There must be something in the water

Nella mia somma (pazzia?) (no, ehm, intendevo) ricerca di farmi “piacere” o almeno “accettare” questo Paese in cui devo vivere ancora per qualche mese oggi ho avuto un’ideona.

La bicicletta!

E’ una cosa che mi è sempre piaciuta, praticamente sono stata tutt’uno con la bici per un sacco di anni, anche post-patente, visto che non ho mai guidato, e molto del mio (dicono bel) c*lo lo devo a questo potente mezzo.
Ed è anche una delle cose che vengono in mente non appena si pensa alla Svezia: gente bionda che scorrazza felice sulle proprie piste ciclabili perfette.

Come avevo fatto a non pensarci prima?

L’ho comprata mille volte, persa, regalata, non trovata più perché rubata fino addirittura a trovarmene una diversa un giorno che mi avevano rubato la mia…

Chissà perchè negli ultimi anni non l’ho più usata.

Oggi, con l’entusiasmo tipico di chi non vede il sole da decenni e percepisce un raggio di sole tra le nuvole (stamattina pioveva, appena visto il raggio di sole è stata grande emozione!) mi sono detta: dai! Oggi prendo la bicicletta! Che male mi potrà fare?

Pivella.

(Premetto che la bici io l’ho veramente sempre usata.
Ho passato un’estate a fare dodici km al giorno per andare e tornare da lavoro.
L’ho usata nei posti tranquilli della placida pianura veneta ma anche in mezzo ai viali trafficati, tra le colline toscane, in tangenziale, sulle strade sconnesse della Serbia rurale e tra le piste ciclabili della Danimarca.
Insomma non sono una novellina.)

(Ecco, diciamo che la prima persona che parlando di una cosa semplice da fare dopo tanto tempo mi dice “massì, è come andare in bicicletta!” le sputo in faccia.)

Allora il primo step è andare dal tabaccaio e chiedere qui in terra svedezze dove tutt-ò è sup- pér organizzà – t- tò la card stagionale.
“E vabbè che sarà mai” ho pensato.

Pivella.

Io ancora non avevo capito dove mi stavo mettendo.

Siccome non ero sicura che tutti i tabacchini aderissero (solita diffidenza sospettosa italica che riaffiora) ho avuto LA pensata del secolo: andiamo nel posto più turistico della Svezia! Lì sicuramente ce le avranno!

Entro, la tipa sorride, mi dice “Certo, ecco qua, compila il modulo!”. Mi dà una penna e mi lascia a me stessa.

Compilo il modulo, già che ci sono compro un panino (no, vabbè, non è che qua si fanno sforzi fisici per niente, eh!?), mi rimetto in coda paziente con la faccia neutra, come si usa fare qui, fissando un punto all’orizzonte davanti a me ma senza mostrare interesse né scocciatura.

Arriva finalmente di nuovo il mio turno e “ID card!” mi intima la signora. Pronta tiro fuori il passaporto, che lo so che qua non si fidano di nessuno, solo dello Stato.

Mi consegna l’ambita card e mi fa pagare.

Esco, alla ricerca del parcheggio bici e lo trovo, finalmente.

Dove?
Ma davanti ad un ristorante con AMPIA vetrata.
Come è abitudine in tutti i posticini fighetti dove la gente non va per socializzare ma solo per far vedere di essere lì, l’ampia vetrata del ristorante non mostra all’interno dei tavolini. No. Ma una mensola dove appoggiarsi.

Cioè praticamente quindici persone erano appollaiate a guardare me che prendevo in mano una bicicletta dopo tre anni.

Vabbè. No panico.

Dopo cinque minuti ad armeggiare con la borsa per farla stare nel cestino (e probabilmente risate degli avventori), dopo dieci minuti passati a mettermi la sciarpa (sì, sono una persona maldestra), altri quindici passati a capire dove fosse il cavalletto, salgo in sella!

AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH!

Il sellino è DECISAMENTE troppo alto.

Ah, l’avevo detto che stamattina avevo indossato una gonna a matita che in quel momento era diventata una mini?

Praticamente Carla Fracci che fa la spaccata smutandata.

Ma non ancora persa del tutto la dignità (cosa non si fa per il mio pubblico!), abbasso il sellino, salgo, aggiusto la gonna e via!
Via verso nuove avventure!!!

Già mi immaginavo a scorrazzare per le isole, costeggiare il lago, le barche, vento in faccia…

Pivella.

Non avevo considerato che il posto più turistico di Svezia si trova proprio a fianco alla salita peggiore di tutta la mia vita.

Vabbè, che sarà mai, da adolescente mi chiamavano Pantani i miei fratelli.

Pivella.

Praticamente non credo di aver mai fatto così fatica in vita mia.
Con i polmoni in mano arrivo in cima (mentre stì ‘azzo di svedesi mi sfrecciano a destra e a manca, soprassano, scampanellano alla grande facendomi capire di essere “persona non grata”), percepisco uno squillo.

Quale momento più propizio per fermarmi, senza fare nell’occhio, facendo la parte di quella che “beh, mi hanno chiamato, ho dovuto rispondere, mica è che non ce la faccio più a respirare, seee!”?

Mi fermo.
Avendo notato che questi svedesi a cavallo delle loro bici si sentono Superman e diventano supercompetitivi (ovviamente LORO sono tutti attrezzati per fare il Tour de France stasera e il Giro d’Italia domattina, con supercalzettoni, giacchetta antivento, gilet fosforescente per segnalare il loro passaggio, e caschetti in tinta) capisco che qua, nelle magnifiche piste ciclabili del Regno di Svezia bisogna comportarsi come in tangenziale: quindi accosto.

Esc… ehm tiro fuori (che poi le mie amiche ogni volta che torno in Veneto mi accusano di parlare “teròn”) il cellulare, scendo dalla bici, mi tolgo da mezzo cercando di non creare (ulteriori) casini.

Si ferma una signora di almeno settant’anni, in tenuta da biciclettara d.o.c. con il caschetto verde, gli occhialini da sole ergonomici, la giacchettina tecnica e almeno dieci contapassi o aggeggini di cui ignoro l’utilità attaccati ai polsi, e mi fa “Tutt’apposto?”.

Ecco.
La vecchina che si ferma a chiederti se hai bisogno di qualcosa era l’ultima falciata all’ autostima. Quella che mi mancava.

Grazie Signò.

Puzzando come un caprone (l’ho detto che stamattina, a sei gradi centigradi e con pioggia battente avevo messo un bel giubbottone con il pelo? Interno. Ecco.) mogia mogia decido di tornare alla base (tanto la salita al contrario è tutta discesa!).

Pivella.

C’era ancora salita, prima di arrivare alla discesa che non sono manco riuscita a godermi perché mi sfrecciavano di nuovo i mille ciclisti superagonisti di cui questa città è popolata.

Vabbè, e quindi l’avventura finisce qui, no?

Pivella.

Ovviamente la rastrelliera era tutta piena.

Vabbè, sorvolo sull’attesa per vedere se si liberava un posto, il messaggio di allarme che mi apparso quando ho cercato di strusciare la carta comunque, e il dito che mi sono massacrata cercando di far entrare gli attacchi del cestino dentro alla barra elettrica.
Sorvolo.

E comunque deve esserci qualcosa per cui io e questo Paese (ed i suoi competitivi ciclisti) non andiamo d’accordo.
There must be something in the water.*

*Stavo per scrivere questo post quando ho sentito questa canzone e mi è sembrata appropriata.

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7 pensieri su “There must be something in the water

  1. wif ha detto:

    Io però mi chiedo ma questi che vanno in bici sono grassi?
    Durante un corso all’estero (per superselazionati) ho scoperto che erano grassi o con le gambotte o la panza. Ci sono rimasta male perché gli svedesi che conosco io (amici dei miei e pure i miei dentisti), sono tutti in formissima dai 30 ai 77 anni. L’unico col girovita generoso è il mio danese.

    Mi piace

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