27 Settembre, Ultimo giorno di lavoro e considerazioni sull’ingenuità dell’emigrante stupida (io) e sulla parola “ormai”

Oggi è il 27 Settembre: tre anni fa partivamo per la “Capitale della Scandinavia” – così come ama auto-definirsi nei cartelloni promozionali, appesi in ogni dove alla stazione centrale dei treni.

Ma c’è un’altra data importante, veramente importante: 25 Settembre 2015.

Due giorni fa è stato il mio ultimo giorno di lavoro.

Quanto è sbagliato da uno a cento licenziarsi da un lavoro con un buono stipendio, un capo eccezionale e colleghi adorabili senza avere nessuna (e quando dico nessuna intendo che non ho NEANCHE provato a mandare UN curriculum, UNO di numero, neanche per tentare, neanche iniziato e lasciato nelle bozze, per dire, nej) prospettiva lavorativa futura?

Da uno a cento, probabilmente… centouno.

L’ultimo giorno sono stata sommersa da mazzi di fiori e regali. Non me l’aspettavo. Quattro studentesse mi hanno regalato una catenina d’argento con un brillante. Accompagnata da lettere d’affetto. Pure una torta al cioccolato.

Mi hanno colto del tutto impreparata, mi aspettavo abbracci e qualche lacrima invece mi sono ritrovata la scrivania invasa dai regali e la fila di studenti che mi volevano abbracciare e dire che mancherò.

Fa piacere, non c’è niente da dire. E’ stato commovente ed emozionante.

Negli ultimi due anni ho lavorato come una matta, con il terrore di sbagliare, facendo cose del tutto nuove ed adattandomi ad un sistema completamente diverso (e per certi versi incomprensibile), sforzandomi di lavorare con altri, coordinare altri, essere ricettiva ma anche risoluta (io! Io che fiuto i conflitti a chilometri di distanza e scappo a gambe levate!), sforzandomi di sorridere a inizio giornata anche se il mondo esterno e i fattori climatici mi sembrava che ce l’avessero con me, sforzandomi di discernere, di essere giusta ed equa, di non dare colpe a colleghi o superiori per stati d’animo miei, facendo lavori sul mio benessere ed equilibrio, per evitare che anche un solo minuto delle mie lezioni venisse intaccato dallo stress, dalla stanchezza o dalla voglia di mandare tutto a quel Paese. Ho cercato di essere professionale. E’ stata una faticaccia.

Non so se ci sono riuscita, ma sembra che sia riuscita a farmi volere bene, e anche questo è un gran bel risultato.

E nonostante l’affetto che mi hanno dimostrato tutti, la tristezza di lasciare un posto “sicuro”, l’assenza di prospettive future di lavoro e di guadagno… me ne pento???

NEANCHE PER UN SECONDO.

E’ stato difficile prendere la decisione, il mio corpo me l’ha fatto notare mandandomi segnali d’allarme inequivocabili.

Ho dovuto decidere: la stabilità lavorativa e sentimentale stavano diventando solo un rifugio.

Certo, sarebbe ingenuo pensare che nella vita ogni giorno sia fantastico e ci si svegli con gli uccellini che cantano, i topini che ti preparano la torta della colazione e i capelli che ti stanno una meraviglia…

Lo so che la vita non è fatta di magie. Non è che ti rendi conto che la vita non va, lasci il lavoro e magicamente tutto si sistema e tutto funziona e tu sei felicissima.

No, lo so.

Non funziona così.

Ma ho deciso di mettere me al primo posto.

Quando sono venuta qui ero animata da tante volontà diverse, tanti fattori mi avevano spinta a dire “Sì!”, anche la convinzione che dopo tre espatrii, il quarto non sarebbe stato PIU’ difficile.

Ma non avevo preso in considerazione dei fattori importanti.

Negli altri espatri avevo dalla mia la conoscenza della lingua locale e il lavoro già garantito.

Espatrio numero 1: lingua e lavoro.

Espatrio numero 2: lingua e lavoro arrivato subito dopo il trasferimento, grazie alla lingua.

Espatrio numero 3: lavoro. (Lingua molto difficile, ma discreto sforzo di impararla da parte mia)

Questo è stato il primo espatrio in cui non avevo nessuna delle due.

L’avevo sottovalutato. Anzi, non l’avevo proprio considerato.

E sì, si impara sempre qualcosa, e io, che ero convinta di sapere tutto di trasferimenti all’estero, tanto da poter dare pure dei consigli (No comment!!!) non sapevo neanche le basi. Senza sapere la lingua locale e/o avere un lavoro non si va da nessuna parte.

Mancando delle basi fondamentali come queste ho iniziato ad accusare tutti i sintomi che tanto criticavo negli altri.

  • La nostalgia: mi mancava tutto. Proprio a me. Una che amava definirsi “indipendente”. Una che si vantava di non rispondere al telefono quando chiamavano i genitori (cretina! Tornassi indietro gli schiaffoni che mi darei), che ritardava le risposte alle mail degli amici… Non solo, ha iniziato a mancarmi il cibo ed ho iniziato a frequentare solo locali italiani. Io. Io che evitavo come la peste gli altri italiani, PRIMA. Io che facevo di tutto per immischiarmi con i locali. Io che ho iniziato a bere caffè americano prima dell’espresso negli anni dell’università, che da dieci anni facevo colazione con uova e pancetta, che rimanevo MESI senza mangiare pasta, che al supermercato provavo sempre cose nuove, che avevo un cibo locale preferito in tutti i Paesi dove ero stata. Che avevo locali preferiti e non erano mai locali italiani. Proprio io. Ta-dà.
  • Incolpare i locali e il posto per non farmi integrare. Proprio io. Una persona che si vantava di essere socievole ed espansiva. Sono diventata chiusa e introversa. E incolpavo gli altri. Il fatto è che senza sapere la lingua del posto e dicendo di NO ogni volta che mi invitavano fuori, non ce l’ ho proprio messa tutta. Se penso che proprio io, pochi anni prima prendevo al volo tutte le occasioni per fare amicizia e socializzare, andavo a bere una birra con chiunque, fossero colleghi, compagni di corso o gente incontrata per caso per la strada (giuro).
  • Detestare tutto. Il clima, il cibo, la gente, i trasporti, i telefoni onnipresenti nelle mani delle persone la mattina in metro, gli orari di lavoro, il buio troppo presto, il buio troppo tardi, i picnic sfigati sull’erba a giugno e luglio e poi chiusi in casa tutto l’anno, i prezzi della spesa, i runners, il ghiaccio, le facce sempre neutre, l’assenza di urla, i negozi pretenziosi, i sanpietrini il giorno che mi metto i tacchi, il fango, la pioggia, la neve, scivolare sul ghiaccio…  Proprio io, quella che quando le chiedevano qual è la tua stagione preferita rispondeva: l’autunno. Che amava il vento e la pioggia. Ho iniziato a sognare il sole, la luce…

Ora l’ho capito.

Non è che con questo voglia dire che la Svezia sia il Paese più ospitale ed amichevole del Mondo e che il clima sia tropicale ma io chiusa nella mia negatività non me ne fossi accorta.

Per abitare qui ci vuole una dose di adattabilità e flessibilità mentale non comuni.

Ma è anche vero che essere maldiposti come sono stata io negli ultimi tempi non aiuta.

Ora, lo so che il trasferimento prossimo venturo non mi risolverà immediatamente la vita.

Non tornerò ad essere super-espansiva e socievole solo perché prendo un aereo.

Almeno, immagino che non sarà così facile. (Mi piacerebbe!)

Ma almeno il primo passo è stato fatto: posso organizzare i prossimi mesi secondo le mie aspettative sulla mia vita. Non perché “sono obbligata” a stare qui, non perché “ormai”, non perché “tanto non cambia niente”.

Se non mi dovessero accettare all’università, allora avrò più tempo per pianificare le prossime mosse. Forse andrò in Francia qualche mese. Forse farò qualche vacanza in posti dove voglio andare da un po’: New York, Bangkok, Romania e Turchia a trovare amiche che lascio appese da troppo tempo.

Forse mi trasferirò direttamente in Gran Bretagna a fine Ottobre, forse no.

Forse sbaglierò, forse soffrirò la solitudine, forse dovrò accettare lavori poco qualificati, poco remunerativi e contare i centesimi a fine mese.

Ma l’importante è che questa volta decido io.

Voglio eliminare la parola “ormai” dal mio vocabolario.

Si va.

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16 pensieri su “27 Settembre, Ultimo giorno di lavoro e considerazioni sull’ingenuità dell’emigrante stupida (io) e sulla parola “ormai”

  1. apoforeti ha detto:

    Un insieme finito di schegge infinite. In equilibrio sulla linea tra l’eterno e l’effimero, tra il tempo che si ricorda e quello che scompare, come nel programma del miliardario Bartlebooth che abitava l’ultima stanza e dedicò l’esistenza ad acquerellare marine e a farne puzzle di legno, con la complicità di un artigiano, per poi ricomporli e infine distruggerli nello stesso ordine, affinché non restasse nessuna traccia o prova del suo passaggio sulle terra. Solo la misteriosa insignificanza di tutto.

    In puzzle da sovrapporre alla brulicante commedia umana che mi occupa. Incastro ed enigma, micro e macrocosmo, tentativo disperato di redigere istruzioni per il gioco più difficile, la vita. Al quale mancherà sempre una tessera.

    Georges Perec – La vita istruzioni per l’uso

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  2. wif ha detto:

    Ciao. Brava, via dalla Svezia se non ti senti a tuo agio.
    Probabilmente all’inizio troverai lavori meno pagati e appaganti ma non si può mai sapere.
    In bocca al lupo!
    🙂
    P.S. Anche qui tira aria di cambiamento, anche se non immediato. Per ora sto solo pianificando.

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  3. giuliacalli ha detto:

    Ma che è questa, la stagione delle scelte coraggiose? Brava Virginia, io ti appoggio in pieno, per niente sbagliato lasciare un lavoro indeterminato e bla bla se non sei contenta e se il tuo corpo ti chiede di cambiare. Le scelte prese in autonomia e come conseguenza di un “ascoltarsi” sono le più sane, quindi in bocca al lupo!

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  4. Nel sud del nord ha detto:

    Ohi, ho appena scoperto il tuo blog, anche tu in Svezia, ma mi sembra di leggere che te ne stai andando. Se ti può consolare ti dico che molte delle tue sensazioni le ho anche io, io che ho vissuto più di 10 anni qui. Sono arrivata senza sapere la lingua e senza un lavoro come te. Ho lavorato duro per costruirmi una vita qui, imparato la lingua, ottenuto il primo lavoro che poi ha portato ad un altro e poi un altro ancora.

    Da persona solare ed espansiva mi sono trasformata in non so che cosa, ti dico solo che preferisco stare con gli alberi che con le persone. La parte “detestare tutto” avrei potuta scriverla io da quanto mi ci rivedo, no, ok non detesto i runners (sono una di loro:-)) e neanche i sanpietrini che io i tacchi non li uso :-). Io però avrei scritto anche che detesto questa maledetta FIKA, essere costretta due volte al giorno a stare con questi che non parlano di altro che del tempo! Detesto la domanda “come va”? Anche se in realtà è la risposta obbligata “tutto bene grazie” che detesto di più.

    Tu dicevi di amare l’autunno, pensa io dicevo di amare l’inverno ed odiare il caldo di Roma…fino a quando non sono arrivata qui! Questa estate è stata tremenda, mi ha veramente tolto le ultime energie rimaste e ci siamo detti, tutti e due, basta ce ne andiamo! E così ora stiamo progettando il trasferimento ed il licenziamento naturalmente 🙂 Non so quanto veloce andrà ma abbiamo un progetto…che spero mi faccia sopravvivere all’inverno.

    E per quanto riguarda l’integrazione tu dici di non avercela messa tutta, ma ti assicuro che anche se tu l’avessi fatto, ed io in tutti questi anni ci ho provato credimi, non è sicuro che avresti raggiunto l’obiettivo, santo cielo uno deve pur avere la possibilità di essere se stesso senza dover recitare tutto il giorno una parte che non gli appartiene, uno deve pur avere la possibilità di esprimere le proprie opinioni, di non essere d’accordo su tutto quello che viene detto, che qui tutto va bene ed è perfetto e tutti sono gentili e carini ma chi ci crede più, vad trevligt, vad bra, vad fint! Santo cielo non se ne può più di queste frasi:-)

    Dai dai forza che andrà bene…magari tra un po’ me ne vado anche io :-).
    Aspetto con curiosità di leggere la tua nuova avventura 🙂

    Un saluto dalla Svezia

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