Mai dare per scontato nessuno

Devo concludere questi pensieri che mi sono venuti in questi giorni e li devo segnare da qualche parte, sennò li perdo.

Partiamo da lontano, qualche anno fa, facciamo pure dieci. Io ero una studentella che aveva appena iniziato l’università ed era tutta contenta di studiare. Avevo studiato al linguistico sperimentale (scuola a cui sarò riconoscente finché campo: tredici ore di lingua a settimana, quindici materie – di cui tre scientifiche – da portare all’esame, trentacinque lezioni a settimana, dura, impegnativa, tosta e da perderci il sonno, ma la palestra migliore che si possa a vere dai tredici ai diciotto anni) ed ero tutta soddisfatta delle lingue che parlavo (sarebbe meglio dire parlicchiavo, con il senno di poi). Avevo accettato di aiutare gli amici di mia sorella nella stesura del papiro di laurea (tradizione goliardica del nord-est italiano che prevede di descrivere tutte le malefatte o i momenti imbarazzanti del laureato per umiliarlo in modo divertente davanti alla sua famiglia – sì, siamo proprio così simpatici). Esaurite le idee non so come mi venne fuori questa frase mentre parlavo con un suo amico di lunga data, un ragazzo adorabile, ma di quelli che hanno scaldato il banco fino alla maturità e che hanno visto come un sogno l’iniziare a lavorare subito. Faceva (fa ancora) l’operaio. Simpaticissimo ed io avevo anche una discreta confidenza (qualche anno prima eravamo anche usciti un paio di volte). E così mi uscì questa frase: ” ma perchè non scriviamo anche qualcosa in un’altra lingua? Magari in francese o in spagnolo…” (il papiro è un elenco di nefandezze compiute dal laureato che va letto a voce alta davanti ai parenti, ogni errore o voluta omissione viene punita dovendo bere, generalmente della roba alcolica immonda mischiata). E lui senza battere ciglio mi rispose: “Uhm sì, magari in thailandese se solo mi ricordassi qualche parola in più”.

Alla mia faccia divertita contrappose la sua seria e capii che non scherzava.

Venne fuori che aveva abitato per un periodo in Thailandia e che aveva imparato la lingua.

Quella forse fu la prima volta che ebbi chiaro il concetto di “abbassa la cresta”.

Io ero così orgogliosa, così convinta di essere brava, che giudicavo gli altri in base a cosa facevano per vivere, agli studi che avevano fatto e non mi interessavo di scoprire di più.

Questo sarà anche un esempio stupido, ma mi si è impresso nella memoria: bisogna essere umili, non sai mai la persona che hai davanti cosa possa insegnarti.

 

E veniamo alla settimana scorsa.

Il primo giorno la scuola prevede un test di livello, per verificare le competenze e dividere gli studenti in base alle loro conoscenze.

Mi aspettavo di trovarmi in mezzo a vecchi babbioni che vanno a farsi la vacanzina nel Sud della Francia e toh, migliorano la lingua, e invece con mia grande sorpresa mi trovo in mezzo a ammerigani diciottenni da tre tonnellate con il cappellino degli Yankees, coreane ventunenni magrissime e vestite di colori improbabili, argentini ventenni (sì, lo so, lo so, lo so… piano con gli ormoni), messicane appena maggiorenni e… italiane.

Porca vacca.

Io che volevo fare un corsetto per rispolverare la lingua con madrelingua mi ritrovo gli italiani nel corso.

Sì, mi ha infastidito.

Insomma, sono arrivata a quel punto in cui posso permettermi la mia formazione, posso scegliere quali corsi frequentare e se ne ho voglia prendere un aereo per farlo e toh, mi becco gli italiani nel gruppo avanzato. Eh no.

Tanto più che queste sono delle ragazzine.

E io prevedendo che ad ogni attività mi parleranno in italiano metto su la mia faccia più ingrugnita ed orsesca e rispondo tassativamente in francese ad ogni esercizio.

E vedo che beh, mi stanno dietro.

Brave bimbe.

Sto per sciogliere la corazza all’intervallo quando ci mettiamo a parlare del più e del meno quando mi raffreddo immediatamente alla frase “siamo qui per uno stage”.

 

Dunque, io cerco di essere comprensiva. Però ci sono cose che non sopporto degli italiani della mia generazione (e spagnoli) ed una di queste è: se lavori gratis non puoi sperare che prima o poi qualcuno dia un valore al tuo lavoro. Se tu lo fai gratis vuol dire che non credi valga la pena di pagarlo e questo non dico danneggi il sistema (magari sì, ma rimaniamo bassi, non astraiamo) ma danneggia proprio te in prima persona. Se un datore di lavoro è abituato ad avere il tuo lavoro gratis perché mai dovrebbe pagarti un giorno? Se non sei tu il primo a dare valore al tuo lavoro, come fai a pretendere che gli altri glielo riconoscano?

 

E non mi incantano più le favolette che ci si racconta per non ammetterlo del tipo “eh ma non c’è nient’altro”, “eh ma pur di non stare a casa”.

Io lo so come si faccia fatica a trovare lavoro, potrebbero darmi una medaglia in lancio del curriculum ed un master in scrittura veloce della lettera di presentazione, ma com’è che io non ho mai lavorato una volta senza percepire lo stipendio?

No, non magia, non c*lo.

Semplicemente non ho mai accettato lavori che si presentavano con “questo é uno stage non retribuito” o con “questo tirocinio inizialmente non prevede un corrispettivo ma poi magari più avanti…”, ” saremmo onorati di collaborare con te ma in questo momento non è prevista retribuzione…”.

Perché io faccio fatica per venire a lavorare e tu devi riconoscermi la fatica, monetizzandola.

Se non lo fai siamo in due colpevoli: tu sei uno sfruttatore e io sono una scema.

 

Ma non è solo questo il ragionamento che mi fa avere più difficoltà di relazione con italiani (e non) della mia generazione.

 

C’è anche un altro fattore.

 

Fin da quando ero bambina sono sempre stata la più piccola nel gruppo delle mie amichette, poi la più giovane della compagnia.

Per me è sempre stato naturale essere quella che “non aveva ancora fatto la maturità”, “non doveva andare a votare”, “non aveva ancora la patente”, “non era ancora iscritta all’università”.

Era la mia condizione naturale. Sono sempre stata la più piccola.

Sì ma non è una condizione permanente.

Io non riesco proprio a gestire in modo calibrato il rapporto con quelli più giovani di me.

Un po’ anche perché non sono mai stata abituata ad essere “tenera” con me stessa.

Di conseguenza oscillo tra un accondiscendente e bonario tono da matusalemme “vabbè dai, è ancora piccola, ha solo ventiquattro anni, chissà cosa facevo io a ventiquattro anni” e un’inasprita presa di coscienza di quella che si rende conto di non essere ancora così vecchia da non ricordarselo… Sono passati solo cinque anni da quando ne avevo ventiquattro e mi ricordo ancora tutto benissimo: ” ennò! Eccheccazz*! Io a ventiquattro anni abitavo in Spagna e mi ero appena aperta la partita Iva, facevo la mia prima dichiarazione dei redditi ed avevo già lavorato per un’ università, e mica ero un genio né mi sentivo particolarmente in anticipo sui tempi!”.

Quindi quando ho conosciuto queste ragazzine un po’ impaurite e timide nella loro appena iniziata esperienza all’estero mi sono sentita così: un po’ nonna benevola e un po’ antipatica predicatrice sul genere di quell’imbecille sottosegretario al ministero che dichiarò alla stampa di considerare degli sfig*ti quelli che non si laureavano in tempo.

 

E il giorno dopo scopro che hanno la mia età.

 

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10 pensieri su “Mai dare per scontato nessuno

  1. apoforeti ha detto:

    L’ha ribloggato su apoforetie ha commentato:
    Però ci sono cose che non sopporto degli italiani della mia generazione (e spagnoli) ed una di queste è: se lavori gratis non puoi sperare che prima o poi qualcuno dia un valore al tuo lavoro. Se tu lo fai gratis vuol dire che non credi valga la pena di pagarlo e questo non dico danneggi il sistema (magari sì, ma rimaniamo bassi, non astraiamo) ma danneggia proprio te in prima persona. Se un datore di lavoro è abituato ad avere il tuo lavoro gratis perché mai dovrebbe pagarti un giorno? Se non sei tu il primo a dare valore al tuo lavoro, come fai a pretendere che gli altri glielo riconoscano?

    Mi piace

  2. Frou Svedese ha detto:

    Condivido tutto. Il lavoro porta valore e il valore deve essere restituito al lavoratore attraverso un corrispettivo. Non una pacca sulla spalla e qualche vana promessa.
    Dovrebbero farlo leggere a chiunque si appresta a iniziare a fare un gran favore al prossimo lavorando gratis. Che poi di persone a cui andrebbe fatto presente ne conosco pure io e non lavorano per un qualche avido schiavista Italiano: se ne trovano anche tra le braccia di mamma Svezia. Certo sono in ambito universitario, certo se non ti fai il culo e un po’ di gavetta come fai a emergere, certo che i fondi sono al minimo e bisogna stringere la cinghia, certo che però a me sembra tu li stia prendendo per il culo.

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  3. a ha detto:

    Ciao, scusami ma ci vedo una fortissima contraddizione; stai comunque giudicando delle persone in base alla tua esperienza di vita, come se ci fosse un modo giusto o sbagliato di viverla.

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    • virginiamanda ha detto:

      Due sì:
      1) sì c’è una fortissima contraddizione ma non una sola, tante. Si cresce superando le proprie contraddizioni, no? Io ne ho tantissime.
      2) Sì, giudico le persone in base alle mia personalissima esperienza ma questo, purtroppo, è l’unico modo che conosco.

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    • virginiamanda ha detto:

      Ovviamente, dipende dai casi.
      Ma ci sono casi in cui la gratuità è solo fittizia: nel caso per esempio di lavorare nell’azienda di famiglia, uno, magari ancora giovane, non percepisce uno stipendio reale fisso a fine mese ma ha tutte le spese coperte dalla famiglia che lo ricambia così. Ci sono tanti casi del genere. Oppure uno, già pensionato, che mette a disposizione il suo tempo nelle associazioni no profit, succede.
      Ma quello che mi lascia perplessa è questo accettare rassegnato a ventinove, trenta, trentun anni che “non ci siano posti retribuiti” e di continuare a chinare il capo anche quando ci si rende conto che i colleghi con le stesse mansioni sono tutti pagati.
      Questa è una condizione in cui tanti si trovano a vivere e accettano senza opporre la minima obiezione. A me lascia senza parole.

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      • wtf ha detto:

        Non sapevo della situazione. Io sono over 30 (pure da un bel pezzo – argh).
        Ne vedo molti in ambito universitario.
        Sono in Italia (spedita dagli svedesi) e sono allibita da quello che vedo. Non solo gente che lavora gratis ma pure gente con dottorati che manco sa l’inglese e scrive articoli di materie in cui non è specializzata. (naturalmente chiedono a chi lo è però non lo citano – figurarsi coinvolgerlo nella pubblicazione).
        Inoltre invidia a livelli massimi e tutti cercano di fregarti.
        Mi è passata la (potenziale) depressione in un lampo!

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