celo
    Io emiliana, lui sardo. Oltre alle cinquanta sfumature di “ajo!” ci sono altre parole usate correntemente che non avevo mai sentito. La mia preferita è “millo” che vuol dire “ecco”. Però qui andiamo sul dialettale, quindi usciamo un po’ dal seminato. Va detto che io ho scoperto a 20 anni che “rudo” non è una parola che compare sul dizionario quindi sono tollerante ai milli.
    Il clima riserva grandi incomprensioni: tipo che chiama i suoi in Sardegna e gli dice oggi c’è freddo, ci sono cinque gradi. A gennaio io con cinque gradi mi bacio i gomiti, ma va bé. L’altro giorno c’era un po’ di foschia, arriva in cucina e mi dice “c’è nebbia oggi, non si vede nemmeno la casa di fronte!”. La casa di fronte si vedeva, solo che non la vedeva lui perché c’è una siepe (!!!) davanti.

    Liked by 1 persona

  5. Io ho sposato un semi-calabrese, lui è nato al nord e quasi del tutto settentrionalizzato, ma sua madre molto meno. L’espressione più bella che le ho sentito è “quanto ne vola una mosca”, per dire pochissimo (da mangiare). Un tempo i suoi pranzi somigliavano a quelli di una qualunque mamma meridionale, con la differenza che lei piazzava davanti a suo figlio salumi, formaggi e pasta fatta in casa con certe salse da paura, e poi gli diceva “non mangiare che ingrassi, varda a panza” (più o meno). Acqua passata, purtroppo, da tempo non riesce più a cucinare. Però certe espressioni sono rimaste🙂

    Liked by 1 persona

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...