Chiedo troppo?

Mentre Gordon spiega in tv come fare un’ottima Ceasar sallad entusiasticamente definita “un’insalata che ha ben cento anni!” (popoli senza storia culinaria, quanta tristezza) (e quanta tristezza mi faccio anch’io che ho dovuto correggere la prima forma “vecchia di cento anni” che era ricalcato sull’inglese e in italiano ha un significato sensibilmente diverso) io me ne sto seduta sul divano a cercare voli.
Ormai è un’occupazione a tempo pieno, sono anche diventata bravina.

Ho passato varie fasi da quando sono qui: depressione, rassegnazione, accettazione… ma nessuna di queste fa rima con – non dico felicità- ma almeno serenità.

Faccio un lavoro che mi piace, e per molte cose non mi posso lamentare.
Pure questo: che fastidio!
(Ora alla tv parlano di come scommettere sulle prossime partite di hockey).
Non mi “posso” lamentare, perché le mie amiche e la gente a casa (Italia) non lavora, non trova, non cerca, non trova comunque, si deprime.

Io ho un lavoro, uno stipendio, e -cosa per niente comune e scontata- quello che faccio tutti i giorni è molto molto vicino a quello che desideravo fare come lavoro quando ero piccola.

Eppure passo le giornate a cercare voli.

Dopo questi anni fuori dall’Italia sono consapevole che non mi siano mai mancati motivi per lamentarmi (ora alla tv parlano delle volpi), di aver avuto parecchie disavventure e crolli nervosi.
Sicuramente, se fossi rimasta a studiare vicino a casa dei miei e avessi trovato un lavoretto senza pretese nel raggio di cinquanta km da casa, le cose sarebbero andate diversamente.
Ne sono sicura.
Ma non mi interessa: questa era la vita che volevo fare, me ne assumo tutta la responsabilità, con tutte le conseguenze anche poco piacevoli, perché in realtà mi ha dato molto di più (in termini positivi) di quello che avrebbe mai potuto darmi una vita con sicurezze e poche sorprese.

Non mi sto lamentando, non sto criticando chi è rimasto e lavora e vive a massimo venti chilometri da dove è nato.
Semplicemente, io sapevo che avevo bisogno di uscire, vedere, esplorare, cambiare, crescere in un modo diverso: che coinvolgesse l’esterno e pensavo che cambiando lo scenario, sarei un po’ cambiata anch’io.

Sono ancora convinta di questo.

Molte convinzioni ovviamente sono state modificate con le esperienze, gli scontri con la realtà e la riflessione.
Naturalmente.

(Ora alla tv stanno facendo vedere un’ ecografia in diretta, ho cambiato canale: opera finlandese, meglio và)

E ho ridotto a tre punti fondamentali cosa deve darmi un posto per farmi sentire “accolta”.
Tutto il resto, ho ormai capito, che ce lo devo mettere io.
Ma qui, mentre io ce la sto mettendo tutta (o quasi tutta, devo ammettere, con la lingua ci sto provando un po’ di più), mi manca uno dei tre punti fondamentali.

Per me (e solo per me, eh) i punti sono:
1. lavoro
2. servizi
3. socialità

Indovina indovinello quale manca qui?

Io ho provato a fare finta di niente, ad accontentarmi, a dire che nella vita non si può avere tutto, che in Italia ci sono il 2 ed il 3 ma che senza l’ 1 si vedono tutti quei depressi in giro, rassegnati e tristi che votano à la cats; a dirmi che in fondo “non mi posso lamentare” (arridaje), che colpa mia se non mi integro, che vabbé, quando c’hai l’amore c’hai tutto, che puoi sempre tornare spesso in Italia, che posso andare in posti caldi e socievoli con poche ore di volo…

Ma dopo due anni anche no.

Ho assunto vari punti di vista, ogni volta pensando di essere io il problema, ma poi ad un certo punto: basta.

Quando ci siamo trasferiti sapevamo che non sarebbe stato per sempre, ora ne sono più che mai convinta.

Anche se “il sistema” SEMBRA (e sembra lo dico veramente a stampatello) ottimo, il lavoro sembra che ci sia… a me manca uscire e parlare con qualcuno.

E io sono un orso, eh.
Amo stare da sola, non mi ha mai causato problemi la solitudine.
Ma non era imposta, era voluta.

Non ho ancora compiuto trent’anni, l’Orso ha pochi anni più di me.
E facciamo la stessa vita che colleghi con venti anni di più e bambini fanno.
Ci concediamo molti più viaggi, certo, quando andiamo in Italia o a trovare amici che abitano in città più vive ci sentiamo ancora dentro la nostra pelle ma… non si può relegare la vita “normale” ad essere la vita che si fa in vacanza.

Io sto già pianificando i viaggi di dicembre e di febbraio.
ORA.

E sto cercando un posto dove dal 2016 magari i punti 1, 2, 3 coesistano, magari non ai massimi livelli, eh, ma a livelli accettabili. Mi va bene che abbiano voto 6, la sufficienza in tutti e tre i punti.
Ma non posso stare (questo ho capito di me) in un Paese dove 1 e 2 abbiano voto 9 e 3 abbia voto zero.

Sono certa di poter essere definita viziata, pretenziosa, esagerata, schizzinosa, esigente, incontentabile, difficile, inadattabile…
Ma finché non dovrò accontentarmi “per forza” di stare in un posto (perché avrò dei bambini, genitori da accudire, malattie da curare, un lavoro esageratamente bello e irrinunciabile…) vorrei poter scegliere io dove stare, e vorrei che questo posto fosse simile a me.

Chiedo troppo?

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16 pensieri su “Chiedo troppo?

  1. apoforeti ha detto:

    Per poter tentare una risposta (dando per assodato che conosciamo cosa si intenda per socialità in Italia, il che è dubbio) ci vorrebbero dei dati sulle attività sociali degli svedesi.

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    • virginiamanda ha detto:

      Certo, ma i dati mi direbbero poco.
      La mia esperienza qui (ed è solo la MIA, non replicabile e forse neanche rintracciabile nelle statistiche) mi porta a pensare questo di questo posto.
      Sono certa che molti (anche italiani) expat ci stiano benissimo in Svezia: non li critico, non li invidio; ne prendo atto.
      Io, però, per me, preferisco sapere che posso fare una chiacchiera senza pretese al bancone del bar senza essere presa per pazza, che posso sorridere ad un bambino per strada senza che la mamma mi squadri, che posso invitare le persone che conosco senza troppi salamelecchi e senza consultare il loro Calendar per decidere una data tra cinque mesi…
      Questo mi manca: spontaneità e possibilità di incontri.
      Magari non è questa la definizione di “socialità” per come si può trovare nel dizionario, però è quello che mi manca e che cercavo di evidenziare nel post.

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  2. Mamma in Oriente ha detto:

    No non chiedi troppo… A me è successo in una cittadina veneta e non ho resistito oltre i due anni, pur avendo già un figlio. E considera che non mi ero mai sentita sola nemmeno nei miei tre anni cinesi..

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    • virginiamanda ha detto:

      Grazie! E infatti anche in Turchia mi ero fatta varie amicizie, c’erano poche cose (cittadina di provincia) da fare ma ero sempre in giro.
      Qui sono in una capitale, le opportunità non dovrebbero mancare e invece bisogna cercarle con il lumicino.
      E capisco perfettamente quello che tu dici: a volte anche la cittadina in cui si parla la stessa lingua può diventare una “prigione”.
      Mi andrebbe bene questo tipo di vita se fosse la vita che ho scelto, ma non ho deciso di viaggiare e spostarmi per dover passare le giornate chiusa in casa…
      Vedremo, speriamo bene!
      E grazie per il supporto! 🙂

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  3. Frou Svedese ha detto:

    Oddio… Che va so di Pandora che hai aperto. Anch’io, soprattutto in questo ultimo periodo, sono irritabilissima all’argomento socialità Svedese. In quasi cinque anni gli unici amici Svedesi sono quelli che (a) hanno vissuto in Italia e parlano Italiano, (b) il partner non è Svedese e (c) sono dei pazzi furiosi. E non si può usare come scusa che la lingua sia una barriera perchè lo Svedese lo parlo (come Filippa Lagerback parla l’Italiano) quindi potrebbero usare l’idioma che meglio credono. E invece…
    Sono anche d’accordo che anche altri posti, vedi paesini sperduti specialmente nel nord Italia, possono avere lo stesso calore umano della Svezia. Però qui mi sento più giustificata a lamentarmi 😉
    E tornando alla tua domanda: chiedi troppo? Non lo so… Di sicuro il punto 3 è una cosa determinante per il benessere almeno psicologico di chiunque. Quindi no, forse non chiedi troppo!
    Buon ricerca e se trovi qualcosa fai sapere 😉

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  4. baccages ha detto:

    Marito emigrato in Germania da gennaio, invitato a cena dai colleghi (stessa decina anagrafica e buoni rapporti in ufficio) una volta in 10 mesi. E parla tedesco, quindi zero problemi di lingua.
    Io l’ho raggiunto part time a maggio e poi da luglio in pianta stabile. Mai e ribadisco mai aiutati per pratiche burocratiche/consigli per gli acquisti/difficoltà varie. Alle nostre domande, la risposta era sempre “non lo so”.
    Risultato? I nostri “amici” sono altri emigrati con cui frequento un corso di lingua tutti i giorni. E una coppia di italiani che ha aperto qui 15 anni fa un ristorantino e capiscono cosa stiamo passando. Se fosse stato per i colleghi di mio marito saremmo potuti morire di solitudine. È una sensazione bruttissima, lo capisco. Poi per carità, 3 anni sul lago di Iseo mi hanno formata come 10 qui. I bresciani e i bergamaschi sono chiusissimi come i tedeschi.
    E come giustamente dici tu, nella vita la socialità è importante e necessaria per essere felici. Courage, verranno tempi migliori. E forse nazioni migliori da questo punti di vista.

    (Ti leggo sempre ma non commento mai. Da questo argomento però mi sentivo molto coinvolta.)

    Ges

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    • virginiamanda ha detto:

      Grazie per aver scritto e grazie per leggermi.
      A volte ho l’impressione di essere troppo negativa e di lamentarmi e basta. Allora sorvolo, non scrivo per un po’, cerco di fare la simpatica.
      Ma quando ho scritto questo post avevo bisogno di non essere diplomatica.
      Se ti dico che mentre leggevo il tuo commento ho annuito con la testa per tutto il tempo mi credi?

      Sono sicura che verranno tempi migliori (e guarda che lo dico anche per te, eh!?) e solo che da brava viziata li vorrei subito!
      Un abbraccio Ges, da un po’ più a Nord!

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      • baccages ha detto:

        Io sono convinta che verranno tempi migliori. Devo crederlo davvero, o non avrebbe avuto senso proprio venire qui.
        Però quando le tue amiche partoriscono e per mesi devi vedere loro e le loro figlie solo via Skype oppure quando scopri che hai dei problemi di salute molto seri e vorresti solo un abbraccio materno e una pizza con le amiche per non pensarci, lo stare qui fa schifo.
        Poi io so di essere molto fortunata perché ho un marito che capisce le mie difficoltà e mi supporta e cerca di farmi pesare il meno possibile la situazione. Ma è comunque difficile, e vorrei vederli qui quelli che mi dicono che fare l’expat è una figata senza senso e che in fondo non sono mica andata in Nuova Zelanda. Ma magari ci fossi andata, almeno non avrei i problemi di lingua e freddo e chiusura mentale che ho qui. 😛

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  5. Salvatore ha detto:

    Io lavoro e vivo a 1 Km da dove sono nato. Non ho avuto difficoltà a trovare lavoro, i servizi in Italia sono sufficienti alle mie esigenze e la socialità, che non ricerco affatto, mi viene imposta “nonostante tutto”. Una volta ho fatto un giro per Torino (città in cui vivo), poi mi sono detto che viaggiare così tanto non fa per me e sono tornato a casa. Ai viaggi reali preferisco quelli mentali. Avessi una caverna e un collegamento wifi con il resto del mondo mi sentirei nel posto giusto. Perché dico questo? Perché sai di essere a “casa” quando a casa ti ci senti. Che si tratti di un posto a 1 Km da dove sei nato o sotto gli abissi dell’oceano Pacifico non importa: casa è casa, ovunque sia. 😉

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    • baccages ha detto:

      Caro Salvatore, io un po’ ti invidio. Torino era anche la mia città. Ma per sopravvivere ho dovuto andarmene. Prima sul Lago di Iseo. E ora in Germania. Ma non sai quanto avrei voluto restare a Torino. Certo, sarei rimasta solo per gli affetti. Purtroppo ogni volta in cui torno, da quattro anni a questa parte, la trovo sempre più degradata e fatiscente, sarà forse perché ora la guardo diversamente o forse perché la malinconia me la fa vedere così. Però ti invidio, perché a pochi chilometri da te hai metà della mia casa.

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      • Salvatore ha detto:

        Confermo la tua sensazione di degradazione e abbandono. Chi può va via e tu hai fatto quello che dovevi. Io sono in una posizione di vantaggio e Torino, metropoli più simile a un tranquillo paese di provincia che a una grande città affollata, è della giusta misura per me, per i miei gusti e le mie esigenze. Torino è una bella città, ma a meno di essere avvantaggiati come lo sono io bisogna solo scapparne. Non c’è futuro qui. Forse in tutta Italia, non saprei. Ti auguro di trovare il posto giusto per te, ti auguro di tornare prima o poi, ma soprattutto ti auguro di essere felice. 🙂

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