Io me lo chiedo.

Il terrore di non essere fedeli a se stessi.

Questo, secondo me, è quello che ci frega e ci fa entrare in crisi.

Per me arriva ora, ma mi sembra di vederlo riflesso negli occhi che incontro e quindi forse dipende dall’età.

Si arriva qui come lanciati da una corsa, avevamo, avevo fretta di fare più cose possibili, vedere più posti possibili, leggere più romanzi classici e formativi possibili, scrivere il più possibile per non perdere tempo, per non perdere per non perdere per non perdere per non perdere cosa?

Per non perdere cosa?

Si arriva come lanciati, come dei cavalli da corsa che improvvisamente perdono il circuito e finiscono a velocità folle contro lo steccato.

Come impazziti stramazziamo, stramazzo a questo muretto, su questo steccato.

E’ finita la corsa e posso guardare se ci sono tutta. Se ci sono tutti i pezzi.

Mi guardo, mi guardo le mani, come se  le vedessi per la prima volta. Come quando i bambini di pochi mesi guardano la propria mano e si stupiscono di saperla attaccata al proprio braccio e lo stupore li fa sbarellare e spalancare gli occhioni.

Mi guardo le braccia, le gambe, i piedi.

Mi tocco, mi sembra di essere tutta intera.

Ed ecco la paura.

Riuscirò ad arrivare intera oltre lo steccato?

Riuscirò ad essere fedele a me stessa?

Cosa vuol dire essere fedeli a se stessi?

Cosa sarà quel compromesso che non accetteremo mai, cosa sarà quella richiesta a cui non ci abbasseremo mai, da cosa è definita la nostra identità, la nostra dignità?

Io me lo chiedo.

Sono le posizioni assunte quando non si sapeva niente del mondo? Non può essere.

Sono o non sono loro? Sono ancora valide?

Chi ci deve dimostrare se avevamo ragione o no?

Non finiremo per essere ancorati al nostro io sedicenne tutta la vita? Non finiremo per risultare ridicoli e patetici a noi stessi?

Cosa, chi, quali pensieri ci definiscono come persone?

Io me lo chiedo.

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