Dalla Francia

Eccomi.

Dopo una notte passata senza dormire, una metro presa di corsa, scale mobili bloccate, un autobus preso al volo mentre alle tre e mezza di notte alla stazione rimbombavano i miei tacchi velocissimi e qualche barbone alzava (giustamente) il sopracciglio, dopo aver scaraventato dentro il portabagagli il povero piccolo trolley incolpevole ed essermi precipitata a bordo, dopo essere sopravvissuta ad un pilota leggermente azzardato (puzza di bruciato alla partenza, hostess che ricorda dove si trovano i gilet salvavita ogni cinque minuti, turbolenze che allegria, atterraggio -quasi- sull’acqua) eccomi in Francia.

Chi l’avrebbe mai detto.

Sono tornata pure qui.

Lo che andare in Francia non è una gran cosa, c’è chi ci va ogni due settimane, chi ha la seconda casa, chi parla francese meglio dell’italiano, chi conosce tutti i bistrò di Parigi, chi fa shopping ogni mese nelle sue boutiques preferite, e blablabla via noiosando.

Per tutti gli altri sarà facile tornare in Francia, per me no.

Questo è stato il primo Paese in cui ho dovuto cavarmela da sola veramente, ed è stato prima ancora che esistesse il blog a farmi da ancora di salvataggio e sfogo. E il blog ha sette anni.

Quando sono arrivata qui, otto anni fa, ero spaventata, avevo degli occhioni grandi grandi e spesso mi sentivo inadeguata, inadatta, sentivo il mio accento troppo forte, mi abbattevo, mi mettevo a piangere nelle cabine telefoniche chiamando la mamma, ero insomma, più piccola, più inesperta  e meno avezza agli attacchi di panico.

Avevo però una sana e robusta dose di spavalderia e spudoratezza che mi faceva gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Ero convinta di tante cose per le quali ora non metterei più la mano sul fuoco e avevo una spiccata tendenza alla malinconia.

Mi era facile parlare con gli sconosciuti e mi fidavo sempre di tutti. Mi sentivo più simile ai senzatetto sotto ai portici che alle wannabe modelle che passeggiavano senza sosta tra le vetrine con i loro tacchi.

Era la prima volta che insegnavo seriamente, pagata ogni mese dal Ministero dell’Istruzione e mi sentivo così piccola ed incapace, davanti a quegli studenti che avevano solo tre anni meno di me.

Però quando tornavo a casa la sera da sola, dentro il mio primo cappotto comprato interamente da me, con la testa dentro alla sciarpa fino al naso, mi sentivo così bene in quell’aria fredda, così bene, a calpestare le foglie secche, così bene a guardare dentro le verande dei palazzi tra un quadro e una libreria.

Sono stati sei mesi in cui sono molto cresciuta, da sola potevo scrivere, leggere e ascoltare musica in continuazione e invitare gente per le cene, mi sentivo molto simile a quello che avrei sempre desiderato essere. Mi sentivo autenticamente me.

Poi, al ritorno in Italia la consapevolezza di potercela fare altrove si è trasformato in risentimento verso quello che lì non riuscivo ad essere, che lì non riuscivo a fare, e così al volo, acchiappai la prima occasione che aveva il nome di Spagna. Contro tutti i consigli sensati, contro tutti i ragionamenti logici e ponderati che mi facevano i miei.

E poi in Spagna, tante soddisfazioni ma anche la mazzata. Puoi essere quello che vuoi, ma se ti leghi a qualcuno che per esistere deve svilirti, inizi a non esistere più.

Altro che autenticamente me.

Autenticamente un colabrodo.

Sono tornata in Italia che facevo acqua da tutte le parti, mi sono nascosta nelle mie stanze, dai miei genitori, nei miei libri, nei miei esami, nelle impossibili relazioni vuote fatte di parole scorrette ed insignificanti.

E poi la stanchezza, non ho più voglia di partire, eh, però quando avevo sedici anni mi ero ripromessa che se fosse mai ri-uscito questo bando avrei partecipato, ed eccomi ad aprire una lettera che dice: “Turchia”.

Pochi giorni dopo ad una festa sono ancora intontita e racconto ad uno che toh, tra tre mesi vado in Turchia un anno, e lui ma dai, ma veramente? Racconta.

E poi la Turchia, la stanchezza di dover sempre sorridere, la stanchezza di dover sempre essere buona, la stanchezza di sentirti chiusa in una gabbia dorata in cui bisogna sempre dire il contrario di quello che si pensa, altrimenti qualcuno si offende.

E il ritorno in Italia ed una bella, chiara e tonda consapevolezza: ora voglio rimanere qui.

Ho capito chi sono ed ho capito che posso esserlo anche qui.

Con più fatica, con il doppio della grinta, ma si può fare.

Va bene, mi dice lui.

Dopo un anno mi chiede: vuoi venire in Svezia con me?

Ed eccomi, una settimana in Francia, dopo questi giri e queste riflessioni.

Arrivo dalla Svezia stavolta.

Ho gli occhioni meno grandi, stavolta. Forse qualche soldo in più.

Un amore grande ad aspettarmi a casa.

 

 

 

E sempre, la solita, caparbia sensazione di inadeguatezza.

Quante altre me dovranno passare prima di essere di nuovo o meglio ancora di più autenticamente me?

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