Ok, oggi

Mi sono riposata.

Sono andata ad una festa sabato (di quelle veramente svedesi D.O.C. certificate con il bollino: l’invito mi era arrivato ad Agosto – no scherzo- e il programma – no scherzo- tre settimane fa. Erano previste tre attività durante il giorno – una al pomeriggio, una alla sera e una dopocena – e bisognava prenotarsi – no scherzo- per quelle a cui si voleva partecipare) e tutte le persone che mi hanno vista mi hanno detto che mi trovavano molto più sorridente del solito. Molto più allegra e distesa.

Ieri ovviamente ho rantolato (non ho più l’età per stare ad una festa così a lungo) e stamattina, sarà che ho dormito undici ore stanotte, o la carica positiva del weekend (in cui mi sono resa conto che sì, è vero, questi tre anni sono stati molto duri e sono stata -o mi sono sentita- molto sola, ma è anche vero, che pur così ci sono delle persone che hanno fatto breccia nel mio cuoricino e che posso definire veramente “amiche”) mi sento pronta, attiva, “operativa” (come dicono quelli “che vogliono fare i milanesi“).

Oggi inizio a fare le cose serie: organizzare la partenza per Londra e cosa fare a Novembre.

Speriamo vada in porto tutto.

Chi ha detto che il lunedì bisogna essere per forza tristi e sciupati?

Ps: da alcuni commenti ho capito che forse non mi sono spiegata bene. Nel caso non fossi stata chiara: io non ho chiesto alcun sussidio di disoccupazione e non lo chiederei neanche se ne avessi diritto. Smettere di lavorare in questo periodo è stata una mia scelta e io me ne sobbarco i costi.

Naturalmente la mia condizione finanziaria non è mai stata oggetto di questo blog e nessuno dovrebbe permettersi di andare a ficcare il naso nei portafogli altrui puramente per creare sensi di colpa, ma in questo caso ci tengo a specificare, perché non c’è niente al mondo che mi dia più fastidio di essere considerata una lavativa che mangia a spese di altri.

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13 pensieri su “Ok, oggi

  1. giuliacalli ha detto:

    Wow c’è chi è venuto a chiederti conto di come ti manterrai adesso? Che coraggio! Ci mancano solo i commenti-sensi-di-colpa, come se nella vita vera non ci fossero abbastanza persone che si impegnassero già abbastanza per tenerli vivi!

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  2. fughetta ha detto:

    dico la mia. Io l’assegno di disoccupazione l’ho preso e non me ne vergogno. Ho dato un terzo del mio stipendio in tasse per 3 anni, ho lavorato 1 anno senza essere pagata un centesimo (sì, questo succede anche a nord), non sento di aver approfittato del sistema se per un paio di mesi (non secoli, 2 mesi) in transizione ho beneficiato di un servizio per il quale io stessa avevo pagato, in un certo senso. In quei mesi mi sono sbattuta un sacco a cercare lavoro, a mandare cv e ad andare a colloqui, ho frequentato corsi intensivi di lingue e ho fatto volontariato.
    Mentre un mio ex collega mi diceva “fossi in te me ne andrei in spiaggia”.
    Ovviamente sei brava a ti meriti tutto il rispetto per le scelte che fai, e se hai risparmi da parte sono contentissima per te. 🙂

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  3. Nel sud del nord ha detto:

    Guarda, io l’assegno di disoccupazione me lo prenderei eccome. Lavoro da più di 10 anni in Svezia, senza interruzione, mai usufruito dell’assegno di disoccupazione finora. Naturalmente ho sempre pagato le tasse, ogni mese in tutti questi anni ho pagato la quota per poter, in caso di disoccupazione, ricevere questo assegno (scusatemi ma ora il termine italiano per questa quota proprio non mi viene in mente) per cui non vedo come mai non debba poi usufruirne.

    La cosa che però mi mette un po’ di dubbi su questo assegno è che sembra che qui in Svezia (come detto non ho esperienze personali ma ho sentito da conoscenti che sono stati disoccupati) questo benedetto assegno te lo facciano “sudare”. C’è chi si è sentito addirittura umiliato dal trattamento ricevuto. Sei costretto a cercare un certo numero di lavori a settimana, qualsiasi tipo di lavoro, anche se non corrisponde alle tue qualifiche devi comunque mandare la domanda, in qualsiasi parte della Svezia, devi essere pronto a trasferirti su due piedi. Ti mandano a fare i corsi più impensati, più volte alla settimana ti devi presentare al corrispondente ufficio di collocamento ed è proprio qui che puoi ricevere un trattamento umiliante.
    Ecco fosse veramente così allora forse ci rinuncerei, c’è un limite a tutto!

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    • virginiamanda ha detto:

      Cara, ogni volta che commenti mi verrebbe voglia di stare a leggerti per ore ed ore e poi penso sempre ad una bella risposta e infine non ti rispondo mai! Ma come è possibile!? :O

      Quella quota non sarebbe da chiamarsi “contributi” in italiano? O è qualcosa di diverso?

      Non so se sia vero quello che dici, ma ho notato che negli uffici istituzionali in generale vengo trattata un po’ come una povera deficiente (ma con rispetto per i deficienti veri, eh, con quel misto di eccessiva gentilezza e compassione profonda) per il fatto che non capendo molto lo svedese siano costretti ad interagire con me in inglese. Mi immagino che anche negli uffici di collocamento abbiano un atteggiamento simile, e posso capire che uno che magari ha tre/quattro lauree e si trova in un momento temporaneo di non impiego non si senta perfettamente a suo agio.

      Detto questo, io non c’ho pensato perché NON C’HO PROPRIO PENSATO, il passaggio da qui all’Inghilterra doveva essere rapido e nel frattempo non sarei stata fissa qui. Avevo bisogno di questi giorni per organizzarmi e non ho proprio pensato a mettere in mezzo altre cose, davvero.
      Ho usato questi giorni per rilassarmi e progettare il futuro, e poi all’improvviso qualcuno mi viene ad accusare di starmene in panciolle ad approfittare del *mitico* welfare svedese… allora ho dovuto dirlo: non ho chiesto la disoccupazione, non mi è neanche venuto in mente, né credo che l’avrei chiesta se mi fosse venuto in mente (mi sono licenziata io).

      Ma questo non era assolutamente un giudizio di valore per chi ne fa domanda! Esiste proprio perché esistono situazioni di emergenza in cui un contribuente potrebbe averne bisogno. E ritengo sia doveroso garantirla.

      Ma adesso, parlando di cose serie…
      DIECI ANNI in Svezia…

      Ma come fai!?
      😉

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      • Nel sud del nord ha detto:

        Come faccio? Te lo dico, sto progettando di andarmene :-). Ci ho messo solo un po’ più di tempo di te a capire che è la cosa giusta da fare…e poi anche perché essendo in due e volendo rimanere insieme dovevamo essere entrambi convinti di voler laciare la SVezia 🙂

        A proposito dell’assegno di disoccupazione, da quanto so se uno si licenzia non si ha diritto all’assegno per le prime 10 settimane di disoccupazione. Se vieni licenziato invece puoi averlo da subito. Mi sto informando perché tra i miei progetti futuri c’è un possibile licenziamento :-).

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  4. fughetta ha detto:

    mmm, penso che ognuno abbia il proprio concetto di cosa sia umiliante, però concordo che a tutto ci sia un limite!
    Confermo che anche qui in Belgio non è che uno se lo pigli e basta, questo stratosferico assegno. Hai degli incontri periodici, devi dimostrare che stai attivamente cercando lavoro, non puoi lasciare il paese perché potrebbero chiamarti eccetera. Insomma, non muori di fame, ma non stai nemmeno lì a girarti i pollici! Io non mi sono mai sentita umiliata, ma è anche vero che avevo un approccio molto pragmatico e le domande le mandavo perché sapevo che mi chiedevano di provare che l’avessi fatto e sapevo anche che a mettere roba sugli scaffali non mi chiamavano perché ero overqualified (mi è stato detto, sì). Se vedono che ti dai da fare di tuo e capiscono che ti stai sbattendo non ti rompono troppo le scatole, anche perché spesso hanno a che fare con gente non troppo scolarizzata, che magari ha anche altri problemi personali, non si presenta ai colloqui, non sa mettere insieme un curriculum e via dicendo.
    Ok, fine dell’inutile commento di vita vissuta. 🙂

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    • virginiamanda ha detto:

      Il commento non è affatto inutile, anzi! Io, semplicemente, ho pensato che essendomi licenziata di mia spontanea volontà, e dovendo rimanere molto poco nel Paese, che non mi spettasse. Anzi, a dire la verità, finché non ho ricevuto quel commento, neanche ci avevo pensato. Per questo io non sono certo da prendere da esempio né mi sento di avere voce in capitolo su questo argomento. Tu Fughetta HAI FATTO BENISSIMO a chiederlo e usufruirne! Non affatto umiliante, anzi, hai lavorato un anno senza essere pagata: i tuoi datori di lavoro avrebbero dovuto sentirsi umiliati dal fatto che ti svegliavi ogni mattina e lavoravi per loro e non percepivi neanche uno stipendio! Io credo che finché uno segue la propria scala di valori, ha una dignità (anche lavorativa) e la mantiene, non ci sia niente da considerare umiliante. Inoltre, in questi Paesi dove le tasse sono molto alte uno si aspetta che nel momento di difficoltà lo Stato provveda, e me pare el minimo!
      Io ho fatto una precisazione perché magari qualcuno poteva pensare (visto che qualcuno l’ha pensato e c’ha tenuto a farmelo presente) che io me ne stessi a farmi i capelli dalla parrucchiera o a sfornare focacce per l’Orso pagata dai poveri contribuenti svedesi. Io invece, dopo essere stata una fior fior di contribuente, non ho chiesto niente e nessuno può venire a dirmi niente. Ma la mia situazione attuale (instabile e post-licenziamento, in procinto di andarmene) è molto diversa da quella che hai vissuto tu Fughetta, e non mi sentirei di dirti nè a nè ba, anzi! Un abbraccio

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    • Nel sud del nord ha detto:

      Fughetta, da quanto ho capito, dai racconti sentiti in Svezia e da quello che hai scritto tu ora, sembra che in Svezia funzioni allora come in Belgio. Poi è come dici tu, ognuno di noi ha una sensibilità diversa e quello che qualcuno vive come umiliazione un altro lo vive come un semplice iter da percorrere senza nessun peso. Vedremo come andrà per me, quando e se succederà :-0

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  5. fughetta ha detto:

    Penso che siamo tutti d’accordo su questa cosa della disoccupazione e della dignità. E penso anche che ognuno di noi abbia tutto il diritto a fare come ritiene. Penso anche io che nella tua situazione non mi sarebbe probabilmente nemmeno passato per l’anticamera del cervello di chiedere questo assegno di disoccupazione, credo sia stato un collega a dirmi che avrei potuto beneficiarne. La verità è che quando ti trovi a spasso per scelta non tua sei già abbastanza preoccupata all’idea di dover “risolvere” che almeno sapere che non hai problemi a pagare l’affitto a fine mese ti consente di dormire la notte. La prima settima che non dovevo andare al lavoro mi svegliai alle 7 di mattina e mi ritrovai a fissare il soffitto in ansia.
    Giusto per aggiungere un dato di esperienza vissuta, penso a questo fatto della lingua. Ci penso perché per quanto io parli la lingua del posto discretamente ma certo non perfettamente, ho notato che questo aveva un peso. Forse perché dal mio nome si aspettavano una straniera, forse perché io ormai ho la pelle dura e nel momento in cui mi presentavo avevo un’aria attenta e non spaurita, nel giro di un paio di minuti questi incontri (ne ho fatti 2) vedevano un rovesciamento di parti in cui queste gentili signore mi guardavano con gli occhi sbarrati e mi dicevano “oh, ma certo, capisco! Ma com’è possibile? Vedrà che troverà lavoro immediatamente!”. Mi chiedevano cosa avessi fatto per cercarlo e quello che avevo fatto io risultava essere molto più di quello che fanno evidentemente le persone che loro aiutano e spesso più anche di quello che loro stessi potevano fare per me. Ne ricordo una scusarsi perché l’incontro, che in teoria sarebbe potuto durare un’ora, dopo 40 minuti era concluso e lei non sapeva più che dirmi.
    Onestamente mi sono sentita molto più umiliata al lavoro, da certe segretarie che dovevano farmi pesare come concessione ogni sacrosanto diritto, che non dal personale degli uffici di collocamento. Mi ricordo una storia infinita per il rimborso dell’abbonamento dell’autobus al lavoro: 64 euro a semestre che nel bilancio di una grossa multinazionale sembrava pesassero come macigni. Cose per le quali ho insistito solo per principio, ma che non hanno compensato lo sbattimento. Devo dire che in questo cambio di mentalità mi hanno aiutato molto i miei colleghi. Non so come sia lì in Svezia, ma qui in Belgio se gli spetta qualcosa, fosse anche solo un caffè, non ci sono santi: vengono a reclamarlo come se ne andasse della loro vita. Sono stati loro a dirmi di insistere “non spetta alla segretaria decidere. La ditta ti rimborsa le spese di trasporto? Bene che ti rimborsi! Non mollare su questo” e mi chiedevano ripetutamente “hai risolto con il biglietto del bus?”
    Per dire che anche il welfare state funziona perché la gente poi controlla che quello che versa gli torni indietro, non dando per scontato che finisce tutto nel porto delle nebbie.

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    • virginiamanda ha detto:

      Sì, in questo hai ragione. Ricordo che all’inizio non mi avevano dato il numero fiscale, pur aderendo a tutti i requisiti, con scuse molto vaghe. Quando lo raccontai alla vicina, con la mia faccia un po’ delusa e un rassegnata lei si infervorò tantissimo e si offrì di aiutarmi aggiungendo: “Noi paghiamo le tasse perché questi impiegati ti diano il codice fiscale!”. E’ proprio come dici tu: c’è un controllo incrociato di Stato che controlla il cittadino che controlla lo Stato. Da noi nel Sud Europa è più un: lo Stato mi controlla ma io so che non posso fare niente per controllarlo. E questo, non è giusto.

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