La stanzetta (e l’ansietta) di sempre: assenza di ordine. Quanta bellezza

Sono tornata.

Cioè sono a casa dei miei, nella stanzetta che è sempre stata la mia.

Ok, dal 2003 non ci dormo più.

Sono tornata con in testa molta confusione, pensieri sconclusionati e domande un po’ strane (perché nessuno parla mai dell’Argentina in Italia? Eppure loro ci vogliono molto bene, sembra) e pure un sacco di cose da fare.

In questi giorni non è la solita girandola del “vediamo più gente possibile” che dalle prima volta via da casa mi accompagna, stavolta devo sedermi alla scrivania di sempre e mettere giù una lettera convincente.

Devo scrivere che sono brava e che mi devono prendere per forza. Molto, diciamo pure quasi tutto, dipende da quanto convincente sarà questa lettera.

Ovviamente: non ne sono capace.

Intorto molto meglio dal vivo che per iscritto.

Mi sono presentata ad esami universitari con molta faccia di tolla (che invece nella vita, macché, magari!) ma tradurla in testi di senso compiuto non ci riesco.

Quindi, come ai tempi della maturità prima e dell’università poi e di tutte le mansioni stimolanti ma causanti ansietta, faccio quello che mi viene meglio: distrarmi.

E allora parliamo di questo ultimo mese: molto vivace.

Se mi paragono a quella che sarei potuta diventare se avessi sposato il ragazzetto con cui stavo a sedic’anni (che mi aveva proposto di fare la casalinga mentre lui guidava il trattore per il resto della nostra vita insieme) devo anche aggiungere “fortunata”, sono stata molto fortunata nell’ultimo mese.

Ma siccome ho smesso di paragonarmi con quella ragazzina là nella versione che “sarebbe potuta diventare” (ed infatti dopo dieci mesi di appassionata storia d’amore ci lasciammo di non-comune accordo) e lo faccio solo sul blog e con la gente che non mi conosce tanto per evitare di essere presa per una squilibrata esaltata piena di sé (o autocompiaciuta, come ebbe a definirmi una/o che non ho mai visto che passava un giorno di qua per caso, a cui venne un irresistibile impulso di insultarmi, perché secondo lei/lui dai miei post “traspariva una scarsa empatia per coloro che qui sono rimasti e cercano comunque di tirare avanti”; vabbè, pace) posso essere sincera: sono contenta. Ma quale fortuna, le fortune si trovano quando si inizia a rimboccarsi le maniche. (Dai, torna a commentare).

I fatti: ho finito di lavorare alle sette di sera il 16 giugno, sono partita alle quattro del mattino del giorno successivo (sì, amo molto il Paese in cui mi trovo ad abitare e non vedevo l’ora di andarmene), con un trolley minuscolo e una borsetta (che, come da tradizione, ha smesso la propria funzione a circa un quarto del percorso), sono andata a Londra, ho fatto un esame, salutato con abbracci e molte pinte (e tantissime foto compromettenti inside locali chiusi con cuffie da doccia colorate in testa) parti di famiglia e amiche a cui voglio molto bene ivi trasferitisi, atterrata a Venezia, abbracciato mamma e papà, cenato con amica di almeno diec’anni, bevuto e mischiato quantità alcoliche come non capitava da tempo, scoperto che dovevo ancora sistemare la valigia in modalità Argentina, beccata dall’Orso, percorso tutta la strada da qua alla città dell’amore, dei miei struggimenti, dei miei pianti pre-post -e pure a volte durante- esame, delle mie corse notturne in bicicletta, della mia prima moka e della mia prima notte con l’Orso (e dei primi svariati infiniti e sudati pomeriggi), visto amiche di almeno sette anni, bevuto parecchi spritz, arrivati a Fiumicino, guardati in faccia e deciso di proseguire per il mare, arrivati a Fiumicino Beach, preso panino e sole in spiaggia con sorrisi da centodue denti, scattato selfies come due bianchissimi cretini, ripreso la macchina, parcheggiato al parcheggio più scrauso ed economico della provincia, passato i controlli dell’aeroporto, imbarcati, atterrati a Buenos Aires mentre io saltellavo dalla giuoia, prelevato al primo bancomat disponibile, preso un taxi in una assonnatissima Buenos Aires, scoperto di aver lasciato la carta i credito al primo bancomat disponibile, fatto altri quindici milioni di km avanti e indietro per riprenderla con l’ansietta sul gozzo, preso tapas e vino alle dieci di mattina con la scusa del jet-lag, visitato la città, emozionata dentro El Ateneo, parlato con tutti quelli che mi capitavano a tiro, scodinzolato più o meno sempre, ripartiti per le cascate, beccato un tassista troppo simpatico (Don Pablo, sempre nei nostri cuori), fatto il giro delle cascate e ormai diventati bff di Don Pablo, emozionata fino alle lacrime con l’arcobaleno, spuntato all’improvviso il giorno di un tristissimo anniversario, torturato il povero ignaro cameriere e girato video dell’Orso palesemente ubriaco di Malbec che ammette di aver girato ben TRE gioiellerie alla ricerca di un anello per me, pianificato un ricatto truffaldino con il contenuto del video da usare nel momento più opportuno, ripreso un altro aereo, ed almeno altri quindici kg a base di proteine grigliate, atterrati a Salta, entrati in una specie di b&b che doveva avere poche pretese con il proprietario con i dread che accettava solo contanti e che invece era carissimo, cucina in comune, camera pretenziosa, rotto il bagno, impanicata, fatto un’escursione che doveva essere coraggiosa e scoperto che eravamo i più giovani a bordo del minivan (“la tercera edad” argentina dà le stroppe ad ogni tour a Lourdes conosciuto), visto le Ande per la prima volta, scattato tante foto, provato la famosa pasta ripiena che ci ha impedito di mangiare a cena, attraversato altipiani e deserti con un pick up guidato da tale Augustìn che continuava  a mettere in bocca foglie di coca mentre scrivevo alle mie amiche a casa “se ghe digo a me mama che me gà portà fin a quattromila metri uno che gaveva in bocca almanco venti foje de coca, me mama fà ninfarto”, visto finalmente le Salinas Grandes, emozionata tantissimo, saltellato dalla gioia, dallo stupore e della gratitudine, interrogata dalla guardia aeroportuale sulla mia presenza in Argentina e dovuto difendere l’Orso dalle accuse di essere il mio protettore, ritornata a Buenos Aires, traghettata in Uruguay, entrati per caso in un ristorante e trovato un cuoco che una volta scoperto che non avevamo contanti è scoppiato a ridere e ci ha detto “bienvenidos a Uruguay!”, passate domani a pranzo e saldate il conto, senza neanche chiederci come ci chiamassimo né dove fossimo alloggiati, trovato che per caso il weekend in cui eravamo a Montevideo era il primo weekend dei saldi, fatto shopping come una locale, ritornata a Buenos Aires, ri-scodinzolato un altro po’, tornati all’aeroporto, accolti in una Roma torrida da un amico, ospitati a quaranta gradi, passeggiato per una delle città più belle del mondo, bevuto ancora spritz, scoperto di essere indietro sulle ultime tendenze in fatto di aperitivi allo zenzero, mangiato amatriciane, carbonare e tonno alla griglia, ripreso la fantastica autostrada, arrivati a Milano la sera, cenato con altri amici e preso un treno il giorno dopo e finalmente arrivata a casa dei miei.

Come faccio a mettere in ordine tutto questo?

Come faccio a mettere in ordine tutto questo? (Senza sembrare autocompiaciuta)?

5 thoughts on “La stanzetta (e l’ansietta) di sempre: assenza di ordine. Quanta bellezza

  1. Ho perso il conto alcolico alla cena con la tua amica di 10 anni (o erano 7?)…cioè…dico…a quel punto eri già mbriaha persa, figuriamoci allo spritz nella città eterna comm stiv…comm a Santu Lazzar nient nient…per quanto potevi esse atterrata anche su Plutone, anzichè a Fiumiciattolo, voglio dire, il tuo reportage non mi pare per gniente attenTibile, scritto da na mbriahona…mbriaha… 😛

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