Ritorno al passato prossimo

Come si fa a raccontare più di un mese in giro, per posti mai visti prima e neanche simili a quello che mi aspettavo?

Beh, non ci si riesce tanto bene.

Sono stata sottoposta a tante sollecitazioni, a tanti impulsi e chissà quanto mi ci vorrà per fare un po’ di ordine e metterli in fila in discorsi compiuti.

Per il momento potrei partire dalle cose stabili, dai punti fermi, da quello che c’era prima e che ci sono anche dopo: sono tornata in Svezia (dove ero lamentosamente e lamentevolmente prima), domani inizio il nuovo anno scolastico con un contratto che avevo firmato (piena di dubbi e di rimandi, finché i futuri datori di lavoro non mi hanno scritto – dopo due settimane che mi rigiravo il contratto in mano “lo firmo o non lo firmo?”- dandomi per assunta e spiegandomi le procedure ed il programma, così mi sono sentita incastrata dagli eventi e ho firmato e spedito senza à né bah. In realtà questa lotta al corso della vita, che strenuamente ed invariabilmente combatto da quando ho coscienza del mondo – più o meno da quando mi mettevo in un angolino nella cameretta rossa e bianca con un peluche grigio a forma di cagnolino e mi convincevo che se dentro di me avessi dilatato il tempo fino a farlo diventare infinito, riempiendolo di altro tempo, quello non sarebbe mai veramente passato, e stiamo parlando di parecchi anni fa- ha sempre lo stesso schema. Cerco un cambiamento (di Stato, di lavoro, di condizione e ritmo quotidiani) e mi impegno nella ricerca, lo trovo, faccio carte e mi impegno e perdo notti e liste di azioni per ottenerlo, lo ottengo, mi spavento, cerco di rinunciare, rifiutare, defilarmi, diventare una sola cosa con la parete, indietreggio, il Cambiamento è però ormai sulla soglia di casa, è arrivato, suona il campanello, bussa, si sta per spazientire, mi cruccio, mi sento sconsolata ed abbandonata da tutti, maledico il momento in cui ho cercato il cambiamento, mi scrollo dal torpore della non presa di responsabilità in un attimo, accetto di colpo.

E’ puntualmente questo l’iter che mi accompagna nelle decisioni importanti.

E a niente vale il pensiero che comunque nel corso della mia esistenza questi Cambiamenti mi abbiano portato tantissima bellezza, saggezza (eh ehm), riflessioni, incontri, conquiste, in generale: tanta felicità sconosciuta e inimmaginabile.

Non è per niente consolante.

Non so se capita solo a me o se è comune (come credo) negli espatriati, ma quando leggo di storie di “gente che se n’è andata” rimango a lungo perplessa e mi colpisce sempre un punto che immancabilmente viene raccontato.

Spesso si parla di una condizione iniziale sfavorevole (società chiusa e poco aperta al cambiamento nel paesino natale, poco ricambio e poca scelta nei posti di lavoro nei luoghi frequentati, famiglia poco disponibile e collaborativa, situazione sentimentale opprimente e non corrisposta fino in fondo, scarsità di prospettive o di denaro), si aggiunge una generica dose di incoscienza (ho trovato un annuncio e ho provato, non sapevo neanche dove fosse, mi sono inventato, ho trovato un’offerta di un volo e… sono partito), spesso costellata da dubbi e antagonisti (i miei mi dicevano che era una sciocchezza e che sarei sicuramente tornato, i miei amici mi prendono in giro, io stesso mi chiedo ma sto facendo la cosa giusta, la settimana prima mi chiamano per un colloquio… ) poi c’è la difficoltà iniziale (non avevo soldi, non sapevo la lingua, nessuno mi parlava, non capivo, non mi rispondevano alle mail, non rispondevano alle telefonate, non capivo i colloqui di lavoro, non riuscivo a trovare una stanza, faceva freddo, i soldi diminuivano, quando chiamavo a casa mi facevano sentire in colpa, nessuno mi capiva, i miei amici mi dicevano torna, per strada mi sembrava che tutti mi spintonassero, non sapevo dove farmi una ricarica, comprare un paio di pantaloni da lavoro, trovare un medicinale particolare, comprare le forbici, fare una fotocopia, tradurre un documento, i connazionali che trovavo mi sembravano evasivi…) e la luce in fondo al tunnel (finalmente mi hanno chiamato per un lavoro, mi hanno proposto di, lo stipendio era, ho capito come funzionava il mercato degli affitti, mi ha aiutato uno che per caso avevo conosciuto…), il benessere generale e la crescita personale (le cose hanno iniziato ad ingranare, nel lavoro mi apprezzavano, ho imparato bene la lingua, lo stipendio è cresciuto, mi sono sposato, ho comprato casa…), e la considerazione finale sul percorso fatto e sul luogo da cui si era partiti (non tornerei mai indietro, chi me lo fa fare di tornare, sto veramente bene qui questo Paese mi ha dato tutto e devo ricambiare, magari da vecchio tornerò ma per il momento non ci penso, seguo le notizie ma ormai non mi sento più di quel posto, sto bene e non cambierei per nulla al mondo, per fortuna che sono partito).

Ecco, quando leggo queste storie e vedo i commenti mi sembra di capire che la gente si concentri sull’ultima parte: il riscatto e il successo più o meno grande del protagonista. Fioriscono pacche sulle spalle virtuali.

Io invece rimango sempre, puntualmente colpita dal periodo di difficoltà iniziale.

Chi ascolta, legge o si sente raccontare una storia del genere lo sottovaluta sempre. E passa al vissero felici e contenti.

E invece quel periodo di difficoltà è quello che ti testa, che ti mette alla prova come persona con i tuoi limiti, i tuoi difetti e la tua assenza di protezioni, di reti, di contatti. Tu nella vita ce la devi fare da solo. Punto.

 

E quando mi succede di avere bisogno di novità, di Cambiamento, a quella parte di difficoltà io non ci penso mai. Penso solo al risultato finale (starò meglio).

Ma quando poi l’opportunità mi si presenta in tutta la sua concretezza e ce l’ho tra le mani mi scordo tutto. Svanisce ogni sogno. Ogni felicità promessa sparisce.

E mi preme addosso solo la difficoltà. La difficoltà iniziale. Ma non come idea astratta, ma come ricordo vivo. L’ho vissuta, ormai già parecchie volte per saperla riconosce ma a quanto pare non abbastanza per saperla evitare.

E allora ecco la tentazione di mollare, di dire no, di rinunciare, di convincermi che in fondo posso restare dove sono, senza preoccuparmi troppo, che va bene tutto così.

Ma poi no, (per fortuna) nella mia testa mi ri-convinco che se l’ho cercata ci sarà un motivo, mi sento con le spalle al muro, inchiodata da me stessa ed alla fine, sfinita, accetto.

 

Ecco quindi spiegato con una brevissimissima premessa perché domani torno a lavorare.

Tra l’altro è la prima volta che vado a lavorare in un posto in cui non ci arrivo perché l’ho chiesto “veramente” io, ma perché il precedente datore di lavoro mi ha sponsorizzato. Niente di raccomandazioni, eh, tutto alla luce del sole: l’offerta era pubblica e io mi sono candidata, l’ex datrice di lavoro ha fatto una referenza eccellente e ta dà, dopo due giorni dal colloquio mi è arrivata la mail allegra con “secondo me sei la persona giusta, firma il contratto e ci vediamo ad agosto”.

Domani allora, domani mattina, mentre in Italia la gente spegnerà i computer e i condizionatori per andarsene in vacanza, io metterò i tacchi, un vestitino carino (magari quello che ho comparato a Singapore, uhm ora vedo), magari mi trucco pure e… vado a laurà.

Come mi sento?

Strana.

Inizio con un posto di maggiore responsabilità, anzi, di responsabilità totale.

Finora ero sempre una dipendente a metà, o a tre quarti, c’era sempre chi rispondeva per me.

Ma da domani ci sono solo io.

E ci sarà da ridere.

(Speriamo!)

 

Ma cerco di prenderla bene, non posso che essere contenta (nonostante mi senta come una di quelle aiutanti dei lanciatori di coltelli mentre se ne sta sorridente incollata al muro ad aspettare che le tirino addosso tutti i pezzi dell’argenteria dotati di lame) e di questo 2014 non posso dire niente di male.

E’ l’anno che mi porta a compiere i mitici trent’anni e finora è stato ricco di sorprese, di posti, di eventi inimmaginabili.

L’anno non è ancora finito, non ho ancora compiuto gli anni eppure sono stata in dieci Paesi, quattro del tutto nuovi (Australia, Singapore, Armenia, Cipro) e mi sono concessa il lusso di stare a casa sei mesi senza lavorare “veramente” (facevo qualcosa, ma niente di comparabile allo svegliarmi alle sei del mattino e arrivare a casa alle otto di sera).

E di tutto questo non devo vergognarmi (“varda lì chi che gà i schei” mi ripetevano a casa quando dicevo che sarei andata in Australia in vacanza) perché non ho rubato né ammazzato, non mi sono prostituita né ho “incastrato” un ricco possidente: ho semplicemente lavorato tantissimo e mi sono decisa a spenderli per rilassarmi e stare bene.

Per qualcuno sarà immorale, per altri è sempre raccomandabile non ostentare, mantenere riserbo e pudore sulle proprie “fortune”, per “scaramanzia”, dicono.

Ma perché?

Io sono stata disoccupata, senza speranza, in cerca di lavoro, coglionata ai colloqui, presa in giro, chiusa in camera a mandare centinaia di curriculum al giorno, a contare i soldi.

E niente (niente! In questo mondo che non sappiamo come sarà non tra cent’anni ma tra due mesi) mi fa essere sicura del futuro e mi fa pensare che non mi ritroverò mai più in una situazione simile.

Anzi!

Ma perché non posso scegliere di spendere come mi pare (fosse anche che domani mi troverò in povertà estrema, pazienza) non ho capito.

“Varda lì chi che gà i schei”, come se li avessi rubati a loro.

 

(Lo so che la depressione per non trovare lavoro fa sentire brutti e tristi, ma non è prendendosela con chi ce l’ha, un lavoro, che questo arriverà, no?

Mah.)

 

 

Dopo questa “excusatio non petita”, arriviamo finalmente al racconto del viaggio. Che a questo punto, viste le due premesse chilometriche (e la pasta che si fredda) manterrò corto e conciso.

 

Partivo con qualche insicurezza (nel caso non si fosse capito finora, io non sono affatto una che si lascia sopraffare dagli eventi e che pensa puntualmente ogni volta di essere un’incapace, no no no no): non sapevo come affrontare un viaggio intercontinentale di tantissime ore, non avevo mai volato così a lungo, non ero mai stata fuori dall’Europa prima, non sapevo se il mio inglese, che sì, parlo tutti i giorni, ma pur sempre con parlanti non madrelingua, sarebbe stato all’altezza, non sapevo se saremmo stati puntuali al prendere i voli, non sapevo se saremmo riusciti a non sbranarci durante il viaggio (trenta giorni in cui sei solo tu e lui possono minare anche le coppie più affiatate), non sapevo quanto avremmo speso, se saremmo riusciti ad essere spensierati e senza programmi con solo i giorni dei voli programmati ed il resto super-free o se ci saremmo pentiti di non aver organizzato tutto nei minimi dettagli, non sapevo che alberghi avremmo trovato e se li avremmo trovati, se ci avrebbero fatto storie al controllo del passaporto, se partire dall’estate svedese che pur essendo svedese  pur sempre estate per andare nell’inverno australiano che pur essendo australiano è pur sempre inverno fosse stata una scelta scellerata, non sapevo se saremmo stati più al mare, più in montagna, più al freddo, più al caldo, più senza lavatrici e quindi non sapevo cosa mettermi in valigia, se avrei recuperato in fretta dal fuso orario o se avrei patito lunghi giorni senza capire che ora fosse, se l’idea di noleggiare una macchina sarebbe stata vincente o no, se l’Orso si sarebbe adeguato subito alla guida dall’altra parte, (io non guido in Italia, figuriamoci se mi metto a fare prove in un posto che keep the left), se era vero che i canguri ci avrebbero attraversato la strada con nonchalance, se avremmo fatto amicizia o ce ne saremmo rimasti musoni nel nostro angolino…

Insomma, come si capisce, avevo un sacco di paranoie.

Il volo si  rivelato tranquillo e (nei limiti) confortevole, e dopo il primo tratto Stoccolma- Doha mi sembrava di esserci nata in un volo intercontinentale e mi ascoltavo Beyoncé, Shakira e la Whitney senza soluzione di continuità (nota positiva: tutti hanno le cuffie e quindi non mi hanno -credo- sentita cantare) tanto che una notte a Sydney me la sono pure sognata Beyoncé, per dire quanto il riposo con le cuffie faccia fare cose al nostro cervello di cui noi non siamo a conoscenza. La tratta invece Doha- Melbourne è stata devastante: tredici ore e mezza di volo, dopo già un volo di sei ore e sei ore all’aeroporto, seduta in mezzo tra Orso che dormiva placidamente e tipa che dormiva ancor più placidamente, passate ad aggiornare compulsivamente il tragitto di volo e scoprire che stavamo SEMPRE sopra l’Oceano Indiano. Penso che delle tredici ore e mezza di volo quattordici le abbiamo passate sospesi sopra l’Oceano Indiano.

E per farmi sentire subito accolta ed a mio agio dopo tale esperienza sui cieli, all’arrivo mi hanno fermato i poliziotti per controllare “ulteriormente” il mio passaporto (così hanno detto mentre uno teneva saldo il mio passaporto lontano da me e l’altro mi intimava di seguirlo in una saletta lì a fianco).

E la mia valigia.

Tutto ciò mentre l’Orso, noncurante, poteva già essere disteso sul letto dell’albergo.

Non tedierò oltre con i dettagli della vacanza (non perché sia conscia che non interessino a nessuno ma perché l’ansia per l’inizio di domani mi ha già fatto dimenticare per almeno metà) ma farò una lista delle cose che ho imparato durante questa vacanza.

Sia mai che uno non sa cosa fare e decide di andare in Australia con un Orso di bella presenza a farsi un giro.

Ma per questo farò un post a parte.

 

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6 pensieri su “Ritorno al passato prossimo

  1. groupiedoll ha detto:

    Abbiamo esperienze molto diverse, eppure ogni volta che ti leggo riesco a trovare interi paragrafi sotto ai quali potrei tranquillamente mettere la firma (a proposito, vuoi essere la mia ghostwriter?).
    L’iter dei Cambiamenti l’ho trovato accurato ed incredibilmente simile al mio, anche se io non sarei riuscita a spiegarlo così chiaramente, temo.

    Spero di leggere presto gli insegnamenti del viaggio! 🙂

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