Esigenza

Ho iniziato questo corso stamattina.

Mi ero sentita così una cretina negli ultimi giorni, a prendere e a mandare la domanda così, di fretta e furia, con un livello di spagnolo molto più basso di anni fa, a pensare “massì proviamo” e a pentirmi mangiandomi le unghie subito dopo. Fino all’ultimo ho pensato che era proprio una cosa stupida averci sperato, che sicuramente il colloquio sarebbe stato un disastro, che dai, ti pare. E ti pare invece sì, mi hanno presa.

Così ho iniziato a sentirmi ancora più cretina, perché organizzare una partenza di più di un mese è un po’ difficile se hai ventiquattro ore per farlo e un fidanzato lontano che quindi non vedrai per ancora più giorni. E mi sono sentita ancora più cretina, quando in volo tra Monaco e Barcellona il pilota ci ha detto “estamos sobrevolando Milán”. Mi sentivo cretina perché era il mio sogno andare a Barcellona, starci più di una vacanza, farci qualcosa, non solo visitare i monumenti e andare per bar, volevo andarci, ho voluto andarci per tutto il tempo in Spagna e poi invece non l’ho fatto, e adesso così all’improvviso mi metto in testa di “inseguire i sogni”, quelli banali, quelli stupidi, quelli che non ti portano da nessuna parte, come se non lo sapessi che ho trent’anni suonati e non sedici, e non ventuno.

Mi sono sentita una cretina, una di quelle vecchie imbolsite che fa finta di essere un’artista e invece nasconde la sua incapacità di vivere, mi sono sentita una che non vuole crescere, che non è capace di ammettere che nella vita non si può avere tutto, che anche se abbiamo lasciato andare un desiderio stupido da bambinetta, non succede niente, che si vive bene lo stesso, che non è che perché hai dei giorni liberi li devi subito riempire togliendo dalla bucket list più cose possibili, che quelle liste di desideri le hai iniziate a compilare a sedic’anni e non si può rimanere fermi, bisogna evolversi, non puoi avere ancora i sogni di quando eri piccola e ne sapevi tanto così e invece ora ne sai tanto cosà e le cose sono cambiate.

Ieri pomeriggio cercavo un ostello dove mi ero fermata in quel gennaio del 2008 in cui ero corsa qui, una notte disperata in cui mi sentivo un’eroina dilaniata dalle scelte della vita e invece avevo a che fare con un anafettivo e un campato per aria. Ero scappata qui, di notte, andando alla stazione e prendendo il “primo per Barcellona” che se ci ripenso adesso le parole che mi direi e non mi lascerei uscire di casa vestita così poco (“E almeno la giacca pesante l’hai presa” mi direi col tono di quella che ti darebbe due ceffoni davanti a tutti per rimetterti a posto a mezzanotte di sabato alla stazione della capitale), credendomi la protagonista di chissà quale dramma esistenziale, mentre scrivevo tantissimo e cercavo di dormire in corriera, con i sentimenti tutti ingarbugliati e arruffati.

E il pomeriggio ero stata a passeggiare con una meta precisa: la Barceloneta che era nei miei desideri (aridaje) da tanto tempo, e avevo avuto questa apparizione: c’era un ostello lì, in mezzo al niente, con il mare da una parte e la città assonnata dall’altro, e mi ero seduta a scrivere con la mia clara e un pincho de tortilla lettere in cui spiegavo i miei dilemmi.

E mi ero sentita bene.

Ero triste, tristissima, il cuore in subbuglio, le calze consumate, gli stivali di poca qualità, un vestitino da niente di che, una lettera con una busta rossa e un bicchiere di birra. Stavo scrivendo, ero io, avevo deciso tutto da sola, avevo il mare che mi guardava, il vento che mi faceva una carezza e la Barceloneta lì, tutta intorno.

Mi ero sentita bene.

Grande.

Responsabile delle mie scelte.

(Che poi si sarebbero rivelate scellerate, scelsi l’anaffettivo e soffrii come un cane lebbroso per il successivo anno e mezzo).

E ieri, mentre mi sentivo cretina, sapevo di voler tornare in quel posto, magari, fantasticavo, ri-bermi una clara con una tortilla e guardare quel paesaggio che quella volta tanti anni fa mi aveva dato tanta pace.

E così ho camminato, riconoscendo i posti e le strade, e cercando quel punto, ho camminato e ho camminato.

Dieci chilometri.

E non l’ho trovato.

Ho avuto vari cambiamenti nei pensieri in quei dieci chilometri, mi sentivo cretina e mi sentivo anche sola.

Ho anche pianto.

Il vento mi dava degli schiaffoni degni di una madre arrabbiata.

Ed ero di nuovo vestita troppo poco.

Dopo aver a lungo cercato, al ritorno, per caso l’ho trovato.

L’ostello era nascosto da un immenso negozio di tavole da surf che gli hanno costruito accanto.

La zona completamente ricoperta di quei bar che vanno tanto di moda adesso con i camerieri venticinquenni con la barba ma non troppa, i tatuaggi ma non troppi, la canottiera nera ed i capelli corti che ti servono hamburger o smoothie al mango e pensano di stare a St. Kilda o a Bondi Beach (e invece stanno alla Barceloneta).

E mi sono sentita (se possibile) ancora più cretina, per andare in giro a cercare cose che esistono solo nella mia testa e stupirmi se poi non ci sono nella realtà, come quella volta che insistevo tanto per andare a Skopije che sembrava che mi ci fosse morto un parente lì da quanto si percepiva l’urgenza nella mia voce e la necessità di arrivare, e invece era perché una volta in treno avevo conosciuto uno di Prato che aveva appena fatto tre mesi là e gli era piaciuta tanto e mi aveva messo voglia di andarci.

E sono tornata nella stanza che ho preso in affitto per questo mese, con l’ansia per il corso che sarebbe iniziato oggi e per la consapevolezza insinuante che fosse stata una sciocchezza iscriversi, che non sarei mai stata all’altezza, con il livello di spagnolo che mi ritrovo poi, figurati, mi rideranno in faccia, sono proprio una cretina.

Stamattina è iniziato il corso.

A fine giornata sono andata a salutare la direttrice visto che ci eravamo sentite solo su Skype. E mi ha chiesto com’è andata e io le ho detto che ero molto contenta (è vero) del corso e che sono soddisfatta di averlo scelto anche se sarà molto impegnativo perché sono appena arrivata e sono tanti anni che non parlo più spagnolo e chissà cosa sembrerà sentirmi parlare, magari nei prossimi giorni parlo meglio, posso parlare meglio di così, davvero, è solo che sono tanti anni…

Eres muy exigente, ¿verdad?

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2 pensieri su “Esigenza

  1. giuliacalli ha detto:

    Ragazza, sei stata in giro per la Barceloneta e ti sei persa in mezzo ai camerieri con poca barba! Ma mi potevi scrivere una mail e ti avrei portato a bere un vermut come si deve in un bar come si deve della Barceloneta, altro che tavole da surf!!

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