Sì, lo so, forse sono domande retoriche e banali e non sarò certo la prima a farsele

Ci sono giorni, come oggi, che ti svegli con un sorriso, non lo sai neanche tu perché.

E neanche vedere che la cioccolata più insaccati di importo dall’Italia e dalla Spagna degli ultimi giorni ti ha generato due nuovi brufoli sul mento ti toglie.

Giorni in cui ti godi finalmente il divano in terrazza con un caffè.

E certo, lo so anch’io che la vita mica è fatta solo di gioie semplici.

Anche perché le cosiddette “gioie semplici” bisogna guadagnarsele: avere un terrazzo significa pagare un mutuo, avere un divano significa averlo comprato, avere del caffè significa poter disporre di almeno almeno almeno almeno una tazza, un fornello e del caffè in polvere di proprietà. Avere, anzi sarebbe meglio dire: possedere tutte queste cose significa aver lavorato, aver guadagnato, aver investito, aver anche litigato (“ma che ce ne facciamo di una casa col terrazzo? C’è bella stagione solo due mesi l’anno!” “Fidati che ad aprile inizi ad apprezzarla”, aveva ribattuto lui non più di otto mesi fa) e alla fine aver alzato le mani alle responsabilità che aumentano e ai pensieri che non sono più della gravità di “ho un esame la settimana prossima e mi mancano cinque libri di 400 pagine” ma dell’ordine di “ho un mutuo in un Paese a duemila chilometri da casa mia con una persona con cui non sono neanche ufficiosamente coniugata in una banca in cui nessuno parla la mia lingua e sono disoccupata”.

Già, le gioie semplici, così come le chiamano le riviste e i blog new age, non sono altro che il frutto di lavoro.

Vorrei, ci ho pure provato se per quello, combattere questa forma mentis per cui soffriamo in prospettiva di godere e passiamo molto più tempo a costruire e faticare alla creazione del nostro bene che non nell’effettivo godimento.

Di una settimana passiamo cinque giorni a lavorare come muli aspettando il sabato e la domenica: due giorni di pace come premio per cinque giorni di fatica e stress.

Di un anno passiamo mesi e mesi e mesi ad abbassare la testa e ad alzarci la mattina svogliati, ad infilarci in mezzi di trasporto stracolmi all’ora di punta di gente e di frustrazioni, prendiamo critiche e corsi per migliorare, a guardare l’orologio per non perdere la pausa pranzo e l’ora di uscita per avere in cambio cosa? Quindici, venti giorni di ferie.

Ferie, non vacanze.

Delle cinquantaquattro settimane che ci sono in un anno ne passiamo praticamente cinquanta a lavorare per averne quattro di riposo.

C’è qualcosa che non va.

Passiamo anni e anni e anni e anni a lavorare, ingoiando rospi e facendo sacrifici e risparmiando per poi arrivare stremati dopo quaranta, quarantadue, quarantacinque anni a goderci la pensione. Che se la vita ci dice culo* ci durerà dieci, quindic’anni.

Degli ottanta anni di vita che abbiamo ne passiamo quindici, venti a prepararci per un lavoro, quarantacinque ad eseguirlo e quindici per riposarci di quel lavoro.

C’è qualcosa che non va.

Lo so che non posso essere io che scrivo dal divano di casa mia a cambiare l’ordine del mondo. Lo so che non sono la prima a pensarci.

Ma io non so quanto starò al mondo.

Non voglio arrivare la sera stanca e spenta dal lavoro. Così stanca e spenta da non avere voglia o tempo o energie per dare un bacio, fare un sorriso, cucinare un piatto che mi piace, fare una passeggiata, fare le coccole a chi amo.

Vorrei essere serena anche il mercoledì, il martedì. Perché no, anche il lunedì.

A che mi servirà una vita di fatiche? A riposarmi a settant’anni?

Ma chi ce lo fa fare di correre?

Nel mio piccolo ho trascorso sette mesi a lavorare una media di tredici ore al giorno.

Concentrandomi sul fatto che a febbraio sarei stata di nuovo libera, di nuovo tranquilla, almeno per un po’. E ora, a fine aprile, sono due mesi che sono in giro, ho fatto un sacco di viaggi che desideravo da tempo (sono stata a Cipro, sono tornata due volte in Spagna, sono stata in Armenia, sono tornata a Budapest, ho visto tanti posti nuovi e conosciuto tante persone, ho preso tantissimi aerei), ho fatto tante cose che mi fanno stare bene. Certo.

Me le sono dovute sudare.

Ma non è questo il punto.

E’ che dopo due mesi di viaggi e riposo non mi sono ancora ripresa.

E mi chiedo: ha senso lavorare per accumulare? Quando quello che ci interessa è accumulare tempo per noi stessi?

 

* (elegante espressione francese)

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12 pensieri su “Sì, lo so, forse sono domande retoriche e banali e non sarò certo la prima a farsele

  1. Piano Non Spingete ha detto:

    Così non mi aiuti, però, eh.
    Grazie a Frou Svedese, ti leggo in rigoroso silenzio da un anno buono, spesso annuendo con vigore.
    Sono stata al freddo e al gelo anche io – a Reykjavík – ma solo per una manciata di mesi.
    Ho chiuso da poco – spero solo temporaneamente – la mia adorata micro-attività e sto cercando lavoro, anche di nuovo lassù.
    Ma leggere questo tuo post mi fa venire voglia di abbandonarmi all’ozio e andare, eventualmente, alla deriva.
    Tanto, tra pochi mesi, compirò quarant’anni e sarà già vecchiaia spinta!
    Un divano ce l’ho. Un fornello pure. Mi è rimasta anche qualche tazza, sopravvissuta a quattro traslochi in quattro anni.
    Se trovo il modo di pagarmi le utenze, è fatta.
    Il caffè, mal che vada, lo coltivo.

    Saluti dalla Sardegna!
    Iride

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    • virginiamanda ha detto:

      Cara Iride,
      intanto grazie per leggere e trovare il tempo per commentare…
      ma non dire così!
      Non voglio spingere la gente ad andare alla deriva, ma solo ad impiegare più tempo nelle attività che ci fanno sentire soddisfatti e meno in quelle che ci stressano.
      Perché non ti apri un sofa and breakfast? Dici che il divano e le tazze ce le hai… 😉
      Un abbraccio dal divano svedese!

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  2. liury ha detto:

    Cara mia, buongiorno … Buongiorno da una città del veneto uggiosa con la pioggia che ora viene, ora va (ed io per la prima volta ho dimenticato l’ ombrello a casa)! Buongiorno da una che ha deciso, dopo un anno e mezzo di ozio totale ( ho smesso di lavorare volutamente, dando le dimissioni dopo 10 anni di onorato sfruttamento) di scendere in piazza e rimettersi in gioco, poi arrivo qui, mi siedo ad aspettare l’ autobus e leggo questo post…e comincia a piovere…non sarà mica un segno?? Ai posteri l’ ardua sentenza! Ti abbraccio!

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    • virginiamanda ha detto:

      Cara Liury,
      per quanto uggiosa mi dispiace ma non potrai mai competere con i QUATTRO gradi che ci sono qui a mezzogiorno il primo di Maggio…
      Non lo so se sia un segno, tempo fa credevo che ogni cosa fosse un segnale, poi ho avuto paura di perdermi un sacco di sciocchezze e di botte in testa e di capate sul muro se ascoltavo ogni singolo tentativo dell’universo di dirmi che le cose che facevo erano sbagliate e quindi ho deciso di farci meno caso e di sbagliare consapevolmente (ma divertendomi molto di più, va detto!).
      Cosa vuoi e per quali motivi ti stai rimettendo in gioco lo sai soltanto tu… forse è giunto il momento di pensare a quale pensi sia la tua effettiva realizzazione e soddisfazione e metterti in moto per raggiungerla. Che ne dici?

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      • Liury ha detto:

        ho sbagliato così tante colte nella mia vita per non aver ascoltato i “consigli dell’universo” che le cicatrici di tutti gli sbagli bruciano la pelle che non ti dico…ed è per questo che ora cerco di stare attenta a quei consigli…perchè ho paura di non sopportare l’ennesima ciccatrice!

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  3. wif ha detto:

    Ciao, ma se ti fa tanto cacare stare in Svezia non puoi cambiare Paese? Magari hai bisogno di un Paese con un clima diverso. Pure io vivo in Svezia, ormai da 4 anni e ci sto benissimo. Certo, capisco che è dura lavorare ma quello che fai non ti piace neanche un po’?
    Auguri per una vita migliore, ovunque tu voglia recarti

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    • virginiamanda ha detto:

      Per politica personale non pubblico commenti in cui ci siano parolacce né attacchi.
      Non mi piacciono le provocazioni e non reagisco (o almeno cerco) ad esse.

      Detto questo, io non ce l’ho con la Svezia. Lo spiego in molti post. Semplicemente la scelta di abitare qui non dipende solo da me. Faccio il possibile per cambiare le cose.

      Il blog lo tengo anche per potermi lamentare liberamente 😉

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  4. wif ha detto:

    P.S. Capisco benissimo come ti senti. Pure io ho abitato 6 anni in un posto che odiavo Poi però ce l’ho fatta a svignarmela. eheheh. Coraggio e in bocca al lupo! 🙂

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