In gita

Oggi sono andata in gita.

Sì. Ebbene sì.

Visto che il corso inizia domani (ci dispiace Mademoiselle ma questa settimana lunedì è festivo in Francia! – Certo perchè gli altri giorni invece vi ammazzate di lavoro…) oggi avevo tutto il giorno per andare dove mi pareva, agli orari che piacciono a me, mangiando quello che pare a me, insomma, in due parole: da sola.

L’Orso è rimasto nel magico Regno di Svezia, dove i fatti più eccitanti degli ultimi giorni si possono riassumere così: battesimo della figlia della terza figlia del Re. (Rappresentanti reali d’alto livello giustamente abbigliati come si confà alle grandi occasioni)

V’è venuta voglia di andare, vero? Uh sì, anche a me.

Considerazioni sulla gita di oggi, a parte che ho fatto bene a non leggere niente (come al solito) prima di andare perché Nîmes è bellissima e va vista stupendosi liberamente, e che ho fatto male a portarmi una baguette (per puro caso cedendo alla lungimiranza, di solito non programmo niente, figurarsi il mangiare) visto che (senza saperlo) sono arrivata nel bel mezzo della feria con bancarelle ovunque di cibo ma non si cibo qualsiasi, proprio del mio piatto preferito.

– in Francia con le corride in testa, le pentole gonfie di paella, le caraffe di sangria scontata a due euro, ventagli ovunque e disegnini di tori e i gruppi che suonano canzoni spagnole… ma siete sicuri della vostra identità, sì?

– qui siamo a Sud, e non solo siamo a Sud, siamo sul Mediterraneo. Quindi si verificano quei fenomeni da mediterroni* comuni a tutte le aree da Bilbao in giù, aree unite dalle indicazioni pedonali messe à la càz, marciapiedi dei binari esageratamente troppo stretti stracolmi di viaggiatori che non sanno dove e come ma soprattutto quando passeranno, tavolini in ogni dove con gente che fa l’aperitivo, fa colazione, fa due chiacchiere, si fa un caffè, camioncini dell’immondizia che passano di giorno, incuranti della folla di turisti, vetrine scheggiate da una sassata? uno sparo? chi lo sa, sole a picco, orari dei servizi pubblici ristretti, non continuati e con luuuunghe pause pranzo, ragazzi che si siedono sulle scalinate delle chiese a prendere il fresco e a guardare chi passa, diffidenza gratuita sui soldi e sui conti, bambini che sciacquattano ciabattando nelle fontane pubbliche, alcolismo giovanile sollecitato ed incoraggiato da prezzi eccessivamente bassi e ben pubblicizzati, mercati ovunque, sputacchio libero per terra, volume alto delle conversazioni, scritte sui muri, gruppi di amici che si spostano ridendo, scarse conversazioni al telefono e maggioranza di conversazioni faccia a faccia, giostre con la musica alta, signore in vestaglia che si affacciano al balcone al secondo piano e urlano al figlio di rincasare presto in pieno centro città, assenza di certezza negli orari dei treni e degli autobus, panni stesi alle finestre, palazzi meravigliosi anche solo per le poste, venditori ambulanti di gelati, occhiali da sole, cappelli di paglia ovunque, gente che si ferma per strada e intavola conversazioni inutili su come si sta ma si sta bene e sì, cibo in ogni angolo, in ogni ristorante, in ogni bancarella, ovunque sempre scontato, sempre in offerta, sempre pronto, gente che ride, complimenti fatti per strada**.

E io non ci sono più abituata.

 

**(Quando ho riferito all’Orso che oggi oltre a principessa e très charmante mi sono beccata anche un “io ti vorrei mettere a novanta” l’Orso mi è sembrato prenderla meno a ridere di come pensavo)

 

*termine di cui proclamerò sempre orgogliosamente la maternità

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4 pensieri su “In gita

    • virginiamanda ha detto:

      Non riesco a calibrare l’ironia nel tuo commento, perché è scritto (e anche perché sono un po’ scema io, naturalmente!).
      Forse la qualità della vita in realtà non è un valore assoluto, ma bisognerebbe iniziare a pensarlo come relativo.
      Forse bisognerebbe impostare la questione in qualità della “mia” vita, qualità della “tua” vita, etc etc…
      Per esempio per me, la qualità della “mia” vita sta nello stare in un posto in cui io mi senta “a casa”, in cui riesca a sentirmi autentica.
      Quel posto però paradossalmente non è “casa mia”, nel senso che non è il posto dove sono nata. Ma credo sia di sicuro un posto in cui mi riconosco e tutta quella lista mi fa riconoscere.
      Che ne pensi tu?

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      • gattosolitario ha detto:

        Non ero per niente ironico, anzi. Piú viaggio piú mi rendo conto che quella che in Svezia chiamano qualitá della vita non conta molto. Sará anche tutto pulito e semi-funzionante, ma penso conti di piú avere persone vicino che ti vogliono bene, uscire e trovare ristoranti, gente che beve felice, vecchi palazzi ricchi di storia e di storie. Certo, poi ognuno ha i suoi parametri, ma a volte le classifiche della qualitá della vita mi fanno un pochino ridere. Infatti se vedi le domande sono fatte da una prospettiva tipicamente nord-europea/anglosassone, ed ovviamente questi paesi finiscono in cima a tutte le classifiche. Non che in paesi piú “umani” ci siano problemi (anzi), ma mi chiedo sempre piú spesso se il gioco valga la candela.

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  1. virginiamanda ha detto:

    Esatto, è una considerazione che faccio sempre più spesso anch’io.
    Personalmente, ma questo è ormai chiaro, ritengo di no, che il gioco non valga la candela.
    Ma, estremizzando, mi trovo a pensare: a mio figlio (figlio generico ics, non sono in attesa, eh!) farà più piacere sapere che sono stata a casa un anno quando è nato oppure sapere che fin da bambino ha avuto la possibilità di farsi tante piccole e diverse amicizie?
    Mi sento molto più a mio agio in un posto dove posso prendere un caffè in un bar e fare due chiacchiere con la barista che non mi conosce ma è comunque sorridente e quindi rilassarmi un attimo che non in un posto dove se esco ci sono più auricolari che bocche.
    Ovviamente solo sperimentando vari posti se ne ha piena consapevolezza. Io per esempio ho capito che la facilità di costruire relazioni sta in cima alla mia personale lista di fattori per la “mia” qualità della vita.
    Ma se non mi fossi trasferita qui non l’avrei mai saputo…

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