Il papà di provincia

Sabato sera: arriviamo un po’ sfranti all’orario della cena.

(Inizio ampio cappello introduttivo)

Io sono atterrata a Bergamo venerdì pomeriggio (dopo quattro ore e mezza di volo), e lì, nel diluvio (che come benvenuto dopo i venticinque gradi canari non è male) mi ha infilata in macchina CON QUARANTA MINUTI DI RITARDO in mezzo ai bagagli un Orso in piena Supercazzola emotiva. (Io: “Ma si può sapere dov’eriii???”; Lui: “In parcheggio, ero”; Io: “Come in parcheggiooo??? Ma se ieri mi hai detto Ti vengo a prendere all’aeroporto!!!”Lui: “Eh, appunto, ero al parcheggio dell’aeroporto”, Io: “Ma come al parcheggio!? E io come faccio a saperlo!? Se mi dici che mi vieni a prendere all’aeroporto io capisco agli ARRIVI dell’aeroporto! Sennò non dirmelo! C’è un’uscita sola per gli Arrivi a Bergamo!!! Non è difficile!!!”, Lui: “Eh, ma pioveva!”.

Siccome potrei avere materiale per il Corso per Fidanzati Paraculo di Fidanzate Puntigliose per almeno i prossimi vent’anni – puntata “La Supercazzola per scusarsi di una immonda figuraccia” e puntata “Come reagire ostentando sicurezza e negando l’evidenza”- lascio perdere, credo basti.

Per il momento.)

Da lì ci siamo diretti senza passare per il via a Siena, anzi, nella ridente provincia di Siena.

Non ci vedevamo da una settimana. Diluviava.

E io (per la Supercazzola di cui sopra) ero incancrenita come una biscia.

Tra l’altro, entrambi per un motivo o per l’altro (io in volo dormivo, lui a casa lavorava. Sì, ora non venitemi a dire che c’è una disparità di occupazioni e quindi lui poverino, perché no. No. No. Capitoooh?!) avevamo saltato il pranzo.

Un viaggio veramente piacevole. Che dire.

Io, immusonita e velenosissima, fissavo con freddezza le gocce sul finestrino. Lui guidava.

Orso, come dice il nome, non è una persona loquace.

Io ero così incavolata che opponevo uno strenuo ostile silenzio ad ogni timida richiesta di fare conversazione.

Allora, ti sei divertita alle Canarie?” (Carta della “Bella vita, la tua!”)

Mh. Bah.

(Pausa)

Allora, quale canzone vincerà Sanremo?” (Colpo da Maestro. Sanremo è una delle poche debolezze che AMMETTO)

Mh. Boh.

(Pausa)

Hai già visto cosa potremmo vedere nei prossimi giorni?” (Altro colpo da Maestro: farmi credere che l’organizzazione culturale del viaggio dipenda tutta da me, affidandosi speranzoso e scodinzolante)

Mh. Te l’avevo condiviso sul Drive.”

(Pausa)

Quattro ore di strada (ricordo: diluviava, e nel frattempo s’era fatto buio)  si preannunciavano amene.

All’altezza di Roncobilaccio è sbottato.

Hai ragione. Ho sbagliato. Sono un Orso.

E va bene, con riluttanza (seeeh) ho cominciato a blaterare di Canarie, Sanremo e posti da visitare nei giorni successivi.

Poi ci siamo fermati davanti all’albergo (albergo? Ok, è riduttivo, la dimora quattrocentesca) che l’Orso aveva prenotato per la notte e un pochino di più è stato perdonato.

(Io non sono solita pubblicare foto, anche perché non so farle. E non ho mai dato informazioni precise di luoghi nel blog, per politica personale. Ma questo posto merita davvero di essere conosciuto. Punto.)

Siamo usciti nel minuscolo borgo alla ricerca di un posto per cena, e un ristorante con un’etichetta rossa con su scritto Michelin ci ha aperto le porte. La gentile cameriera ci ha rincuorato “Stanno pulendo la cucina ma forse qualcosa alla griglia ve lo possono ancora fare”. Alla tagliata l’Orso è stato un altro pochino perdonato.

La mattina successiva ci siamo svegliati presto, abbondante colazione, bagagli re-inseriti in macchina e abbiamo scarpinato tutto il giorno. Posti magnifici, così vicini, che da tanto tempo tenevo tra i desiderata eppure ancora inspiegabilmente non visitati.

(E qua, sì, ce la devo mettere una foto, perché forse quella che mi è venuta meglio in tutta la mia vita.)

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(E ovviamente non dipende manco da me, ma dal paesaggio. Li morté.)

Giù per l’Orcia, poi lago, sosta pranzo con vista lago (un altro pochino Orso è stato perdonato anche qui), Lazio e siamo arrivati a Viterbo. Il check-in più lungo della storia e finalmente camera.

Giro veloce nella piscina termale riscaldata all’aperto, saliamo in camera, guardiamo l’ora e… ops: forse dovremmo cenare (e anche in fretta, mica ci vorremmo perdere la finale di Sanremo!?). Ci vestiamo di malavoglia e usciamo.

Ed eccoci all’inizio del racconto. (No, ma un cappello più lungo non ti veniva, vero? A me piace contestualizzare, va bene!?)

(Fine ampio cappello introduttivo).

Entriamo in una trattoria alla buona, piena di gente, di bambini, passeggini, camerieri indaffarati. Ci dicono che tra un quarto d’ora (unità di tempo che scoprirò essere un bluff) un tavolo si libererà.

L’Orso che è stato viziato dalla città troppo a lungo con invidiabile savoir faire afferma: “Bene, allora ci prendiamo un aperitivo al bancone”.

Dopo essere stato squadrato con malcelata ironia da tutti gli astanti, si avvicina al bancone. Per scoprire che non è affatto pensato per “prendersi gli aperitivi”, ma per appoggiarci i vassoi con i bicchieri e far da tramite con i camerieri ai tavoli.

Stretti e spintonati, finalmente ci sediamo.

Il menù è invitate: porcini e tartufi come se la crisi non esistesse, prezzi popolari, allegria. C’è pure il cruciverba sulla tovaglietta per intrattenere i più piccoli.

I più piccoli.

Eh già.

Davanti a noi si erge una tavolata formata da otto coppie, tre bambini, due passeggini, quattrocentododici ipad.

Li osserviamo (per forza, non trasmettono Sanremo, dovremmo pur intrattenerci!) e noto che le mamme sono tutte da questo lato del tavolo e i papà sono tutti dall’altro. Le mamme si barcamenano tra conversazioni lasciate a metà, a tre quarti, parole non finite con le amiche mentre prendono in braccio i figli, cambiano i video sullo schermo per tenerli buoni, mandano urla inquietanti non appena gli infanti si allontanano: “Marianna torna qui!“, “Marianna non dare fastidio ai signori!“, “Marianna vieni!“, “Vieni da mamma, bella!“. Le amiche non mamme, tra l’imbarazzato e il rassegnato cercano di intrattenere i bimbi come meglio possono, li tengono in braccio a turno, fanno le faccette mentre le mamme provano a conversare.

Ad un certo punto mi accorgo che i papà sono spariti.

E da un po’. Nel lato della tavola insediato dalle mamme tutto procede senza accusare l’assenza dei papà.

“Papà di provincia”, dico io all’Orso.

Erano verosimilmente fuori a fumare. Molto probabilmente, a giudicare dalle differenze d’età tra i padri e dall’omogeneità in quella delle madri, erano uniti dal fatto di avere delle compagne/mogli amiche tra loro.

Per non essere degli amici sono comunque stati fuori un bel po’.

Ad un certo punto rientrano.

Nella zona mamme non si avverte nessun mutamento. Continua il solito tran-tran di figli in braccio, figli in braccio all’amica, cambio video su youtube, cambio gioco su ipad, “Marianna torna qui!“, senza minimamente interpellare i padri.

I quali, dalla loro posizione, non si preoccupano minimamente di essere interpellati. Uno, tornando, si avvicina alle madri con un timido “Tutto bene qui?” con la stessa indifferenza educata del cameriere, ricevuta risposta affermativa, si va a sedere con i com-padri.

Gli uomini ordinano amari e caffé.

Le donne prendono in braccio, cambiano video su youtube, “Marianna vieni da mamma“, cercano di conversare.

“Papà di provincia”, sospiro io.

Senza giudizio negativo, credo sia un fenomeno che si verifica per vari motivi:

  • social network in cui le mamme fanno a gara ad essere più brave, con conseguente bullismo a quelle “inette”
  • papà che vengono considerati inetti a prescindere, e vengono lasciati ai loro discorsi da “uomini”
  • Stress generale ed apprensione incontrollabile, che viene inculcata alle donne dalla gravidanza
  • Pericolo percepito maggiore del pericolo reale (soprattutto in provincia, dove ci si conosce quasi tutti e cosa potrà mi capitare a due tavoli di distanza in pizzeria)
  • Sensazione di inadeguatezza ed insicurezza femminile per cui si cerca rivalsa “sulle altre” con ogni mezzo. Elevando a “progetto di vita” qualsiasi cosa che in realtà nella vita “capita” (perché fa parte della vita) e basta. Laurea, Matrimonio, Figli.
  • Sentirsi in prima linea su tutto, quindi al fronte, quindi in trincea a combattere. Diventando agguerrite, temibili, sconquassate e, infine, fatalmente, acide.
  • Uomini che ci provano a comportarsi come la società gli dice, ma che vengono lasciati al margine dalle donne che si sentono “investite” del ruolo di “quella che deve fare tutto”
  • Uomini che ad un certo punto trovano più comodo assecondare l’andamento, confortevole, rasserenante e per nulla supplice nei loro confronti.

 

Dopo aver fatto le mie considerazioni e sospirato mi giro verso l’Orso.

All’Orso brillavano gli occhi.

 

Sussurra con brama “Il papà di provincia!”.

Aveva appena trovato la sua massima aspirazione nella vita.

Autore: virginiamanda

Arrivata per ultima in una famiglia dove il regalo più frequente è una valigia, si ritrova con tutti i difetti della figlia minore (ehi! Guardatemi! Sono qui! Sono divertente anche! Sto su un piede solo! Guardatemi!) più tutti i difetti della vagabonda (ma in quale casa avrò lasciato quella valigia/quei libri/quei vestiti/questi stivali). Pur essendo veneta non è leghista, pur avendo fatto il classico non sa il greco, pur avendo fatto l'università non sa ancora scrivere correttamente, pur avendo un papà che legge il Giornale non è berlusconiana, pur avendo lavorato al check-in di un aeroporto non ha ancora imparato a non farsi sgamare con i kg di troppo in valigia, pur avendo preso parecchi treni ed aerei non ha ancora imparato a non perderli, pur avendo traslocato almeno trenta volte non ha ancora imparato a farsi una valigia essenziale, pur amando viaggiare non ha ancora imparato a guidare, pur avendo avuto "varie" storie sentimentali continua a dire: è la prima volta che sono così cotta/perduta/innamorata. Spera di re-incarnarsi un giorno in Amanda Lear e/o in Shakira

12 thoughts on “Il papà di provincia”

  1. mi fai sempre ammazzare dalle risate. buona colpa dell’atteggiamento dei papà di provincia (ma non solo di provincia) è certamente colpa delle madri. ma ti assicuro che l’altra buona parte è dovuta al fatto che i padri sono “vagamente a conoscenza della presenza di persone di bassa statura per casa” e gli va benissimo così.

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  2. Pensa che proprio ieri su FB mi era spuntato un articolo dove uno psicologo (spagnolo?) origliava una discussione tra due signore che si sorprendevano come i maschi di oggi aiutassero molto in casa (cucinando, occupandosi dei figli, aiutando a pulire). Ovviamente l’ho cercato per la rete in lungo e in largo. Eppure sono sicura che non era su Lercio!😉 Bellissima la foto della campagna senese, quando ci sono stata ho capito perché gli stranieri si innamorassero tanto della toscana!

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    1. Sì, ma il fatto è che io ne sono convinta. Sono convinta che gli uomini italiani siano molto cambiati negli ultimi decenni e diano il loro supporto, contributo, aiuto (che poi le femministe se dici “gli uomini aiutano” si incavolano, perché aiutare presuppone che non stiano facendo metà del lavoro, ma sempre meno di un quarto e che lo considerino una graziosa concessione e non un dovere) in casa.
      Conosco molte coppie che hanno avuto figli recentemente e quelle che perpetuano la dinamica “mamma che deve fare tutto” e “uomo che quando torna deve stare sul divano a non farsi rompere le scatole” le ho riscontrate perlopiù in provincia.
      Secondo me in Italia la maggior spaccatura non è più Nord-Sud, ma città-provincia. Nella città, per forza di cose, la donna lavora ed è costretta a delegare: casa, figli, pulizie, spesa. E’ naturale, e gli uomini cresciuti (dall’università in poi, o dai vent’anni in poi) in città sanno cosa vuol dire perché vivono da soli da tempo, lo fanno generalmente senza neanche sentirlo un peso o “una divisione dei ruoli”.
      Nella provincia spesso intorno c’è la famiglia, i nonni, i parenti che aiutano la mamma quando non ce la fa, le spese sono più basse e ci si può permettere che lavori solo una persona (e in genere, è l’uomo). In quel contesto, è naturale che la donna senta che tutto il resto (casa, figli, pulizie, spesa etc) le competa e non si metta neanche in testa di dividerlo col marito.
      Questa non è per niente un’analisi sociologica, eh. Lo dico in base a quello che ho osservato io.
      Quindi, secondo me quello che dicevano le due signore è vero!🙂

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  3. d’accordo su tutto, ma i bambini che scorrazzano tra i tavoli no, non si possono reggere! Poi cadono a terra ed è pure colpa della cameriera che passava di lì!
    Papà di provicia che tristess. Al momento sono però più in sintonia con lo spirito del cappello introduttivo (e il 4stelle me lo sogno).

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    1. Sì, è vero, i camerieri già hanno un lavoro ingrato e non si meritano di dover fare anche da baby sitter, giusto. Però si tratta di bambini. Loro corrono per natura, esplorano, si guardano in giro… è naturale. Se li lasciassimo un po’ più liberi, anche a casa, secondo me non diventerebbero dei selvaggi una volta fuori. Poi, io non sono mamma (e non lo sarò per moooolto ancora) e mi immagino non sia così semplice, però… forse basterebbe un po’ di buonsenso in più per evitare tanto stress ed apprensione dopo.

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  4. sai, secondo me ora che ci penso alla fine son due facce della stessa medaglia. Se i tuoi figli li lasci esplorare le cose che possono esplorare poi riesci anche a fargli capire che ci sono posti dove non si fanno certe cose.
    Nella fattispecie io credo che per troppi genitori l’unico modo di interazione con i figli è il controllo, non riescono ad intrattenerli in altro modo distraendoli o raccontandogli cose. Ricordo pizzate con i cugini in cui circolavano libri o si giocava a tris sulle tovagliette di carta o simili. Personalmente non mi sono mai sentita una bambina “costretta” ma mia madre sarebbe riuscita a congelarmi sul posto con un’occhiata: al ristorante non si corre, al massimo si va fuori e si gioca lì. E quando ti vengono a chiamare che è arrivato il mangiare si viene dentro e si mangia. Non è difficile!😉 Quando sento genitori che passano tutto il tempo a strillare ai figli i quali li ignorano comunque, mi viene un prurito che non ti dico!

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