Pensieri da mettere in fila: i perché e le sottrazioni

Mi sono state dette e capitate tante cose in questi giorni, e le devo mettere in fila.

– mi hanno fatto pensare in questi giorni, mi hanno chiesto: ma secondo te perché noi che siamo brave persone, ci comportiamo bene, facciamo il nostro dovere, siamo gentili e viviamo come tutti dobbiamo sentirci dire che “siamo violenti perché siamo mussulmani?”

– ho pensato che se un giorno facessi qualcosa di assurdo o criminale e nei giornali invece di scrivere il mio nome si scrivesse “cattolica bianca” forse chi legge farebbe caso alla mia religione e al mio colore e sarebbe spinta ad associarli al crimine che ho commesso

– mi hanno detto: “pensano che i mussulmani siano violenti, e allora vogliono  farci una guerra contro”

– confesso che non ho trovato il nesso, io se penso che uno sia violento me ne sto volentieri alla larga, mica vado a casa sua a picchiarlo, no?

 

 

Tutti questi pensieri mi hanno un po’ confuso e hanno contribuito a far vacillare un po’ quelle riflessioni generali che facevo da tempo.

Una di queste riflessioni consisteva sulla riduzione.

La riduzione o sottrazione mi sembra che sia il meccanismo applicato negli ultimi decenni dai Paesi che ho conosciuto più a fondo con solide radici storiche cristiane davanti ad immigrati di altre religioni.

E lo vedo tutti i giorni a mensa.

A mensa l’unica carne cucinata è il pollo.

Il maiale offende mussulmani ed ebrei e la mucca offende gli indiani.

Il buffet in genere comprende: pollo, pesce, piatto vegano, piatto senza glutine, piatto senza lattosio, verdure e insalate.

Qualche mese fa un signore è venuto da me a lamentarsi perché non servivamo cibo “Helal“.

Questo è l’esempio più vicino a me di quello che intendo per “sottrazione”. Ovvero io potrei mangiare qualsiasi cosa, in quanto la mia salute (non ho allergie né intolleranze) e la mia religione non mi proibiscono di ingerire cibi o bevande, ma siccome so che di tutti i cento cibi che io posso mangiare tu ne puoi mangiare settanta, allora dico vabbè dai, ne mangio anch’io settanta che male fa.

Poi arriva anche un altro e di quei settanta che io e te possiamo mangiare ne può mangiare cinquanta, e allora io e te ci guardiamo e diciamo ok, dai, cinquanta, dai, l’importante è che non litighiamo.

Poi ne arriva un altro e dice che lui di quei cinquanta ne può mangiare venti, e allora noi tre alziamo il sopracciglio però va bene, venti.

Io dai miei cento cibi sono passata a venti, che va bene, eh, tanto gennaio è il periodo delle diete.

Ma la mia domanda è: poi gli altri ottanta quando sono da sola me li potrò mangiare?

E questo per me si estende a tantissime altri campi.

Noi, con una cultura ben radicata da secoli siamo diversi e abbiamo abitudini e riti diversi.

Nell’ultimo secolo abbiamo smesso di crederci e un po’ alla volta abbiamo lasciato andare un sacco di comportamenti che prima erano all’ordine del giorno (il velo in chiesa, partecipazione comunitaria agli eventi religiosi, senso di comunità…) per insofferenza, individualismo o pigrizia.

E ora ci troviamo davanti a qualcun altro che invece i suoi riti e i suoi doveri verso la propria comunità ce li ha ben presenti che ci mette in difficoltà.

Ci mette in difficoltà perché ci sentiamo in colpa, perché ci sembra che forse anche noi dovremmo avere una comunità di riferimento alle spalle ma ci voltiamo e vediamo solo persone impegnate a scorrere la schermata di whatsapp.

E allora optiamo per la strategia “quieto vivere”: vabbè dai, se a te offende tanto allora io tolgo questo e questo, tanto vivo lo stesso.

Tutta la nostra comunità è ormai fondata su questo principio di base: “la sottrazione”.

E, secondo me, non è nemmeno del tutto consapevole. Rimane solo un retrogusto amaro che poi gli ubriaconi da bar o chi non ha voglia e tempo di approfondire (c’è una crisi economica mondiale, siamo governati da corrotti che non hanno nessun interesse a far riprendere il mercato del lavoro stagnante, la gente si muove molto più di una volta, le dogane in Europa non ci sono più, in Italia è facile entrare e non essere controllati, esiste un fiorente mercato del lavoro nero che permette di mantenersi senza dichiarare niente di sé a nessuna autorità e quindi di non essere rintracciabili e quindi espulsi anche se clandestini, a noi piace scendere in piazza per saltare la scuola e per sventolare le bandiere però non siamo abituati ad andare dal capo e discutere del nostro contratto sentendoci alla pari, demandiamo tutto ai sindacati, ci siamo disinteressati della politica e abbiamo votato “per protesta” senza nessuna lungimiranza, chi lavora duro non ha tempo per discutere o per far politica e l’unico obbiettivo che vede è mantenersi a galla etc etc…) dà la colpa agli immigrati e sente un atavico livore per il diverso venuto da fuori “a rubare lavoro”.

Tutte queste considerazioni in questi giorni mi frullano in testa mischiate alla domanda: “perché a me che sono onesto e non faccio male a nessuno hanno bruciato la moschea?”.

Quando scendiamo in piazza a difendere i nostri diritti, le nostre libertà la nostra “comunità” e la nostra “cultura” sappiamo  veramente cosa stiamo difendendo?

 

 

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5 pensieri su “Pensieri da mettere in fila: i perché e le sottrazioni

  1. intorno ha detto:

    Nelle cronache italiane, quando succede qualcosa, i giornalisti si sentono in dovere di specificare la nazione di origine del soggetto, a volte il mestiere. Del tipo “un muratore di origine marocchina”.

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  2. verbasequentur ha detto:

    A me fa venire in mente un forum di vegani che ho letto di recente, in cui parlavano dei pranzi di Natale. C’era la persona che era contenta di aver portato, al pranzo degli onnivori, un menù vegano per sé ed un piatto per tutti, e c’era quella che si lamentava aspramente dell’essere stata costretta a mangiare vegano sì, ma circondata da gente che mangiava anche carne. Insomma, una era contenta del suo ma non voleva obbligare gli altri. L’altra era scontenta perchè riteneva che non adattandsi tutti a lei, gli altri le facessero un torto. Dunque per me la nostra cultura è quella della prima persona, in questo momento: vivo a modo mio, ti lascio vivere a modo tuo, lascio del margine in caso tuo voglia provare il mio modo. La cultura Islamica, non mi metto a disturbare i radicali eh, diciamo i molto convinti (così come “molto convinti cattolici” abbiamo noi), in questo preciso momento storico è la persona che reagisce con stizza, o rabbia, o fastidio, se gli altri non si conformano, vedi la scena in mensa che descrivi.
    Come sempre fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce.

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