Passo.

Ci sono notti in cui non riesci a dormire.

Ti sembra che le cose cambino completamente piano, e all’improvviso giri tutto.

Non riesci a prendere sonno, perché leggi e rileggi le regole di un gioco che tu non hai inventato ma a cui ti sei sottoposta fin da bambina.

Quel gioco che funziona solo così: “Ora no, ora no, ora no, ma dopo, quando avrai fatto questo, quando avrai studiato, quando avrai questo e questo, allora sì che potrai giocare”.

E tu ci avevi creduto, perché quello ti sembrava l’unico gioco degno di essere vissuto: quello delle regole e del rigore.

Ma poi le cose cambiano, le leggi cambiano, e tu ti sei preparata da anni per questo momento e invece il gioco è stato preso e rigirato. Cambiato. Quello che non si poteva fino ad ieri si può. Quello che non era giusto ora lo è. Basta pagare.

Mi sono data tante colpe ieri notte, mentre leggevo e rileggevo, pensando di sbagliare, di aver frainteso, di aver perso qualche passaggio importante.

E quando ho capito ho alzato gli occhi. Ho guardato fisso davanti a me. Mi è sembrato che tutto prendesse un altro senso. Il mio rigore sgretolato e io ferma, con il viso immobile. Una lacrima.

Nella mia testa tante metafore, tanti vuoti giri di parole per dirmi che avevo ragione, che non è successo niente, che pazienza questa volta no, si va avanti, e poi una vocina melodrammatica da combattente (che non sono mai stata) che gracchiava nel fondo con fare teatrale e cercando di convincermi, facendomi rimbombare in testa la frase: “Che sia l’unica lacrima che versi per l’Italia“.

Il giorno dopo, altri sfoghi e altra notte insonne e la certezza che no, all’Italia che io pianga o meno non interessa, ma non perché l’Italia non mi abbia a cuore ma semplicemente perché questi artifici retorici da Risorgimento non servono a niente. Non cambia il corso degli eventi sentirsi un “rifiutato cervello in fuga” e neanche accodarsi alle categorie imposte dalla narrazione sempre meno documentata della sottocultura giornalistica da clic facile.

Non importa.

Non importa se questa volta non va come pensavo, se questa volta hanno cambiato le regole del gioco proprio mentre stavo giocando. Se hanno cambiato gioco proprio mentre stavo per segnare un punto.

Io non sono una combattente, non sono un cervello in fuga. Evidentemente, non sono neanche un granché come giocatrice.

Ma non mi pento del rigore che mi sono imposta finora.

Una lacrima, va bene.

Mi sono sfogata. Mi hanno consolato con birre e proposte di ricorso.

Le birre le ho accettate.

In fondo se ho sempre scelto di non scendere in basso, e di continuare questo percorso (in salita) con rigore, è proprio perché mi piace.

E continuo così.

Autore: virginiamanda

Arrivata per ultima in una famiglia dove il regalo più frequente è una valigia, si ritrova con tutti i difetti della figlia minore (ehi! Guardatemi! Sono qui! Sono divertente anche! Sto su un piede solo! Guardatemi!) più tutti i difetti della vagabonda (ma in quale casa avrò lasciato quella valigia/quei libri/quei vestiti/questi stivali). Pur essendo veneta non è leghista, pur avendo fatto il classico non sa il greco, pur avendo fatto l'università non sa ancora scrivere correttamente, pur avendo un papà che legge il Giornale non è berlusconiana, pur avendo lavorato al check-in di un aeroporto non ha ancora imparato a non farsi sgamare con i kg di troppo in valigia, pur avendo preso parecchi treni ed aerei non ha ancora imparato a non perderli, pur avendo traslocato almeno trenta volte non ha ancora imparato a farsi una valigia essenziale, pur amando viaggiare non ha ancora imparato a guidare, pur avendo avuto "varie" storie sentimentali continua a dire: è la prima volta che sono così cotta/perduta/innamorata. Spera di re-incarnarsi un giorno in Amanda Lear e/o in Shakira

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