Is your sky, is your sky full of stars?

Era un giorno di agosto, senza vento.

Avevamo preso l’occasione per noleggiare un gommone a motore e andare alle Egadi. Dal porticciuolo di Marsala ci si mette un’oretta, non aver paura, mi avevano detto.

Io mi sentivo un po’ un pesce fuor d’acqua, ero in vacanza una settimana con il mio ragazzo e suo fratello e un amico di entrambi. Unica donna in un gruppo di quattro che si conoscono da una vita.

Mi ero sentita un po’ imbarazzata, un po’ mi aveva divertita, un po’ mi ero sforzata di godermi il momento: “ma dai, il mare è stupendo, nessuno mi fa storie e mi guarda i rotolini, nessuno fa a gara a chi è più tirata la sera, prendi il bello di questa esperienza”, mi ripetevo. “E poi, siamo sempre da soli, abitiamo lontani da tutti da soli, anche se per una settimana non siamo solo noi due non me la devo prendere, anzi”, cercavo di convincermi.

Quando mi svegliavo prima degli altri, mi sedevo al tavolino del patio e mi godevo l’estate mattutina, non ancora bollente, e guardando i mozziconi della sera prima e i costumi maschili appesi ad asciugare mi incoraggiavo: “Dai, una vacanza con soli uomini, quando mi ricapita?”

Così quel giorno, approfittando dell’assenza di vento per le vele, era un giorno in cui potevo “vedere qualcosa”, mia fissazione vacanziera, in mezzo a gente che “si doveva rilassare”. Avrei dovuto essere contenta di passare qualche giorno in spiaggia e basta, senza altro da fare che annoiarmi, in fondo eravamo appena ritornati da tre settimane in su e in giù per l’Australia e Singapore, e il reparto “vedere qualcosa” per quell’estate l’avevo ben riempito. Eppure non mi soddisfaceva completamente quella vacanza da “unica donna” al mare “e basta”.

L’isola mi ha stupito: non avevo mai visto un mare così trasparente e turchese, non avevo mai visto ad agosto una tale placida calma di vacanzieri rispettosi e senza pretese, non avevo mai visto un isola solo da un galleggiante.

Loro, “gli uomini”, mi volevano mostrare le calette che conoscevano e io mi ci facevo portare sorridente.

Era appena passata l’ora di pranzo e ci eravamo fermati in una particolarmente tranquilla. Sotto di noi c’erano cinque, sei metri di acqua e io, che ho dimenticato da tempo come si fa a nuotare ero un po’ spaventata dal sapere la profondità. Il dondolio e l’orario un po’ alla volta avevano fatto addormentare tutti.

Attorno a noi solo un paio di barchette, che si godevano il momento senza ansia né rumore.

I tre uomini dormivano in posizioni ridicole e io mi ero seduta sulla scaletta. Contemplavo l’isola, il cielo e mi sentivo contenta. Approfittando del fatto che nessuno potesse prendermi in giro per rimanere troppo vicino alla scaletta mi tuffai. Un girettino veloce, giusto intorno al gommone, mi ero detta. La freschezza mi aveva scatenato ancora di più le endorfine, mi sentivo proprio bene. Ce l’avevo fatta a scendere dal gommone, a nuotare, per quanto poco, pochissimo, in mare, senza toccare. Un piccolo limite era stato superato. Ero risalita a bordo e loro dormivano ancora.

Mi guardavo intorno estasiata dalla bellezza naturale, del cielo e del momento.

La barchetta più vicina a noi era popolata da un gruppo di ragazzi, sotto la ventina d’anni. Otto o dieci, tutti attaccati l’uno all’altra erano distesi un po’ a penzoloni e ridevano.

Avevano una radio.

Ad un certo punto sono partite delle note di una canzone che non avevo riconosciuto.

Ma loro sì.

Dalla loro barca a pochi metri è partito un coro all’unisono, tra le onde tranquille della siesta che mi ha risvegliata dal torpore estatico del pomeriggio: “Is your sky, is your sky full of stars?”

E quel giorno, capii che la mia giovinezza, quella giovinezza che loro cantavano con sorridente speranza, era finita.

 

 

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