Wake me up when adolescenza ends (pudore e repressione)

Ci sono giorni in cui mi chiedo se questo continuo movimento non ci stia facendo più male che bene.

Venerdì sera, all’aeroporto mi sono seduta nell’attesa della chiamata d’imbarco.

Era un volo Svezia – Germania, due Paesi le cui lingue sono per me incomprensibili (sì, lo so, lo so) e il mio cervello aveva già selezionato la  modalità “volo”.

Mentre ero seduta mi guardavo intorno, come sempre, cercando di essere discreta (ma senza riuscirci, naturalmente).

E vedevo cappotti costosi, scarpe molto pulite (io sono l’unica a quanto pare che si muove senza autista e senza addetto al tappeto rosso portatile a quanto sembra, perché in una città dove piove tutti i giorni da almeno due mesi le uniche suole sporche di fango sono quelle dei miei stivali), fronti ampie e stempiature, portatili appoggiati sulle gambe, cellulari attaccati alle orecchie.

Che io mi chiedo: ma cosa avrai di così urgente ed importante che deve essere discusso alle sette di venerdì sera? Di così urgente ed importante che non sia un aperitivo intendo?

E all’improvviso mi si sono aperte le orecchie.

Nel ticchettio di tastiere, nel rimestare di carte nelle borse da ufficio ecco che sento una voce italiana.

La ragazza vestita bene (sì, ci faccio caso, sì lo so, ma è perché per quanto mi sforzi a sembrare professionale… paro sempre una scappata di casa) con la borsa del portatile appoggiata sulle gambe e l’agendina alla mano parla in italiano. Parecchio ad alta voce, direi.

E davanti a me, il ciccio stempiato pure. Tra una cartella e una lisciatura al giubbotto firmato, si sta lamentando al telefono con non so quale collega che come va l’azienda no, non va bene, ma proprio no.

E dietro, il tizio stretto nel cappotto anche lui, al telefono, sta parlando italiano.

E’ come se mi si aprissero le orecchie, ogni volta.

E così poi all’aeroporto di Monaco, dopo una giornata sbattuta a scuola a cercare di consolare i ragazzi dell’ultimo anno così preoccupati per i loro voti, ho cercato di darmi una sistemata alla faccia, a Milano sarebbe arrivato l’Orso a prendermi e anche se non ci vedevamo solo da due giorni non volevo che si pentisse subito di essere venuto a prendere me e non una di quelle modelle dalle gambe chilometriche che si vedono sbarcare nella capitale della muuoda.

Mentre cercavo di non disturbare nessuno nelle mie patetiche operazioni di restauro (a fondo perduto) nel bagno dell’aeroporto del terminal bavarese, ecco che alle spalle sento tutto un grido. Un po’ mi spavento, ed è così che ci troviamo travolti (io e il bagno) da un’orda di ragazzine italiane in gita scolastica che si urlano da una parte all’altra del bagno.

Avevo già fatto questa riflessione quando ad Aprile avevo accompagnato la classe in gita in Spagna.

Ma la riformulo: fino ai dieci/undici anni i bambini italiani (ma mettiamo pure mediterranei in generali) jé danno due piste ai colleghi svedesi.

Frequentano scuole in cui bisogna tutti i giorni dimostrare di essere brillanti, attivi, svegli. Mentre i colleghi svedesi devono semplicemente dimostrare di essere presenti.

Esserci, scrivere il nome, non stressarsi. Giocare, ma essere tranquillo, rispettare le regole e non esagerare.

A partire dalla fase della pubertà gli italiani è come se perdessero posizioni. L’insicurezza esce sottoforma di sbrufonaggine, arroganza, esibizionismo, volume, volgarità.

La consapevolezza del proprio corpo che si trasforma viene gestita molto meglio dai coetanei svedesi*.

In gita avendo davanti vari esemplari di sedicenni svedesi e spagnoli avevo potuto confrontarli bene, in un terreno simile.

I sedicenni svedesi sapevano gestire la presenza dell’altro sesso con maggior consapevolezza.

Erano un gruppo di compagni di classe che si trovava in Spagna in gita. Facevano cose assieme e non hanno mai creato problemi (magari siamo anche stati molto fortunati, eh!). Nel nostro gruppo ci saranno sicuramente state coppiette, così come c’erano quelli che si allontanavano per fumare, ma nel complesso, a parte l’energia e la vitalità tipiche di quell’età e quel contesto, non ho trovato niente di preoccupante nel loro modo di rapportarsi tra ragazze e ragazzi. Erano “amici”. Si facevano battute, si sedevano vicini se capitava, si aiutavano se serviva.

I ragazzi spagnoli, dello stessa età, che ci accompagnavano in quei giorni venivano da una scuola simile (una di quelle dove ci si tiene molto alla disciplina e le famiglie sono attivamente coinvolte) ed erano compagni di classe da anni.

Anzi, erano avvantaggiati perché loro si trovavano “a casa loro”, nel loro Paese, mentre noi eravamo gli ospiti.

Ecco, nelle attività assieme che facevamo al mattino e poi durante la giornata, la dinamica che più notavo tra ragazza e ragazzo (spagnoli) era quella della malizia.

Dello scherzo con la parola a doppio senso, del tocco del corpo dell’altro o dell’altra per gioco ma anche no, del risolino imbarazzato ma eccitato.

Non c’era serenità dello stare assieme “tra amici” di sesso diverso ma quasi imbarazzo di dover aver vicino qualcuno di conosciuto in un contesto diverso dal solito.

 

La spiegazione che io mi sono data e che da quello che ho raccontato è ormai lampante è che nel modo di educare i ragazzi in quella tappa delicata che è l’adolescenza si dia un valore eccessivamente negativo al sesso nelle nostre società mediterranee meridionali, mentre qui in Svezia (per quello che mi è sembrato di capire) l’argomento sia trattato con più familiarità.

Di conseguenza, se uno è sempre “oppresso” e controllato, e gli parlano dell’incontro con l’altro come di una cosa oscura, difficile e piena di insidie, nel momento in cui è “libero” e meno controllato tenderà a ricercare proprio quello. Coperto dal fascino del “proibito”.

Mentre, la mia impressione era che i coetanei svedesi avessero una vita sessuale già “alla luce del sole”, probabilmente alcuni già portavano la fidanzatina o il fidanzatino a casa e i genitori davano per scontato che fossero già attivi.

Questa “libertà” a casa loro, non li rendeva scatenati nel momento di libertà fuori da casa loro.

Negli adolescenti spagnoli ho rivisto dei tratti molto simili agli adolescenti italiani.

Ma sicuramente si tratta anche del fatto che mentre all’estero ho sempre lavorato con adolescenti e quindi ho potuto osservarli dall’esterno ma da vicino, in Italia gli adolescenti li ho vissuti e l’unica adolescenza che posso comparare era la mia, vista dall’interno e senza nessun distacco.

Non posso analizzare bene, ovviamente.

Ma sulla base di queste considerazioni, ogni volta che torno in Italia mi sembra che questa “scarsa chiarezza” riguardo al sesso in adolescenza si ripercuota su tantissime dinamiche adulte.

Ma magari mi sbaglio.

E devo solo andare a dormire.

O magari sono solo diventata molto più adulta di quanto volessi ammettere.

 

 

* Qui, come nel resto del post e nel resto del blog, esprimo opinioni del tutto personali, basate sulla mia esperienza e  sulle mie riflessioni

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3 pensieri su “Wake me up when adolescenza ends (pudore e repressione)

    • virginiamanda ha detto:

      Certo che ci ho pensato.
      Ma appunto la considero Storia.
      Chi ha figli adolescenti oggi ha vissuto la propria adolescenza negli anni ottanta e novanta e si è sposato (SE si è sposato) non vergine e con un mondo in cui le convenzioni sociali erano già state ribaltate e alleggerite.
      In Spagna dal 1977 c’è stata la liberazione sessuale, negli anni ’80 la Madrid me Mata… in Italia i referendum su aborto e divorzio.
      Certo non nego che la religione abbia influito su molte generazioni, ma non credo che in quella dei genitori di oggi abbia avuto grande peso.
      E mi rifiuto di credere che genitori non credenti e non praticanti (la maggioranza) stia educando i figli e le figlie con precetti vecchi di duemila anni e secondo una religione in cui non crede.
      No?

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      • apoforeti ha detto:

        Secondo me sottovaluta il peso della storia: il fatto di essere nati ieri non cancella il passato (archetipo) di un popolo che si trasmette attraverso i comportamenti più che attraverso gli insegnamenti.

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