Non lo so. Una frase che non si dice più.

Ho in canna molti post, tra cui “le menzogne che dite su Linkedin”, “Il buonsenso, questo sconosciuto”, “Meglio fare invidia che pietà” e “Avere dei colleghi: perché nessuno parla di quanto sia una brutta esperienza”.

Sì, la vacanza in Italia dopo quasi tre anni di lavoro con colleghi è finita e i frutti sono succosissimi post per il blog. Ma lasciamoli fermentare, e cerchiamo di rilasciare acidità a piccole dosi, che troppo veleno tutto insieme può far male.

Sono tornata in Svezia, per la prima volta dopo tre anni – attenzione- volontariamente.

Stavolta ho per una serie di concause e circostanze (non dirò “fortunate”, anche se lo penso, perché tempo fa ho letto un articolo che mi ha fatto riflettere. Parla di quanto noi donne tendiamo a descrivere i nostri successi come fortune. E come il tag #luckygirl non abbia corrispondenti nell’universo maschile. Far credere alla gente che le cose ci cadano dal cielo in un giorno di pioggia in cui Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso si porta molto. Dire che hai fatto fatica, hai sudato, hai avuto la tentazione di mollare tutto e poi hai perseverato e raggiunto l’obbiettivo con i denti e le unghie non si porta. Ci ho riflettuto e credo sia vero. Credo sia una sorta di autodifesa dai commenti invidiosi e acidelli che tutte ci siamo sentite fare nella vita. Far credere alla gente che è stata pura “fortuna” toglie a noi la responsabilità della faccenda e la dà al fato o a Dio. E pensiamo che quindi la gente si accanirà su di essi invece che su di noi. Povere sceme che siamo, la noia genera frustrazione e pettegolezzo e fare una cosa diversa dagli altri -fosse anche solo la tinta dei capelli- ci espone immediatamente all’inserimento nel temario degli argomenti da bar. Ora però il bar non è più confinato al paesello, ma è on line, e tutti possono leggere i commenti. Non tutte ce la fanno a superare la pressione. E io, per esempio, su Fb sono quasi invisibile, proprio per evitare che la gente mi venga a dire/commentare sulle cose che faccio o sul mio aspetto. Tutto ‘sto giro-rigiro per dire: non userò la locuzione “circostanze fortunate”) del tempo libero e dei soldi da spendere.

Ecco.

Il tempo libero non sarà eterno (“prima o poi ti vuò accattà nà fatica” dice il mio italianissimo coinquilino, che probabilmente non gode nel vedermi inerte a letto mentre lui deve alzarsi al primo squillo della sveglia alle sette. Come diciamo in veneto “Eh, ma ghe nè par tuti” e anche “Eh, ma ea cambia”. Prima ero io a svegliarmi alle sei in punto tutte le mattine mentre tu te ne stavi beato a sbavare sul cuscino. Ora tocca a me, e ‘statti bueno)  e neanche i soldi (che per loro – e mia- natura hanno la tendenza ad essere svalutati oppure usati).

Mi rendo conto, in questo momento in cui tiro il fiato, di aver sempre corso.

E anche se non è bello ogni due secondi fare il punto della situazione (sulla testiera del mio letto, nella cameretta a casa dei miei, c’è ancora la frase che avevo scritto i primi anni di università “Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’avere amato, non l’aver conosciuto” . Mi si è fissata nel cervello e nei modi di fare: non bisogna guardare al passato cercando giustificazione nella bellezza di ciò che era, di ciò che siamo riusciti a fare. Il presente è ora, e bisogna fare ora. Punto.) forse è utile per capire come sto ora: ho sempre corso.

Ho passato gli ultimi -ehm- dodic’anni a cercare di essere sempre in tempo, a lavorare prima di laurearmi (perché vorrai mai laurearti senza conoscere quello che andrai a fare? No!), a studiare dall’estero e fare gli esami in Italia (perché vorrai mai laurearti senza sapere una-due-tre-quattro lingue straniere? No!), a lavorare in più posti contemporaneamente (perché non vorrai mai che nel tuo curriculum risulti che hai lavorato in un posto che non c’entrava niente con la tua laurea? No!).

Ora posso tirare il fiato un attimo (sì, amore, ho detto un attimo, non ti preoccupare, non finirò per chiederti di mantenermi, firmiamo subito una separazione dei beni, se devi tanto allarmarti, eh) perché la “fortuna” (ah ah) vuole  che io abbia qualche mese per riposarmi.

Ma la mentalità del “non vorrai mai…!? No!” ormai ce l’ho nel sangue e non riesco a vivere questo momento come relax.

E mi chiedo cosa voglio fare? La testa mi direbbe di fare un corso, di trasferirmi da qualche parte, di frequentare un master on-line, di studiare, di riempire insomma questo “buco” che si ingrandisce nel curriculum con “qualcosa”.

Ma il fatto è che io NON LO SO.

Non lo so.

Andavo avanti come un treno, senza pensarci troppo. E ora che sono ferma non lo so se voglio continuare a fare le cose alla stessa velocità.

Ora che non ho nessuno a dirmi “devi fare questo o quello”, che sono lontana abbastanza da non sentire pressioni sociali relative ad una certa strada tracciata da percorrere, io non lo so.

Le mie amiche a casa sembrano tutte molto risolte.

Chi ha mille lavori, chi si è comprata casa, chi fa figli, chi si sposa, chi ristruttura pensando ai coprispigoli, chi finalmente raccoglie i frutti di un percorso accademico lungo, chi di un praticantato, chi finalmente si vede riconosciuta la propria professionalità. Stanno tutte diventando splendide trentenni.

Risolte, è la parola che mi è venuta più in mente guardandole in questi giorni.

Mi sembrano tutte molto sicure della strada che hanno intrapreso. E io, sono contenta per loro.

Ma non mi sento affatto risolta.

Ne parlavo con papà nella strada verso l’aeroporto. Gli ho detto che non mi sento affatto risolta. Dovrei essere nel momento in cui vedo chiaro il mio futuro, so quali saranno i passi successivi, e invece no.

Non lo so, papà. Gli ho detto.

Papà dice che è normale che io mi senta confusa. Dice che dal 2008 non ci sono più certezze lavorative e che tutti quelli che mi sembrano risolti non lo sono affatto.

Sarà, ma non mi consola affatto.

Invece di guardare alla gratificazione professionale dovrei guardare a quella di coppia, forse? Dovrei anch’io iniziare a pensare agli step semi-obbligatori di una trentenne? Ma io non li posso comandare!!!

Sono in una coppia, il che vuol dire che ho potere sulle cose che succedono e sul nostro futuro al 50%. Mi sembrerebbe assurdo e controproducente forzare le cose per un mio bisogno di stabilità o di garanzia che “sto facendo tutto quello che si deve fare alla mia età”. Mi sembra mostruoso.

Con una bambina (meravigliosa) di sei mesi in braccio mi sono sentita chiedere da sua madre (una persona a cui voglio tantissimo bene e che non me lo chiedeva né con malizia né con acidità) “E voi, ai bambini non ci pensate? Ora che hai del tempo libero perché non ci pensi?”. Ed ho dovuto abbassare gli occhi e risponderle in sincerità: “Io non voglio figli”.

Con sua figlia in braccio.

Non lo so (e ritorna questa frase che ormai nessuno dice più, visto che sui social tutti devono avere un’opinione, e questa opinione è e deve essere urlata e resa integralista il prima possibile) se un domani cambierò idea.

“E se domani fosse troppo tardi?”

“Me ne farò una ragione”.

Anche la mamma del mio conquilino, Mamma dell’Orso, che è tanto gentile e riservata di solito, timidamente mi ha chiesto: “Ma ai figli non ci pensate?”.

Lo so che dovrebbe essere naturale mandare a quel Paese una “suocera” che fa una domanda del genere, ma erano giorni che ci sentiva parlare di viaggi, di New York, di Dubai, di Malesia, e di andremmo a vivere in Brasile oppure alle Azzorre o perché no in Sudafrica anzi no, guarda, in Australia… ed è comprensibile che abbia avuto un mancamento e abbia avuto bisogno di rassicurazioni.

E gliel’ho dovuto dire: “Signora, io non mi vedo mamma. Non credo che farei un buon lavoro. NON LO SO se un giorno cambierò idea.”

“E se un giorno fosse troppo tardi?”

“Pazienza, Signora”

So di averle dato un dispiacere, dispiace anche a me.

Ma se non so neanche cosa farò nei prossimi mesi, posso mettermi a programmare figli?

Eh, ma la natura, eh ma non sarai eterna etc.

Insomma, in questo momento è tutto un “Non lo so”.

In pole position c’è il prossimo mese a Barcellona o a Malta.

Consigli?

Io, nel caso non fosse chiaro: non lo so.

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24 pensieri su “Non lo so. Una frase che non si dice più.

  1. lisecharmel ha detto:

    io credo che noi donne tendiamo a dire che siamo fortunate invece che brave perché per tantissimi anni ci hanno detto che non dovevamo essere brave. noi dovevamo essere belle e buone, ma brave no. quindi quando abbiamo successo un po’ è come se non avessimo adempiuto al nostro ruolo.
    quanto all’avere figli, non si possono fare perché altrimenti poi ci si potrebbe pentire di non averli avuti: pensa a quanto sarebbe peggio farli e pentirsi di averli fatti!

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    • virginiamanda ha detto:

      Esattamente.
      Non sono sicura sia per il fatto di non sentirsi di aver adempiuto al proprio dovere, quanto che non sia qualcosa che ci si aspetta da noi. Da piccole ci dicono “Che bella bambina”, non “che brava bambina”.
      Quando abbiamo successo secondo me la prima cosa che ci viene in mente è “invidia” e cerchiamo di mettercene subito al riparo con l’atteggiamento “ma no, non è stato merito mio, è stata pura fortuna!”. Quindi invece di sentirci dire “brava!” ci sentiamo dire “secchiona”, “solito cu*o” o “che fortuna”.
      E questo mi fa innervosire molto. I commenti che riceviamo (sia da donne che da uomini) tendono ad essere squalificanti (“secchiona” non è “brava”, è che hai perso la tua vita sui libri, quindi sei un po’ una sf*gata, il tuo successo non è un vero e proprio successo, è il risultato del tuo fallimento come anima delle feste, è il tuo ripiego per non essere riuscita ad essere un vero animale sociale) o invidiosi (“chissà come hai fatto…”: allusivo ad altre doti che non siano l’intelligenza) o deresponsabilizzanti (“certo che hai avuto proprio una bella fortuna! Al posto giusto al momento giusto”).

      Hai ragione tu quando dici che un tempo non eravamo tenute ad essere brave ma solo belle e buone.
      Ma ora che siamo tenute (da noi stesse) anche ad essere brave, non è forse arrivata l’ora di essere più sincere? Dovremmo istituire dei gruppi di auto-aiuto in cui ci sediamo in cerchio e ci diciamo “Ciao, io sono Virginiamanda, mi sono laureata con grande sacrificio studiando in altri Paesi, ho imparato con fatica sei lingue, ho costruito con tanta difficoltà una relazione di coppia solida che dura da cinque anni con uno che prima era un single impenitente, sono riuscita a trovare un lavoro ben retribuito nel mio ambito di studi in un Paese di cui non parlavo – e tuttora non parlo- neanche la lingua” e tutte in coro “BRAVA!”, e così, ogni settimana.
      Le braviste anonime potremmo chiamarci.
      Che ne dici?

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  2. iomemestessa ha detto:

    I figli si fanno quando è il momento, se è il momento. È come quando si allineano i pianeti, tutte le cose vanno al loro posto, e capisci che lo faresti lì e ora. Ho una figlia che amo moltissimo. Io che i bambini li ho sempre sopportati a stento. Vai avanti per la tua strada. E buon viaggio

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    • virginiamanda ha detto:

      Ma sai che da quando hai scritto questo commento che mi rimbomba in testa la tua frase? “E’ come quando si allineano i pianeti”. Giusto!
      Chissà perché gli altri si sentono sempre in dovere di dirci come/quando fare le cose fondamentali della nostra vita.
      Grazie per il commento! E buon viaggio anche a te!

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  3. Bia ha detto:

    A 30 anni non è tempo di figli, se non li si vuole. C’è tempo per cambiare idea. A 30 anni (e anche qualcuno in più) invece è tempo di pensare a decostruire la propria vita attuale per ricostruirla. Gesù è risorto a 33 anni, non è mica un caso (credenti o meno, atei o religiosi).
    E secondo me sei nella prima fase di decostruzione: segui l’istinto, segui te stessa, mettiti al centro e tutto verrà da sé. Che sia Singapore o un pannolino o una nuova laurea. Comunque sarai “madre” di te stessa, madre coraggiosa 🙂

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    • virginiamanda ha detto:

      Grazie Bia, che bel commento.
      Ho costruito e decostruito tante volte, prima, ma mai come ora sento che le scelte abbiano un impatto reale e definitivo sulla vita.
      Prima avevo sempre l’impressione di “poter tornare indietro”, ora non più.
      Ma invece di spaventarmi, questa sensazione mi piace! Hai ragione tu: devo mettere il coraggio in valigia. Ti prometto di farlo 🙂

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  4. Nel sud del nord ha detto:

    Eh no! Col cavolo che dico di essere stata fortunata, io mi sono fatta un c–o così per ottenere quello che ho e non intendo cose materiali, voglio dire, che lo svedese l’ho imparato per pura fortuna? la laurea, il dottorato, tutto portato a termine per pura fortuna? il lavoro, che l’ho ottenuto per pura fortuna? Ora basta ragazze con questa storia della fortuna! 🙂

    E dato che chiedi consigli mi permetto di esprime la mia, Virginia io credo che tu lo sappia già, se senti di non volere figli è quella la cosa giusta per te, è tutto quello che ti circonda che ti fa venire i dubbi, il non adeguarsi a degli schemi. Come hanno scritto in un commento sopra pensa che vuol dire fare dei figli e poi pentirsi di averli fatti!

    Ti racconto, ho incontrato due donne, che in piena crisi mi hanno rivelato di essersi così fortemente pentite di aver fatto dei figli e di starci così male che in alcuni momenti non trovavano una ragione di vita. Una si era fermata ad uno e l’altra spinta dai chi la circondava ne aveva fatti addirittura due. Non avevano mai sentito il desiderio di avere figli, ma l’ambiente, la società, gli amici, parenti, tutti avevano delle opinioni e tutti con commenti vedrai ti pentirai. Poi successe e quando parlai con loro mi dissero che già da prima che nascessero avevano capito che era stato un errore, una gravidanza piena di angosce tenute nascoste, mai dette a nessuno. Perché tu conosci la Svezia, potrebbe mai una donna dire che non vuole il figlio che porta in grembo? Tu sai come si parla qui, altro che l’Italia! Qui si mente a tutto spiano! I figli, la cosa più bella che possa capitare nella vita di una donna, e così via! Ed era proprio questo uno dei problemi più grandi per loro, non avere nessuno con cui condividere i pensieri, il poter onestamente dire, sì ho uno/due figli ma credo che la vita è molto di più che fare figli, (soprattutto per chi non li desidera), avrei voluto fare questo e questo ma la nascita dei miei figli me lo ha impedito e me ne rammarico etc.etc. Ma tu sai, nella società svedese è tabù. Non odiavano i propri figli ma non sentivano che fosse la cosa più bella successa nella loro vita e soprattutto non li avevano mai desiderati, avevano sempre voluto ed immaginato una vita diversa.

    Potrei raccontare molto di più ma il succo di tutto è che la loro vita, in quel periodo non è stata per niente facile e probabilmente la gran parte del problema non stava nel fatto di avere figli non desiderati, ma di non aver seguito quello che loro sapevano essere giusto, di non aver avuto la vita che desideravano solo perché non erano state “abbastanza forti” per sceglierla. Non odiavano i propri figli ma se stesse per essere state, come dicevano loro stesse, “deboli”.

    Se ora senti di non voler avere figli non è il momento giusto e se questo momento non arriverà allora non arriverà neanche il momento del troppo tardi…tu pensa al prossimo viaggio e lascia gli altri pensare ai tuoi possibili figli 🙂

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  5. Tina ha detto:

    Io pure ho scelto di non avere figli e quando lo dico mi dicono che è una cosa terribile. non mi sento mostro e mai mi ci sentirò.
    Io direi…;Malta. Ci sono stata e ne ho un ricordo stupendo!

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  6. wif ha detto:

    Non viene voglia di fare i figli con l’uomo sbagliato. Tutto qui. Altro che storie che non si vogliono figli ecc.
    Tutti perennemente indecisi ‘sti omenetti di adesso. Come si fa a fare un figlio con uno così?
    Io ho evitato, dato la fauna maschile in cui sono incappata, mica li potevo fare da sola. Poveri bimbi, si meritavano pure loro un padre, no? Perché i padri esistono eccome e gli uomini in gamba pure ma valli a trovare!

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  7. wif ha detto:

    P.S. Mi sei scaduta moltissimo quando hai scritto la storia della disoccupazione 😦
    Uno schiaffo alla miseria di chi non la può avere, soprattutto in Italia. Davvero una frase infelice da pronunciare in Italia. Credi per caso di essere diventata svedese o di avere mille possibilità? Attenzione, perché il tempo passa per tutti – e pure quello per i figli. Auguri per tutto ma non ti leggerò più. Ciao.

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    • virginiamanda ha detto:

      Io non percepisco nessun assegno di disoccupazione, nel caso non fosse stato chiaro. Non percepisco sussidi statali né li ho mai chiesti. Ho dei risparmi e li uso per me.
      Mi dispiace se ti sei sentita offesa, ma non capisco davvero come.

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  8. marconicolosi ha detto:

    Applausi,
    al fatto che dici e scrivi “non lo so” e non ne hai vergogna perché le certezze sono rare e spesso passeggere e, se uno non le ha, non ha senso fingere;
    al tuo stile, che mi piace;
    alla tua voglia di NON adeguarti a certi preconcetti che, supportati dalla natura o no, non dovrebbero schematizzare troppo le nostre vite, anche perché finiremmo tutti con l’essere tremendamente noiosi (e infelici);
    alle esperienze che hai voluto fare perché evidentemente non ti accontenti (“chi s’accontenta gode”, una delle più grandi cazzate che la mente umana abbia mai prodotto).
    Ah, e già che ci siamo, ti ringrazio per aver apprezzato il mio blog 🙂
    Buona serata! e spero che tu (tu, non gli altri) possa trovare (non ricevere da altri) le certezze che cerchi

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