L’ indipendenza economica da expat in coppia: quel che sembra non è

E’ da un po’ che ho in mente di parlare di questo tema, perché in questi anni ho ascoltato varie versioni e devo ammettere che non ho ancora un’idea chiarissima sulla questione, ma ormai abbastanza definita, questo sì.

Quando si parte e si va a vivere fuori dal proprio Paese ci sono varie motivazioni che possono spingere e sono personalissime.

Direi che in generale quelle della gente che ho incontrato erano più o meno raggruppabili sotto: curiosità, insoddifazione per la propria condizione (lavorativa, salariale, matrimoniale… ), senso di sfida con se stessi.

Queste più che condizioni sono stati d’animo, e come tutti gli stati d’animo sono destinati a mutare.

Il trasferimento invece, pur non essendo più un ergastolo a vita, è decisamente meno facilmente mutevole dello stato d’animo: se hai deciso bello baldanzoso sull’onda dell’arrabbiatura contro il sistema della kasta di trasferirti in Australia, una volta che cambia il governo e a te mancano gli amici e la mamma non è che puoi rifare le valigie e ripartire subito subito come se niente fosse…

 

Tutte queste considerazioni mi hanno accompagnato le altre volte che mi sono trasferita, e nel mio piccolo biosistema mononucleare autosufficiente bastavano a giustificarmi e a farmi andare avanti.

Quando sono andata in Francia la mia motivazione era la curiosità PIU’ iniziare a fare il lavoro che sognavo di fare “da grande”.

Nei momenti in cui lo stipendio ritardava o dovevo fare tre volte i conti se mi conveniva di più fare l’abbonamento o comprare i biglietti singoli perché Febbraio ha due giorni in meno (o tornare a piedi), mi scodellavo il mio riso in bianco senza fare nessuna storia.

Era la MIA decisione, era il MIO futuro, era la MIA motivazione, mi bastava.

E me ne assumevo tutte le conseguenze, anche poco piacevoli.

La mia convizione (curiosità + lavoro) era abbastanza per farmi superare gli ostacoli, dovevo dare conto solo a me stessa.

Quando ho deciso di andare in Spagna la mia motivazione era soprattutto NOIA, ero stanca di stare in Italia, mi sembrava tutto fosse uguale e il mio relatore mi aveva rimbalzata da Giugno a Novembre per la tesi.

Avevo pensato: ora vado a fare un mesetto la cameriera in Spagna, miglioro lo spagnolo e poi torno per l’ esposizione della tesi.

Poi, una volta là, ho capito che potevo avere più di questo, avrei potuto fare davvero il mio lavoro, quello che sognavo, e ogni mese ho rimandato il ritorno, fino a starci due anni.

Tutto il tempo in cui sono stata là ho fatto almeno due lavori, e negli ultimi mesi lavoravo per nove posti diversi.

La mia motivazione (miglioro la lingua + faccio il mio lavoro + sto in un posto che mi piace) era abbastanza per farmi superare i momenti bui (e nel mio periodo spagnolo ce ne sono stati, eccome), sia dal punto di vista del cuore che del conto in banca.

Valeva per me, e guardandomi allo specchio mi sembrava che l’unica persona da accontentare e da non deludere fosse proprio lì davanti.

Ora le cose sono cambiate, sono in coppia.

E questo, dopo aver scardinato i paletti di tutte le basi della mia vita, ha cambiato anche il numero di persone a cui rendere conto in vista di un trasferimento.

Quando mi sono trasferita in Svezia nessuna delle motivazioni che mi aveva supportata prima (curiosità, lingua, lavoro, posto che mi piace) si trovava in valigia, tutte scambiate al mercato nero per una che in teoria le doveva inglobare tutte, o almeno da sola essere più grande: l’amore.

Ah ah ah.

E rido, non perché non sia vero, non perché io non sia innamorata del mio Orsacchiotto, non perché la nostra vita di coppia non sia ancora più meravigliosa di quello che mi sarei mai aspettata, non perché stiamo male ma perché tutto questo affidarsi all’amore è una cavolata.

Io sto bene con l’Orso e sono genuinamente contenta di avere lui accanto, ma l’amore da solo come motivazione per l’espatrio non è abbastanza.

Non per me.

Nei momenti bui, guardarsi allo specchio e sapere che quelle difficoltà non dipendono completamente da te, che non sei tu l’unica persona a cui rendere conto e da incolpare se qualcosa va male, fa sentire disorientati.

Almeno per me.

Oh, io non sono Indiana Jones, non sono Virgh Cuor di leone, ho avuto le mie difficoltà come tutti, e non sono una “role model” per storie di successo di “giovani italiani che ce l’hanno fatta all’estero” che si leggono su Italians in fuga.

Però ho sempre avuto ben chiaro che andandomene avrei dovuto rendere conto ad una persona in particolare, me stessa. E che i sacrifici erano tutti in nome di quelle motivazioni che mi avevano spinto all’inizio.

Ora, io ( e lo ribadisco: per me, magari per altri è diverso) ho capito che l’amore non ingloba e non è da solo abbastanza per essere barattato con tutto il resto, che per me è: soddisfazione personale, fare il mio lavoro, curiosità per il posto dove sto, lingua che mi piace, Paese che mi affascina.

Quindi vorrei passare al passo successivo, ovvero l’espatrio con queste motivazioni: [(lavoro, Paese che mi piace, curiosità, lingua) + Amore]. Tutto assieme.

 

Negli ultimi anni mi sono appassionata ai blog di italiane all’estero, e spesso ho ritrovato sensazioni e stati d’animo che ho vissuto o che vivo anch’io, raccontati meglio.

A volte si tratta di donne che hanno preso la valigia e se ne sono andate spinte dalle motivazioni che hanno mosso anche me (curiosità, sfida con se stessi, ricerca di un lavoro più simile alle proprie aspirazioni), ma molto spesso si tratta di donne che hanno lasciato l’Italia spinte da quell’altra motivazione assoluta che tutto eleva e che tutto può: l’Amore.

Osservo queste persone raccontarsi e ci trovo tante contraddizioni, le stesse con cui ho dovuto convivere io in questi due anni e mezzo di Svezia.

Da una parte sei felice di “seguire” la persona che ami, sei felice per lui, sei felice si stia realizzando nel lavoro, ti senti orgogliosa dei suoi successi.

Dall’altra ti ritrovi in un Posto dove non hai amicizie, contatti, famiglia, punti di riferimento (la tua libreria preferita, il baretto di sempre, la passeggiata in quel quartiere che ti piace tanto e che ti rilassa, le distanze che conosci) e, presto o tardi, ti ritrovi senza soldi.

E’ un processo lento, spesso una non se ne accorge, ma presto o tardi si arriva a dover chiedere soldi a quello che tutto eleva e tutto sublima: l’Amore.

La motivazione pura, la motivazione perfetta per l’espatrio, le frasi dolci e forti “ce la faremo assieme” si sgretolano davanti alla più banale e veniale verità: per campare ci vogliono i soldi.

E i conti bisogna farli in due.

Davanti a questa realtà, ci sono reazioni diverse. Credo dipenda da molti fattori: il Paese dove si abita, il carattere, le competenze professionali, l’attitudine a mettersi in gioco.

Quindi ci sono donne che se ne fregano di chi stia con loro, del perché e del percome si siano trasferite, si iscrivono ad un corso di lingua se non la parlano già, e si mettono a cercare a tappeto, finché qualcosa con cui impegnare le giornate e rimpolpare il conto in banca la trovano.

Poi ci sono quelle che vorrebbero fare come sopra, mettersi a cercare “a drago” (come dice una mia amica) mandando cv e facendosi il giro delle sette chiese ogni giorno, ma si trovano in un Paese “ostile”: un Paese dove l’emancipazione della donna non è ancora ad ottimi livelli e la società è abituata a vedere le donne come casalinghe.

Ho avuto un’amica in questa condizione per anni, non mi sento di giudicare, so quanto ci si stia male a voler lavorare e a trovarsi facce appese ogni volta che si chiede qualcosa.

Oppure il loro ruolo di expat le fa percepire “diverse” dalla società in cui vivono e nessuno si aspetta da loro altro lavoro che stare a casa, impartire ordini alla servitù, controllare la potatura delle rose e attendere che il marito rincasi.

Questo succede per tutte quelle che sono “expat” e non “immigrate”. Tradotto significa: tutte quelle che hanno tratti occidentali e pelle bianca che accompagnano i mariti per ruoli di rilievo, in Paesi dove ci sia un forte analfabetismo, molta corruzione, scarsa trasparenza nel raggiungimento del potere, e molta povertà.

Poi ci sono quelle che si deprimono. (Anche qui, nessun giudizio da parte mia. Io pensavo che la depressione fosse un’invenzione, che non esistesse, prima di: a) scoprire che alcuni persone a me molto vicine ne soffrivano gravemente; b) venire in Svezia)

Sono persone magari intraprendenti, magari allegre, oppure già predisposte ad una bassa autostima. Fatto sta che prendere armi e bagagli e partire per seguire la persona amata scombussola. Cambia tutto, e anche il rapporto che una ha con se stessa.

Nel mio caso è stata una scommessa molto azzardata (sono partita e ci conoscevamo da due anni, stavamo assieme da uno) per il momento mi è andata bene (siamo molto più uniti e ci siamo trovati molto più simili di quanto pensassimo all’inizio) ma in altri può presentare strane scoperte.

Vivendo nella stessa casa con una persona, in un Paese sconosciuto, spesso senza sapere la lingua e senza avere niente da fare tutto il giorno, senza nessuno con cui sfogarsi, può tirare fuori lati inaspettati di noi: dalle risorse incredibili di pazienza, alla più gretta meschinità.

A volte, appunto, anche la depressione.

Ho conosciuto una famiglia di expat. Lei si era trasferita per seguire lui quando avevano trent’anni. Lui uno molto grintoso, pieno di entusiasmo e sempre positivo, lei una con scarsa autostima, perennemente a dieta.

All’epoca non avevano figli, si erano trasferiti a Singapore e mentre lui lavorava lei… lei che faceva? Ho chiesto incuriosita.

“Mi annoiavo e facevo shopping”.

La laconica risposta.

E non si trattava di una deficiente, di una che non avesse carte in regola per farcela.

E’ che a volte il cambiamento può portare a non sentirci più veramente padrone di noi stesse.

Ed ecco che si insinua il fantasma della “dipendenza”.

Certo, non dall’alcol né dalle droghe, ma comunque pericolosa.

I primi mesi in Svezia, io non ero a zero sul conto, avevo un bel po’ di risparmi e cercavo lavoro ventisei ore al giorno.

Dopo pochi giorni, mi contattano e mi dicono che posso iniziare. Si trattava di un lavoretto e quindi non abbastanza da permettermi una sussistenza ma intanto, come si dice, “già qualcosa”.

Essendo appena arrivata, e non ancora registrata (quindi priva del codice fiscale svedese che ti permette accesso a tutto) non avevo un conto presso una banca svedese.

“Non c’è problema, dacci quello di tuo marito e ti paghiamo lì”.

Di quella frase non so se il colpo più forte all’autostima l’abbia dato la parola “marito” (cioè io sono venuta qui con il mio ragazzo, non ho mai conosciuto i suoi, ho girato l’Europa da sola e ora sembra questo lo chiamate “marito”???)  oppure il dover essere pagata sul SUO conto.

Che sembra una stupidaggine, e sicuramente lo è, ma questo mi ha portato per la prima volta in vita mia da quando avevo sedic’anni (anno in cui ho smesso di chiedere la mancia a papà, perché lavoravo già) di chiedere SOLDI ad un uomo.

Sì, vabbè, poco importa che fossero i MIEI soldi.

Un muro si era rotto.

E sarebbe stato solo il primo.

Mi chiedo come sia per una persona abituata a contare solo sulle proprie forze e risorse andare a chiedere soldi al marito, al compagno, al fidanzato, al convivente.

Io leggo queste storie di espatriate italiane, al seguito dei mariti e mi chiedo quanto di vero, quanto di felice, quanto di onestamente sereno ci sia dietro la facciata del “mi sono trasferita per amore”.

E poi, leggo i commenti, anche quelli, frutto di esperienze le più disparate e vedo con quanta leggerezza si dica ad una “ah beh, tu stai a casa e fai la mantenuta, SI VEDE CHE TE LO PUOI PERMETTERE”.

Forse c’è ancora molto da chiederci, molto da guardarci in faccia, molto da fare nella strada per riuscire a mettere l’amore tra le motivazioni di un espatrio, (ma soprattutto per non mettere l’espatrio come motivazione per la fine di un amore).

 

L’indipendenza economica di una donna in coppia non è facile.

Ma spesso non dipende solo da lei.

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14 pensieri su “L’ indipendenza economica da expat in coppia: quel che sembra non è

  1. drusilladeserto ha detto:

    Io sono una di quelle donne che ha deciso di espatriare per amore, non solo di un marito che è mio compagno di vita da diciotto anni, ma anche per amore dei miei figli, per la voglia di dar loro quel qualcosa in più di ciò che ho ricevuto io. Confesso che il mio lavoro in Italia non mi rendeva felice e non ho esitato a mollarlo, confesso che ci sono momenti difficili da affrontare soprattutto legati ai paesi in cui viviamo, ma confesso anche che rifarei le stesse cose ancora e ancora. Credo che come tutte le questioni di vita si tratti più di una questione di priorità. Cos’è importante per noi? Cosa consideriamo fondamentale per la nostra soddisfazione e felicità? Tutto qui. Per questo non mi sento di giudicare chi prende decisioni opposte alle mie o anche chi non mi capisce. Molto bello il tuo post, offre un bello spunto per una profonda riflessione!

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    • virginiamanda ha detto:

      Ciao Drusilla,
      e grazie per aver commentato!
      Sì, neanche io mi sento di giudicare, ci sono così tanti fattori e variabili che possono combinarsi e farci propendere per una scelta piuttosto che per un’altra. Io non ho figli e per me non è facile immaginarmi nella situazione di chi invece ci deve pensare e agire di conseguenza.
      Quando penso ad averne, mi trovo a fare considerazioni simili alle tue “voglio dargli di più di quello che ho avuto io!” (anche se non mi posso lamentare), ma forse… non sono le considerazioni di tutti i genitori? Chi non vuole il meglio per i propri figli?
      Come dici tu: ci sono priorità da considerare, e non è facile mettersi nei panni degli altri, soprattutto quando fanno una scelta così radicale come quella di mollare tutto e partire con una famiglia.
      Però, per spezzare una lancia a favore delle famiglie expat: l’anno scorso ho lavorato qualche mese a stretto contatto con una diciottenne espatriata piccolissima con mamma e papà dal Brasile, per via del lavoro del padre, un dirigente. Avevano già abitato per svariati anni in almeno sei Paesi diversi.
      La ragazza aveva “solo” diciotto anni ma una maturità che più volte mi ha spiazzato. Parlava del papà con il tipico affetto/adorazione della figlia ma anche della madre con una consapevolezza dei ruoli che io avrei riconosciuto solo sei/sette anni più tardi.
      Le famiglie che hanno vissuto assieme questi cambiamenti di Paese, di lingua, di tutto, sono più unite (lei faceva tranquillamente shopping o andava a fare zumba con mamma, io alla sua età me ne tenevo lontana) e i figli diventano “donne” e “uomini” fatti prima.
      Mi è sembrato un esempio positivo, davanti a tutti quei detrattori che (a me già da ora) non vedono l’ora di criticare a suon di “come farai a crescerli lontano da tutti, con troppe lingue in testa etc etc?”.
      🙂
      Grazie ancora del commento!

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  2. laformicascalza ha detto:

    Bellissimo post. Anche io sono all´estero, per fortuna un po´per lavoro e un po´per amore, siamo giovani e non abbiamo figli. Da un po´ seguo vari expatblog, tra cui il tuo, ma credo sia la prima volta che commento. Io queste mamme che lasciano tutto per seguire marito e figli le capisco, ma ho paura di come vivrei io questa scelta. Per capire e non per provocare, ho provato a chiedere ad alcune di loro come facciano ad essere certe della loro decisione e se non temano mai di pentirsene un giorno, magari quando i figli saranno un po´più grandi e loro vorranno rientrare nel mondo del lavoro. Credo che la mia domanda non sia stata compresa e mi hanno sempre maltrattata come se stessi insinuando che sono delle parassite.

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    • virginiamanda ha detto:

      Intanto grazie per il commento!
      Credo che per molte l’argomento sia molto delicato e spesso scrivendo magari certi toni sembrano più accesi di quanto non lo siano nella realtà.
      Magari per te e per me è in un certo modo, perchè siamo senza figli e siamo abituate a fare le cose così, ma forse quando hai dei figli e vai in un posto dove non è facile trovare lavoro diventa abbastanza automatico pensare: mi occupo dei figli. In certi casi nella coppia lo si dà per scontato (cioè entrambi sono d’accordo, e alla donna va benissimo così), in altri è dettato dalle circostanze (e alla donna non va tanto bene…). Credo che nel secondo caso sia più facile sentirsi punti nel vivo quando ti chiedono: ” e tu? Come mai non lavori?”. E’ come toccare un nervo scoperto: fai finta di niente ma quando te lo chiedono scatti.
      A me succede quando mi chedono: “Ti piace la Svezia?”. Non riesco mai ad essere diplomatica e serena nella risposta…
      😉

      Ma tu invece, come ti stai trovando? 🙂

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  3. lisecharmel ha detto:

    tutto quello che hai scritto vale anche se non si espatria. vale che quando fai le cose sei in due e devi tener conto di questo “due” quando le fai e non solo a te stessa. vale anche se resti in patria e decidi che sarà lui a portare a casa lo stipendio perché magari, per ipotesi, tu trovi che sia meglio occuparti a tempo pieno dei figli.
    per me l’indipendenza economica è un fattore fondamentale, anche se continuo a vivere nella stessa città di quando sono nata, non so cosa farei se dovesse capitarmi una situazione in cui non è più possibile.

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    • virginiamanda ha detto:

      Brava!
      In realtà anche per me è un quesito…
      e lo sarebbe anche se fossi rimasta in Italia o lo sarà quando tornerò in Italia.
      Io non ho mai pensato ad avere figli, però sono stata cresciuta con papà che lavorava e mamma che faceva la casalinga e si occupava di noi.
      Per l’epoca (parliamo di trent’anni fa) i miei sono stati abbastanza “avanti”: mamma ha accettato di occuparsi di noi e di non cercare lavoro e papà l’ha praticamente “assunta” come nostra “tata”.
      Per me questo era la normalità, solo crescendo ho capito quanto fossi stata fortunata: mamma non si è mai sentita (o forse si è sentita, ma non l’ha dato a vedere…) “inferiore” perché anche lei aveva un ruolo, ed il ruolo era retribuito, punto.
      Se penso ad avere figli mi piacerebbe vederli crescere ed occuparmene io, e mi piacerebbe avere un lavoro compatibile.
      Per fortuna il mio è un lavoro che si può incastrare bene con gli orari di bambini o di adolescenti, ma per molte donne non è così.
      E ad un certo punto bisogna fare una dolorosa scelta: marito a casa e donna al lavoro, donna al lavoro e marito al lavoro, marito al lavoro e donna a casa. Ci sono tre possibilità eppure per quanto brave ed emancipate come mai si finisce sempre, in Patria e fuori, a sentire parlare della terza?

      E hai ragione tu: bisogna trovarcisi, l’indipendenza economica è fondamentale anche per me ma…
      Ma ci sono un sacco di altre cose da considerare.

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  4. Ale ha detto:

    Scusa, ma non si potrebbe tranquillamente lavorare ed occuparsi della casa entrambi?
    Perché si parla ancora di ‘sta storia dei ruoli?
    Quando sono arrivata non avevo uno straccio di lavoro però ho trovato subito tanti piccoli lavoretti e mi ci sono buttata a pesce. Poi, è accaduto che le parti si siano capovolte (lui ha perso il lavoro). Io gli ho regalato i soggiorni in Italia con le cure termali perché era giù di morale e doveva curarsi un problema della pelle. Ora, per questa sessione, lui ha accettato di lavorare un po’ di più per lasciare a me la possibilità di finire dei progetti importanti. Noi facciamo sempre a metà di tutto.
    Se vado in missione lavorativa all’estero, me lo porto dietro. Lui fa il turista e io lavoro.
    Pare quasi che l’expat sia lui… 😉

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    • virginiamanda ha detto:

      Ma io sono d’accordo!
      Scusami, perché forse nel post non sono stata abbastanza chiara: ma io non ho mai pensato di dover “dipendere” da lui in quanto donna, anzi! E tra noi si fanno spesso discorsi del tipo “stavolta io ho seguito te, la prossima tu segui me” e sono abbastanza naturali.
      Ma quello di cui mi sono resa conto è che non è sempre così scontato e facile.
      Non c’è solo quello che noi vogliamo, o quello che decidiamo in coppia, ma ci sono anche altri fattori e non è detto che non incidano (essere expat in un Paese dove le donne NON lavorano non è una condizione che permetta grande emancipazione economica per la parte femminile della coppia).
      Mi sono resa conto che tante cose che davo per scontate, in realtà dipendono dal modo in cui sono stata educata e dal tipo di vita e scelte che ho fatto finora.
      Ma non è che siano sempre esportabili e irrinunciabili, quando si è in coppia.
      Non si tratta di “ruoli” all’interno della coppia, si tratta di “ruoli” visti dall’esterno e in tanti Paesi la coppia non è l’unica a decidere.

      Inoltre, poi ci sono anche donne a cui va bene occuparsi della casa e dei figli, e uomini a cui va bene occuparsi della casa e dei figli, ma sono drammaticamente meno.

      🙂

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      • Ale ha detto:

        La soluzione è solo fidanzati nordici, tedeschi e anglosassoni e niente espatrio in Paesi poco evoluti. Oppure una fa la vita coloniale per qualche anno, avendo altri interessi personali (scrittura ecc.).

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  5. Frou Svedese ha detto:

    Avevo letto il post in tempi utili, poi ci ho pensato su per una settimana e ancora adesso non so da che parte cominciare.
    Ti capisco e mi sento toccata nel vivo dalle tue osservazioni. Prima emigrata a zonzo a Barcellona, ora con moroso al seguito per una mia opportunità lavorativa. E sì, i soldi incidono su alcune decisioni ma quello che incide di più è il trovarsi in un nuovo ambiente e non necessariamente congeniale a entrambi.
    Con il rischio di sembrare una pazza, io a Barcellona non ero felice. Non del tutto. Ero in un posto bellissimo ma in cui non conoscevo praticamente nessuno e la mancanza di uno scopo (se non quello di cercare lavoro e tenere in ordine la casa, visto il maggior tempo libero) mi rendeva apatica.
    Ora, al contrario, io passo fuori casa buona parte della giornata e lascio a casa uno che deve scrivere la tesi di dottorato (immaginiamo lo stress e il tedio costante di questa mansione) che si trova, suo malgrado, in un posto che non ha scelto e che è lontano dal mare (il mare è un elemento quasi vitale per il soggetto in questione).
    Cosa fare? Oltre a preoccuparsi dei soldi il mio pensiero va anche e soprattutto, almeno in questo periodo, alla stabilità emotiva. Di tutti e due.
    Un abbraccio e un saluto alla Svezia.

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    • virginiamanda ha detto:

      Anch’io sono lenta nelle risposte…
      Capisco benissimo lo stato d’animo.
      Ti posso dare varie consolazioni:
      1) il tuo soggetto sarebbe stressato e sull’orlo di una scogliera in qualsiasi posto del mondo, e questo non dipende dal posto, ma dal fatto che deve scrivere una tesi di dottorato. Quindi NON E’ COLPA TUA!
      2) Durante gli inizi bisogna sempre ingranare, e questo è un inizio per te (lavoro in un posto nuovo), un inizio per lui (scrivere tesi al seguito della fidanzata in un posto nuovo), e per entrambi (siete sotto lo stesso tetto da non molto, mi sembra di capire, e in un Paese dove prima non avete mai abitato assieme). E’ normale che ci siano screzi, e che ci sia bisogno di una fase di aggiustamento. La cosa positiva è che tu sei fuori casa la maggior parte del tempo e quindi almeno non vi scornate tutto il giorno.
      3) La stabilità emotiva is the new felicità. Una volta tutti erano alla ricerca della felicità, oggi lo sono della stabilità emotiva (sai com’è, con la crisi meglio volare bassi!). Non è facile da raggiungere. Ma l’importante, o almeno quello che ho capito io in questi anni di triste Svezia con l’accompagnatoria, è avere dei punti fissi, dei paletti, ben precisi, che non ti facciano deragliare. I miei sono: cercare di non rinfacciare, quando succede qualcosa di bello dirlo, ripeterlo, renderlo reale, uscire quando c’è il sole, non aspettarmi che l’altro abbia voglia di fare le cose quando ne ho voglia io, ma farle comunque (da sola), relegare la pulizia e l’ordine della cosa all’ultima delle priorità.
      Magari anche tu ne hai alcuni che ti permetteranno di vivere in modo più sereno questi mesi con lui in Great Britain.

      Detto questo, ma sai che sto cercando di sconfinare proprio da quelle parti?
      Ti saluto la Svezia intanto!
      Un abbraccio forte!

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  6. Giupy ha detto:

    Post molto bello! Io e il mio ragazzo (con cui sto da 10 anni, quindi non e’ proprio una storiella) abbiamo sempre deciso che l’amore e’ bello ma ci vuole anche altro, come avere una carriera, sentirsi realizzati etc etc… cosi’ questo mi ha resa la Regina delle Storie a Distanza. E’ interessante poi come tu scrivi tutto al femminile: nel mio caso l’expat sono io ed e’ lui che mi ha piu’ o meno seguito in vari posti cercando qualche lavoretto.. cosa che ovviamente e’ molto poco socialmente accettata. Essere una donna fa un po’ schifo a volte..

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    • virginiamanda ha detto:

      Grazie Giupy! (Ma a proposito di te: ma perché il tuo blog non mi lascia mai commentare con l’account wordpress? Ti avrò lasciato quattro/cinque commenti nei vari mesi da quando lo leggo e ogni volta mi appare “il tuo commento è in moderazione”. Ma, giurin giurello, non ho scritto parolacce! Sarà che Blogspot mi vuole male? No entiendo…)
      Io più che parlare al femminile, parlo al personale! Lo ribadisco sempre, prima di trovarmi in discussioni che non saprei gestire: io posso parlare solo per me. E io anche sono affezionata alle storie a distanza, tutto l’anno in Turchia l’ho vissuto su Skype tanto che ad un certo punto ci siamo pure lasciati.. che t’ho dico à fà!
      La contraddizione sociale che tu descrivi ce l’ho molto ben presente: ogni volta che io prendevo e me ne andavo in un altro Paese da sola, a casa (non strettamente i miei, ma le persone intorno) tutti a dirmi “ma sei matta!?”, quando ho annunciato che andavo in Svezia “perché lui aveva trovato lavoro là e io ne avrei cercato uno” tutti sollevati! “Ah, vai per seguire lui, certo…”.
      No comment.

      Capisco benissimo il tuo punto di vista come coppia e lo condivido.
      Noi, come coppia, abbiamo sempre avuto ben chiaro che ci saremmo spostati in un posto dove essere realizzati entrambi e non abbiamo mai guardato al fatto “io seguo te, tu segui me”, ma solo al fatto di essere soddisfatti. Ora, per esempio, io sto facendo le carte per andarmene e se tutto va in porto, sarà lui a seguire me. Ma quello che a noi sembra una cosa normale (io sono infelice qui, quell’altro posto invece mi permetterà di crescere ed avere accesso a molte più opportunità; lui ne è ben contento e mi raggiungerà non appena possibile), agli occhi degli altri è inconcepibile.
      Tu, UOMO, molli tutto per seguire lei?
      Ma per fortuna noi abitiamo all’estero e questi commenti li sentiamo solo a Natale, quando, per fortuna, abbiamo la bocca troppo piena per rispondere a tono…

      Essere donna non fa schifo, secondo me, è cercare di far capire che “essere donna” non è solo quello a cui la gente che guarda Maria de Filippi tutto il giorno è abituata a pensare che sia, che fa schifo. Da quel tipo di conversazioni io ne esco sempre a pezzi.

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  7. FRANCESCA ha detto:

    Ciao!
    Finalmente trovo qualcuno nell’ etere che ammette di aver avuto un periodo di down…mi ha fatto bene leggere il tuo post, in un momento per me per nulla sereno e di stravolgimenti.
    Tre anni fa quasi, parto per il nord UK per seguire il mio compagno e il suo progetto professionale. Convivevano da tanto in Italia ed entrambi non avevamo mai avuto un lavoro soddisfacente. Siamo partiti come ultima chance da giocarci anche se io non avevo dalla mia né la conoscenza della lingua né una vera professionalità…. Solo entusiasmo.
    Che purtroppo si è spento molto in fretta.
    Non avevo fatto i conti con la mia adattabilità, o forse pensavo di conoscermi e mi sbagliavo.
    Ho passato i primi mesi a piangere e a non uscire perché arrivare là a febbraio è come entrare nel regno di Mordor ( se si scrive così ).
    Ho capito il perché dell’ alta percentuale di suicidi dei paesi nordici.
    Uscivano pochissimo, zero conoscenti, nessuno con cui parlare, aspettavo solo che tornasse dal lavoro per avere un contatto umano….io che, si è vero non sono la persona più socievole del pianeta, ma sono sempre stata autonoma, avevo la mia auto in Italia che mi faceva sentire libera, spesso ero io quella che portava a casa la “pagnotta”, aperitivi, pizzeria, mostre, concerti, sagre e cene con amici. Zero di tutto questo. La mia famiglia poi non mi aveva osteggiato ma diciamo che forse avrebbe preferito vedermi “sposata al panettiere dietro casa”! ( quindi incoraggiamento zero ) Lui era completamente assorbito dal lavoro e dall’ esperienza, lo sentivo distante.
    Forse siamo partiti con approcci diversi che ci hanno allontanato.
    Lui con tutti i documenti in regola per restare, io con la residenza dai miei ” che poi se va male…”
    Io con i mesi non riuscivo davvero ad ingranare, mi sentivo triste, in gabbia, inca**ATA e in colpa ma ero bloccata, al mattino spesso non volevo nemmeno alzarmi. Ho capito dopo un anno e mezzo che era depressione. Ci siamo allontanati troppo e la relazione si è sfasciata. Lui realizzato, autostima alle stelle, riconoscimenti e una nuova relazione all’ orizzonte.
    Io che in quello stato non sapevo che fare, son tornata dai miei a giugno.
    Una tragedia. Sento di avere la responsabiltà di non aver agito da persona matura, ma non riuscivo a vedere il mio futuro, mi sentivo isolata dalla lingua e in casa mi sembrava di vivere con un estraneo. Sto cercando di capire da dove ripartire, chi sono, cosa voglio, cosa fare e dove andare.
    Lo stato di expat una volta che l’ hai provato rimane permanente.
    Dov’è casa?
    Ristabilire obiettivi sarà il mio prossimo obiettivo. E il primo posso dire con certezza è che non buttero mai più anni della mia vita investendo solo in una relazione o su progetti altrui (a meno che non siano condivisi in partenza).
    E magari ripartirò da sola alla faccia di tutti…forse meglio sole che…
    Grazie di aver letto questo lungo sfogo! 🙂 un abbraccio a tutte le donne in giro per il globo.

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