Cosa ti aspetti da me?

Sono giorni che vorrei scrivere eppure “no, oggi no”, “no, aspetta, devo prima pulire il forno”, “no, aspetta, controllo prima le mail”, “no vabbè, se non sono da sola allora non scrivo”, “no se c’è rumore non scrivo”, “no, domani meglio”.

Insomma, sembra che anche scrivere sul blog sia diventata un’attività da “schedulare”, mettere in programma, pianificare.

 

In questi giorni ci sono varie cose che mi fanno pensare:

 

1. La Svezia. E’ stata un imprevisto ed ora siamo qua da due anni. C’ammo a fà? Cossa dovemoja farghe?

Da una parte penso: dopo due anni qui, ci siamo un po’ ambientati, perché non rimanere?

Dall’altra penso: se rimaniamo questa ragnatela diventa sempre più fitta ed un eventuale trasferimento futuro sarà più difficile, molto più difficile.

 

2. L’Italia. Ci sono tante cose che non sapevo della Svezia prima di trasferirmi (anzi, non ne sapevo quasi nulla, a dire il vero) e ora ne so un po’ di più. Certo non abbastanza da essere competente o esperta, eh.

In compenso, in questi anni “via” c’è un Paese di cui sono diventata esperta: l’Italia.

Essere distanti porta a dover continuamente spiegare, capire, e ri-spiegare, rispondere a domande stupide, banali, scomode… aiuta a capire che una vita, dalla nascita all’adolescenza porta un insieme di conoscenze e di comportamenti interiorizzati di cui non ci rendiamo completamente conto.

Uno di questi è l’inadeguatezza sociale, in quanto la formalità è sempre messa in primo piano rispetto alla sostanza.

E lo dico senza nessuna condanna, senza nessun pregiudizio, senza intenzione di offendere nessuno.

 

Ad aprile ho accompagnato una classe di adolescenti svedesi in gita in Spagna.

Io, italiana, in pratica una che non c’entrava niente di niente.

E allora era inevitabile essere bersaglio di domande sul mio Paese, su questioni della nostra cultura che non sono così chiare allo straniero.

Mi sono sempre trovata molto bene con gli spagnoli, dalla prima volta che sono andata in Spagna a sedic’anni. Tanto che, nell’ebbrezza dell’adolescenza avevo deciso che prima o poi mi sarei trasferita lì.

E quando poi finalmente l’ho fatto, gli spagnoli continuavano a piacermi, lo stile di vita mi si confaceva, non mi sono stancata della Spagna. Sono venuta via perché era ora di fare altro, non perché la società o la cultura o le persone mi avessero fatto qualcosa.

Anche dopo, infatti, ho sempre avuto amicizie spagnole, ho sempre legato con persone d’origine spagnola. Mi trovo a mio agio. Sì, ma perché?

E lì, a quel tavolo a Valladolid mi sono trovata a spiegare perché nell’adolescenza la Spagna sì e l’Italia no. Cosa trovavo di diverso, visto che siamo popoli simili, affini, quasi indistinguibili agli occhi degli stranieri.

Quando ero adolescente volevo scappare, come tutti. Quello che conoscevo non mi piaceva e volevo altro, qualcosa di più vicino a me.

Ma cos’era quello da cui volevo scappare?

Volevo scappare da un contesto (il mio era particolarmente provinciale, cresciuta in un paesino di seicento anime, nella Bassa tanto benestante quanto ignorante) in cui le forme venivano prima di tutto il resto. In cui era importante essere “presentabili”, sempre vestiti bene, il primo complimento che veniva fatto era “ma come sei bella” e il peggiore insulto era “come sei brutta”.

Mi sono trovata a quel tavolo, a dover definire la “me” in versione adolescente, a cui davano fastidio queste “convenzioni” accettate ma che non riusciva a dare un nome a quello che non le piaceva.

Tutto finiva nello stesso calderone di insoddisfazione, inadeguatezza, impazienza, ansia di piacere, ribellione, desiderio di essere accettata, impulso a voler essere diversa…

Non sapevo distinguere le aspettative molto alte che aveva la mia famiglia su di me (voti brillanti, capacità di cavarsela, cura della bellezza personale, commenti positivi altrui, consapevolezza interiorizzata della scala valoriale familiare, ambizioni elevate…) e le aspettative che la società in generale aveva su di me (presentabilità, affabilità, educazione, compostezza, agio nelle relazioni interpersonali, rispetto delle gerarchie, rispetto dell’anzianità, conoscenza e rispetto delle aristocrazie cittadine, pudore, controllo della sfrontatezza…). Per me era tutto insieme, e tutte queste forze mi sembravano opprimenti e piene di occhi. Qualsiasi cosa facessi ero sotto un fuoco incrociato.

Ora sono più grande, e cerco di distinguere quello che “mi si richiede” sul piano sociale e sul piano familiare.

La famiglia la so gestire, grazie all’età e all’attenuarsi di ansie per il mio futuro da parte dei miei. Non sono caduta in cattive compagnie, non sono diventata atea, non mi sono mai drogata, ho superato il liceo con ottimi voti e mi sono laureata senza troppi problemi, lavoro e a due mesi dai miei trent’anni ho un contratto indeterminato nel campo in cui ho sempre voluto lavorare, ho un fidanzato stabile da anni, convivo e ho un tetto sopra la testa. Insomma, possono stare tranquilli e non tenermi più il fiato sul collo.

 

Ma con l’Italia no.

“La pressione sociale che vive una donna italiana è molto forte. Non solo devi essere brillante, intelligente, dotata nel tuo lavoro, ma devi anche essere sempre curata, apprezzata, ben vestita, ben pettinata.

Direi che la maggior parte delle persone se ti vedono spettinata e struccata la considerano una mancanza di rispetto”.

Così ho detto a quel tavolo, in Spagna.

E questa considerazione della “femminilità continuamente giudicata” è quella che mi aveva fatto a suo tempo apprezzare la Spagna e la possibilità di uscire senza sentirmi continuamente osservata e valutata.

 

Sono grande ormai, certe cose non mi dovrebbero più ferire né sfiorare.

Eppure ogni volta che ho a che fare un evento tradizionale in Italia, un evento in cui si attivano dei codici comportamentali interiorizzati socialmente mi sento in difficoltà.

Torno ad essere l’ adolescente che ha paura di fare una mossa falsa, di dire la cosa sbagliata, di essere giudicata negativamente.

 

Magari non avessi capito niente.

Magari questi fossero solo voli pindarici.

 

 

Tra due settimane sarò in Italia.

E la domanda continua ad essere: “cosa ci si aspetta da me?”

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6 pensieri su “Cosa ti aspetti da me?

  1. wif ha detto:

    In Italia l’unica cosa che conta per una donna è la bellezza. Se sei carina, vai tranquilla, altrimenti ti attacchi al tram. Inoltre, c’è la realtà del compromesso sessuale, di cui nessuno fa mai parola, ma esiste eccome! Quante volte mi è capitato… ho sempre glissato o fatto finta di non capire e, infatti, eccomi in Svezia… E pensare che non volevo fare la velina ma la donna normale! Perché non se ne parla mai, eh? Mi sa che le donne italiane amano fare pollaio invece che lobby 😦 Bisogna però dire che è colpa loro che si prestano al gioco. In fondo farsi una messa in piega costa meno fatica che studiare. Contente loro…

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